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Opinioni
18 Maggio 2021
07:00

A quarant’anni dal referendum, l’Italia resta un Paese dove abortire è un diritto negato

Con il referendum del 1981 l’Italia ha ribadito il suo sì alla legge 194, quella che consente e disciplina l’interruzione di gravidanza. Eppure ancora oggi abortire resta difficilissimo: in Molise è obiettore di coscienza il 93,3% dei ginecologi, il 92,9% a Bolzano, l’81,8% in Campania, l’80,7 % nel Lazio e in Abruzzo. Come se questo non bastasse, l’utilizzo della pillola abortiva viene boicottata un po’ ovunque. Dallo scorso anno, poi, il Covid ha complicato ulteriormente l’accesso a questo diritto, tra strutture chiuse e rischio di contagi.
A cura di Giulia Torlone
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Quarant’anni fa, oggi, l’Italia era stata chiamata di nuovo a scegliere sul tema dell’aborto: abrogare o meno la legge 194, quella che depenalizzava l’interruzione di gravidanza, entrata nel nostro ordinamento il 22 maggio 1978. Gli italiani si espressero chiaramente: l’abrogazione fu respinta e il diritto all’aborto è rimasto ancora oggi un principio sancito dalla legge. Ma quel diritto che le donne hanno di poter scegliere sulla maternità, è davvero completo? Il referendum del 1981 conteneva due quesiti, opposti: uno voleva cancellare la legge 194 (o ricorrervi solo in caso di aborto terapeutico), l’altro voleva estenderne l’applicazione anche per le minorenni. Entrambi, sia quello più aperturista che quello contrario, furono bocciati e l’interruzione di gravidanza in Italia resta possibile solo nei primi 90 giorni di gestazione, più avanti solo per motivi di salute. E i medici hanno il diritto di esercitare l’obiezione di coscienza.

In alcune regioni il diritto all'aborto non esiste

Su quest’ultimo punto si dibatte da anni, ed è questo il motivo principale per cui in Italia è così difficile abortire. Il Consiglio d’Europa nel 2013 aveva già sollecitato l’Italia a colmare la mancanza di medici che praticassero l’interruzione volontaria di gravidanza. Nel nostro Paese, infatti, in alcune regioni è praticamente impossibile farlo e questo ha fortissime ripercussioni sulla libertà femminile. Nel Molise è obiettore di coscienza il 93,3 per cento dei ginecologi, il 92,9 per cento nella Provincia Autonoma di Bolzano, il 90,2 per cento in Basilicata, l’87,6 per cento in Sicilia, l’86,1 per cento in Puglia, l’81,8 per cento in Campania, l’80,7 per cento nel Lazio e in Abruzzo. Sono numeri che raccontano quello che vuol dire per una donna abortire in Italia. Un diritto negato, dove una legge che lo garantisce viene boicottata da chi dovrebbe concretizzarlo: i medici. E questa impossibilità, negli anni, non fa altro che aumentare. Gli obiettori, infatti, salgono del 10 per cento negli ultimi cinque anni.

Il boicottaggio della pillola abortiva

Eppure, lo scorso anno, sembrava cadere un grande stigma legato all’aborto. Le nuove linee guida del Ministero della Salute concedono dal 2020 l’utilizzo della pillola abortiva senza necessità di ricovero, assumendola nelle prime nove settimane di gravidanza, in ambulatorio con regime di day hospital. Una procedura di gran lunga meno invasiva di un’operazione chirurgica e che, al di là dell’aspetto puramente fisico, concede alla donna il diritto di affrontare l’interruzione di gravidanza in maniera meno gravosa per la sua psiche. Purtroppo, anche in questo caso, le regioni si stanno muovendo in ordine sparso: Umbria, Abruzzo e Marche continuano ad osteggiare l’utilizzo della pillola e obbligano al ricovero, rendendo di fatto nulla la linea guida nel ministero. Un aspetto che pesa sull’aborto è quello della sofferenza: il nostro Paese continua a vedere la rinuncia alla gravidanza come un atto che debba essere doloroso, l’aborto come una tappa che sia necessariamente indelebile nell’anima di una donna. L’idea di poterle consentire di esercitare un proprio diritto nella maniera meno invasiva possibile non è contemplato, perché sul corpo della donna si giocano sempre principi moralistici.

Con la pandemia l'interruzione di gravidanza è quasi impossibile

Se non bastasse questa costante erosione di un diritto che 40 anni è stato ampiamente ribadito, il Covid ha peggiorato l’accesso all’interruzione di gravidanza. Diverse associazioni, tra cui Pro-choice Rete italiana contraccezione e aborto, denunciano sin dalla prima ondata come tra reparti chiusi, trasferiti o riadattati per l’emergenza molte donne si siano trovate senza strutture in grado di praticare l’interruzione. Un fenomeno che riguarda un po’ tutta Italia, senza grosse differenze. A questo si è aggiunta anche l’incapacità di trattare pazienti positivi. Quando la legge impone l’aborto entro i primi 90 giorni di gestazione, aspettare che una donna si negativizzi dal Covid può rappresentare un enorme problema. Le associazioni raccontano di numerosissime denunce di rifiuti da parte di strutture, che non avevano alcuna intenzione di procedere con l’aborto, nonostante questa sia per legge un’attività sanitaria e, dunque, anche in caso di Covid è una pratica che va effettuata. Basta assumere protocolli speciali. Peccato che un po’ ovunque non ce ne sia l’intenzione. Un’ulteriore erosione di un diritto che non si è mai compiuto totalmente.

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Trent’anni, giornalista professionista, si occupa di politica e questioni di genere tra web, carta stampata e tv. Aquilana di nascita, ha studiato Italianistica a Firenze con una tesi sul rapporto tra gli intellettuali e il potere negli anni duemila. Da tre anni è a Roma, dedicando anima e cuore al giornalismo. Naturalmente polemica e amante delle cose complicate, osserva e scrive per capirci di più, o per porsi ancora più domande. Profondamente convinta che le donne cambieranno il mondo. 
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