Il mondo dello sport, soprattutto quello della competizione agonistica e professionistica, non è totalmente visibile. C’è un sommerso, che riguarda atlete e minori, che è stato avvolto dal silenzio per decenni. Una realtà che spesso le federazioni hanno derubricato alla giustizia ordinaria, senza inquadrare il fenomeno in una cornice più ampia. Parliamo degli abusi sessuali ai danni di donne e minori nell’ambito sportivo. Ad accendere una luce sul problema è l’associazione Il Cavallo Rosa, che deve il suo nome al riferimento all’equitazione, lo sport con una massiccia presenza di atlete e minorenni, e che vuole sensibilizzare e informare, oltre ad agire concretamente proponendo alcune modifiche al Codice di Giustizia Sportiva del CONI e ai Regolamenti di Giustizia Sportiva delle Federazioni.

Gli abusi denunciati sono ancora pochi rispetto alla realtà

I dati sul fenomeno, a causa dell’omertà derivata dalla paura e dalla scarsa sensibilizzazione sul tema, sono incompleti. Ma quelli disponibili sono già allarmanti: 1 atleta su 7, prima della maggiore età, ha dichiarato di aver subito abusi sessuali o molestie. In Italia il fenomeno è tanto esteso quanto ambiguo, perché se è vero che ci sono trenta processi ogni anno verso gli allenatori sportivi, il numero di denunce è ancora molto basso rispetto alla realtà. Change The Game, l’associazione che insieme al Cavallo rosa sta portando avanti per prendere una posizione netta sulla questione, pone una domanda semplice e diretta: lo sport vale una vita? E nel raccontare gli abusi, riporta all’attenzione la storia di 3 atlete: Kalida Popal, Sarah Abitbol e Anne Kursinski, che sono diventate le testimonial di questa battaglia.

Tre volti di donne coraggiose

Khalida Popal, ex capitana della nazionale di calcio afghana e più volte minacciata di morte, ha denunciato più volte il fenomeno degli abusi sessuali sulle sportive nel suo Paese. A questo proposito ha espresso più volte la necessità di creare un organismo autonomo, fuori dalla Fifa, dove gli atleti possano denunciare le violenze sentendosi protetti. Il problema delle poche denunce, infatti, sta nella paura di dover rinunciare così alla propria carriera. La campionessa di pattinaggio artistico sul ghiaccio, Sarah Abitbol, ha raccontato di essere stata violentata dal suo allenatore quando aveva quindici anni. Ha attraversato un percorso drammatico, fatto di iniziale amnesia, seguita poi dalla profonda vergogna verso se stessa e quello che aveva subito. Anne Kursinski, due medaglie d’argento alle Olimpiadi in equitazione, ha raccontato di essere stata vittima di abusi quando era bambina. Il suo allenatore fu radiato 24 anni dopo la sua morte.

In Italia c'è ancora la totale impunità

Quello che Change the game chiede, alla luce di dati allarmanti del Telefono azzurro (il 10 per cento delle segnalazioni di abusi provengono da ambienti sportivi), è che le istituzioni lavorino concretamente al tema, cambiando i termini di prescrizione e che vengano resi obbligatori i certificati di antipedofilia. Perché molti allenatori, pur condannati, hanno continuato a svolgere liberamente la propria professione. Non c’è una norma che li costringa alle dimissioni o ad essere esonerati. C’è ancora la totale impunità. Negli Usa, invece, esiste lo U.S. Center for Safesport, un organismo indipendente che giudica i reati sessuali ed ha la facoltà di prendere provvedimenti, come la radiazione e il licenziamento dell’abusante in modo autonomo. Il Centro è nato dopo un processo famoso, derivante da uno scandalo che scosse gli Stati Uniti: quello riguardante il medico della Federazione di ginnastica artistica americana Larry Nassar. L’uomo, nel 2018, fu condannato a 175 anni di carcere per aver violentato e molestato oltre 260 atlete americane. Change the Game ha bisogno che la luce su questo fenomeno ancora nascosto resti accesa, che lo sport sia davvero quel sogno che ogni bambino ha, facendo pressione sulle istituzione perché non diventi mai più l'incubo di nessuno.