Non è un problema o un incidente. Non è un caso isolato né tantomeno un fatto che riguarda una singola donna quello che sta succedendo in Grecia da quando Sofia Bekatorou, velista greca medaglia d’oro alle olimpiadi di Atene del 2004, ha denunciato di aver subito una violenza sessuale. È un’onda che si è alzata e sta inghiottendo un intero sistema di gerarchie e valori che valgono in Grecia come in ogni altra parte del mondo. È quel sistema basato sulla sopraffazione dell’uomo nei confronti della donna e di quel cameratismo che occulta le violenze.

La denuncia della velista Sofia Bekatorou

Era il 1998 quando Sofia Bekatorou, appena ventunenne, venne stuprata mentre si preparava per le olimpiadi di Sydney. Solo ieri la campionessa ha avuto il coraggio di denunciare l’accaduto. La stessa Sofia, in un post su Facebook, ha ribadito che la sua esperienza personale non è un fatto privato, ma è un problema cronico che riguarda l’abuso di potere nel mondo sportivo e il sistema gerarchico su cui, ancora oggi, è costruito. Proprio per questo, ha contribuito a scoperchiare il vaso di Pandora la presa di posizione della Presidente della Repubblica Aikaterini Sakellaropoulou che ha ringraziato Bekatorou per aver rotto “la congiura del silenzio” e “rivelato i vergognosi segreti degli uomini che sfruttano il proprio prestigio e abusano del proprio potere contro le donne”.

Lo sport e quel potere tutto maschile

Molti parlano di un nuovo Me Too che sta sconvolgendo la Grecia in questi giorni che, partendo dalla denuncia di Sofia Bekatorou ha già dato modo alla velista Marina Psychogyiou, la nuotatrice Rabea Iatridou, la campionessa di salto in alto Niki Bakogianni e la giornalista Ioanna Iliadi di parlare alla luce del sole delle violenze subite anni prima. Fanpage.it si è già occupata del mondo dello sport italiano, un universo femminile di cui si parla ancora poco e in cui la diseguaglianza e la violenza fisica e psicologica non sono fenomeni isolati. L’importanza della testimonianza di Sofia Bekatorou sta proprio nella dimostrazione che la fatica nel denunciare gli abusi sta ancora nella consapevolezza che farlo vorrebbe dire cancellare la possibilità di far carriera, o di scontrarsi con un muro di gomma dove al vertice ci sono ancora e sempre solo uomini che spesso sono solidali tra loro. Anche quando c’è da nascondere un sistema di abusi e di sopraffazione.

Lo schema ricorrente della violenza

Ma se in Italia sono venute a galla, anche se sporadicamente, le violenze a cui le atlete sono sottoposte e in Grecia stiamo assistendo a un vero e proprio terremoto d’opinione, è il frutto degli ultimi anni in cui si è scritto e parlato con costanza della stortura del rapporto tra uomo e donna in ogni ambito pubblico e privato. Si è lottato in ogni sede contro gli abusi e lo strapotere machista, sperando e credendo di conquistare ogni volta un centimetro di più di strada. È una violenza strutturale che si fonda su dinamiche reiterate e ben precise: la consapevolezza dell’omertà della donna poiché timorosa di perdere un lavoro o la credibilità; la solidarietà di un pensiero dominante che ricerca e piazza sempre gli uomini al potere, costringendo le donne a un ruolo di dipendenza e subalternità. Eravamo coscienti di quanto questo fosse uno schema ricorrente in un ambiente come quello di un’azienda o di o un atteggiamento da ravvisare in politica. Ma invece è ricorrente anche nello sport, perché è una consuetudine della cattiva gestione del rapporto tra i sessi. Se non si capisce che il problema sta alla radice, non c’è Me Too made in Usa o in Grecia che tenga.