"Alla tua età avevo già due figli", "Ma sei ingrassata?", "E quando vi sposate?", "Guarda che dopo i 30 anni rimanere incinta è difficile", "Ma come alla tua età non sei fidanzata?", "Senza figli ti sentirai incompleta": la carrellata di frasi infelici che una donna si sente rivolgere nel corso della propria vita è lunghissima. E se c'è una cosa buona di questa pandemia e del conseguente lockdown che ne è scaturito è che alle cosiddette "feste comandate" tutte queste espressioni, fatte per lo più da zii mai visti e parenti sconosciuti, ce le siamo risparmiate. Sono domande e affermazioni che fanno male e a cui rispondere o controbattere diventa arduo, perché solitamente dinanzi ci si trova un muro altissimo di pregiudizi e stereotipi. Ancora viene richiesto a una donna di essere in un certo modo, di adeguarsi a certi comportamenti, di ridimensionarsi in base al "socialmente accettato". Quindi qual è la donna che vogliamo realmente celebrare l'8 marzo 2021: quella legata a doppio filo ad antichi modelli e succube delle aspettative della società o quella che ai modelli preconfezionati contrappone fieramente la propria autenticità?

Se sei donna devi essere madre

La maternità è un nodo delicato, troppo spesso affrontato con superficialità e insensibilità. Fermo restando che esistono problematiche di salute che determinano l'impossibilità di avere figli, bisogna accettare il fatto che non voler mettere al mondo dei bambini può essere anche una libera decisione. Sono tante le donne che rinunciano a diventare madri per le ragioni più diverse, non ultima l'instabilità economica, che fortemente incide sulla decisione di allargare la famiglia. Ma "rinunciare" non è sempre un verbo davvero pertinente. Ce lo insegna una grande donna come Rita Levi Montalcini: ha consapevolmente vissuto la sua vita dedicandola alla scienza, mostrando una devozione totale nei suoi confronti, tale da non farle mai contemplare l'ipotesi di sposarsi e fare figli. Non ne ha mai sentito né l'esigenza né la mancanza. La sua è stata una libera scelta: non cedere agli stereotipi che la volevano moglie e madre, rimanere fedele a se stessa.

Non vuoi figli ok, ma almeno un uomo accanto…

La domanda sulla presenza di un fidanzato è la più gettonata, soprattutto quando intorno alla diretta interessata amiche, cugine, sorelle e colleghe sono già convolate a nozze. Superati i 25 anni già diventa "strano" essere single, figuriamoci ai 30. Avere un uomo acconto è come se rendesse più "credibile", più "di valore", come se bastare a se stesse fosse impossibile. La pandemia ha certo fatto riflettere molto i single sulla loro condizione, certe mancanze si sono fatte sentire forte e chiaro e ammetterlo non dovrebbe essere un problema. Radicalizzare la contrapposizione tra vita da single e vita di coppia, infatti, rischia di portare al "gioco opposto": considerare forte e moderna la donna indipendente e sminuire quella che invece decide di dedicarsi alla famiglia, additata come antica. Il punto non è cosa si sceglie, ma rispettare una scelta di vita qualunque essa sia.

Decidi: o la famiglia o la carriera

È come se ci fossero unicamente due scelte possibili per una donna, due strade percorribili e una necessariamente escludesse l'altra: la carriera e la famiglia. E in ogni caso, se pure si scegliesse la prima a discapito della seconda sarebbe comunque la scelta "sbagliata", perché il binomio donna-maternità continua a essere radicatissimo nella nostra società. La donna in carriera non vale meno della casalinga, chi mette al mondo dieci figli non è una mamma migliore di chi ne mette al mondo due, chi sceglie di non averne non è meno rispettabile delle altre.

L'insostenibile pesantezza della taglia 42

Un corpo bello è un corpo in salute e una donna consapevole, che si accetta per quello che è, emana un fascino che non è inquadrabile in nessuno schema. Non è il fascino dovuto al numero che riporta la bilancia né alla taglia riportata sull'etichetta dei pantaloni: è il fascino di una donna sicura di sé. Questa sicurezza è costantemente minata alla base da chi fa notare ogni imperfezione, spingendo a una sorta di "senso di vergogna" verso il proprio corpo che non dovrebbe esistere, come se per essere accettate dalle società bisognasse necessariamente rispettare certi canoni. E questo body shaming verso le donne (verso quelle "grasse" così come verso quelle "magre") il più delle volte viene da altre donne. Liberarsi dell'equazione "magro=bello" si sta rivelando difficile, anche se l'impegno della moda, dei social e della tv si sta rivelando efficace per evitare di sentirsi "sbagliate" solo perché non si entra nella taglia 42.

Festa della donna: ma che tipo di donna?

L'8 marzo si festeggia la donna, si celebrano le conquiste ottenute negli anni e si ricordano tutte le battaglie che sono state portate avanti e che ancora si combattono in nome di certi diritti. Ogni donna dovrebbe poter esprimere liberamente se stessa e sentirsi padrona della propria vita, delle proprie scelte, senza vergognarsi del proprio vissuto, del proprio corpo, di ciò in cui crede. Eppure liberarsi da certi fantasmi è difficili. Veniamo da decenni in cui per una donna proseguire gli studi per poi realizzarsi professionalmente era inutile: la massima aspirazione doveva essere sposarsi e fare figli. Con fatica le donne si sono invece prese il loro posto, dimostrando di avere pari capacità dei colleghi uomini e reclamando dunque anche le stesse opportunità. E veniamo dalla tradizione per cui chiedere una taglia 46 alla commessa di un negozio è una vergogna, perché ovunque sono stampate le foto di modelle magrissime e tutte uguali. Anche questo sta cambiando, alla volta di modelli di fisicità più inclusivi. Quindi oggi quello che va festeggiato è il coraggio di essere se stesse rispettando la propria autenticità, esprimendosi senza sentirsi vittime di pregiudizi e senza sottostare agli stereotipi, a come la società ancora ci vorrebbe. Magre, grasse, single, fidanzate, mogli, amanti, madri, innamorate, in carriera, casalinghe, maestre, cassiere. Non c'è un modo giusto e uno sbagliato di essere donne.