Opinioni
29 Settembre 2021
15:47

In passerella solo donne magre (ancora): il vero problema non è alle sfilate, ma nei negozi

Le sfilate della Milano Fashion Week che si è appena conclusa hanno sollevato moltissime polemiche sulla magrezza delle modelle: a cosa sono serviti tutti i proclami contro l’anoressia e l’orgoglio curvy? Ma le sfilate sono solo la punta dell’iceberg: il problema è nella produzione, pensata per poche taglie.
A cura di Beatrice Manca

Magre, magrissime, troppo magre. Le sfilate della Settimana della Moda di Milano non erano ancora finite che già la polemica infuriava: dopo anni di bei discorsi sulla body positivity e l'orgoglio curvy, le passerelle sono piene di ragazze filiformi, taglia zero. Certo, le eccezioni ci sono, come Precious Lee per Versace, Jill Kortleve per Etro, MaxMara e BOSS, Elisa D'Ospina per Mario Dice. Ma, appunto, sono eccezioni. Il tributo all'inclusività è stato pagato con qualche modella con la vitiligine, o con una protesi, per il resto le passerelle sono tornate a proporre quei corpi così magri da essere irreali, senza tenere conto che il mondo oggi ha una nuova, democratica idea di bellezza. Ma le sfilate sono solo la punta dell'iceberg: il problema è a monte. La moda non è pensata per tutti i corpi. Provate a fare un giro su un sito di shopping online e guardate le taglie della couture: a fatica troverete una 48, in alcuni casi nemmeno la 46. La moda ha un problema con il peso, è vero: ma non in passerella, nei negozi.

Le passerelle di Milano sono inclusive?

Le nuova parola d'ordine della moda (oltre alla problematica sostenibilità) è inclusività: tutti, dalle riviste di moda ai designer, sono pubblicamente a favore dell'idea di celebrare i corpi di tutte, senza discriminare nessuna. Negli ultimi anni le passerelle hanno fatto uno sforzo verso la diversità, aprendosi lentamente a persone di ogni etnia, alle modelle transgender, alle particolarità che una volta venivano chiamate difetti. Le passerelle milanesi includevano tutto questo, ma a piccolissime dosi. Nella scelta del cast i piccoli brand – da Alessandro Vigilante a Marco Rambaldi, passando da Act N°1 – si sono dimostrati più attenti delle grandi firme alla nuova sensibilità sociale. Tra i big invece la corporatura dominante era ancora quella esile, sottile e slanciata che da vent'anni a questa parte attira le critiche del pubblico. Non che alla Paris Fashion Week – in corso in questi giorni – le cose siano diverse. Eppure il pericolo ce l'abbiamo chiaro da anni: glorificare la magrezza eccessiva crea ansie e insicurezze tra le ragazze (e i ragazzi) più giovani, spingendoli nei casi più gravi a disordini alimentari come l'anoressia e la bulimia.

Jill Kortleve per Etro
Jill Kortleve per Etro

Perché continuano a sfilare solo donne magre

Prima dell'epoca delle top model, che hanno elevato le indossatrici al ruolo di star, le modelle erano indossatrici, mannequin: i loro corpi servivano "solo" a far camminare gli abiti in passerella, con tutta la grazia possibile. Manichini, appunto. Tanto più erano standard, meglio era: tutti gli abiti taglia campionario dovevano cadere allo stesso modo. Insomma: si doveva guardare l'abito, non la donna. Peccato che la moda nel suo insieme – dalle sfilate alle campagne pubblicitarie – faccia molto di più: propone un modello estetico e contribuisce a plasmare l'idea di bellezza condivisa da una società. Per questo portare un cast più variegato durante le sfilate è necessario: significa permettersi a tutte di riconoscersi nei canoni di bellezza di una società, sentirsi rappresentati. Ma quello, risponderanno dall'altra parte, è solo uno show. Infatti il vero problema è endemico, e l'idea che l'haute couture sia solo per corpi magri pervade tutta la filiera, dal cartamodello fino agli abiti appesi nei negozi.

Precious Lee alla sfilata Versace by Fendi
Precious Lee alla sfilata Versace by Fendi

È ora di ampliare le collezioni dei brand

Le sfilate sono la punta dell'iceberg: provate a entrare in una qualsiasi boutique di lusso e chiedere una 52. Anzi, una taglia 48. Farete fatica già con la 46. Spulciando i siti di shopping online vi accorgerete che alcuni abiti arrivano fino alla 42, altri fino alla 44. Certo, magari il problema è l'assortimento dei siti, ma è singolare che restino disponibili sempre solo le taglie piccole e non viceversa. Non sono le sfilate il vero problema dell'industria della moda. Il problema è che una donna formosa, se vuole, non può acquistare gli stessi abiti di una donna magra. La rappresentazione è importantissima, ma il punto è quando una taglia 48 entra nei negozi raramente troverà quel bel vestito visto in passerella nella sua misura. E se si parla di moda inclusiva è da qui che bisogna partire.

Nata a Roma nel 1992 e cresciuta a pane e libri a Viterbo, sono giornalista professionista dal 2019. In tasca una laurea in Editoria e un master in giornalismo alla Scuola Rai di Perugia. Lavoro a Fanpage nella sezione Donna. Mi occupo di questioni di genere e di moda, con un occhio di riguardo alla sostenibilità ambientale. Ex Fattoquotidiano.it e Fq Millennium.
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