Quando un uomo, marito, compagno, padre o fratello che sia, vi chiede di rinunciare alla gestione del vostro denaro, vi chiede di affidargli i soldi guadagnati perché saprà curare i vostri interessi meglio di voi, vi suggerisce di smettere di lavorare perché c'è lui che può mantenere entrambi, pensateci bene prima di dire sì. Pensateci bene se davvero qualcun altro potrà gestire i vostri soldi meglio di voi, pensateci bene se volete rinunciare ad avere un'indipendenza economica. In alcuni casi queste situazioni non sono altro che il preambolo a una forma di violenza, che non prevede per forza schiaffi e botte, ma che mina proprio all'indipendenza dell'altra metà della coppia. Si tratta della violenza economica. "Una violenza che sfrutta il disinteresse o la mancanza di conoscenza rispetto al denaro – spiega la psicologa e psicoterapeuta Gaia Vincenzi, consulente del Tribunale di Pavia – La donna in questi casi sottostima il proprio ruolo negli ambiti decisionali e gestionali della famiglia e affida a qualcun altro il controllo dei soldi, compresi i suoi". 

3 donne su 10 non hanno un conto in banca

C'è un dato che ci fa capire perché questa violenza è così subdola e perché a volte neanche viene percepita come tale: 3 donne su 10 in Italia non hanno un conto corrente bancario. Si tratta di una conseguenza del fatto che le donne che lavorano in Italia sono soltanto il 40%? Un retaggio culturale? Una vena patriarcale ancora ben radicata che vuole che siano gli uomini a gestire le finanze e a portare la pagnotta a casa? "Il fatto che se ne disinteressi parrebbe come una scelta della donna, che si dirige verso la cura di altri interessi della famiglia, come se ci fosse una spartizione di ruoli. Oggi è ancora culturalmente accettabile che una donna non abbia un conto in banca, che all'interno della famiglia sia il padre o il partner a gestire il denaro. Tante donne pensano che sia normale e giusto così, che l'amministrazione di un conto in banca sia una scocciatura e per questo delegano". 

Le caratteristiche della violenza economica

La violenza economica fa parte della più ampia famiglia della violenza di genere (dove troviamo quella psicologica, fisica, sessuale, amministrativa e cyber violenza) e segue un andamento tipico, che assume la forma di una vera e propria escalation: "Il primo atto che fa l'uomo, marito o parente che sia, è impedire alla donna di acquisire delle risorse che le consentirebbero un'autonomia, come ad esempio andare a lavorare. Il secondo passo consiste nell'impedire lo sfruttamento delle risorse disponibile, la donna sarà costretta, se lavora, a rinunciare al proprio stipendio e a farlo gestire da qualcun altro. Infine consumare e dilapidare a sua insaputa tutte il patrimonio della vittima". Per riconoscerla sin dalle prime avvisaglie bisogna fare attenzione ad alcuni segnali, apparentemente banali ma molto significativi. "Inizialmente si tende a esercitare una forma di esclusione sempre più netta della donna dalla vita economica. La si isola da tutte le questioni legate alla gestione del denaro (anche se magari le è ancora consentito di svolgere delle pratiche ordinarie in banca), poi via via si inizia a controllarla, magari conferendole una paghetta, controllando gli scontrini. Per poi arrivare all'impossibilità per la donna di spendere qualunque cifra se non è stata precedentemente concordata con l'uomo. Lo spossessamento, la dissipazione e lo sperpero di tutte le risorse sono l'ultima fase: assegni scoperti, debiti contratti sfruttando la donna come prestanome. Rappresentano la violenza economica alla sua massima espressione". 

Perché molte donne rinunciano a gestire il denaro

Oltre a percepire come normale il fatto che sia un uomo a gestire le finanze ci sono alcuni tratti comuni in tutte le donne vittime di questo tipo di violenza. "In tutte queste donne riconosciamo alcune caratteristiche come la mancanza di autostima e la difficoltà a esprimersi. La quasi totalità ha difficoltà a raccontare quello che succede tra le quattro mura di casa. Si sente in colpa, si vergogna, ha paura del giudizio, teme di non essere compresa e allo stesso tempo non si rende conto della situazione traumatica che sta vivendo. E spesso quando si apre trova dei consigli un po' faciloni quasi sempre impossibili da attuare". Oltre che tipizzare la vittima è interessante anche capire qual è la dinamica che si innesca all'interno della relazione: "In quasi tutti i casi di violenza, anche fisica, esiste una sorta di dipendenza tra chi la subisce e chi la attua: una sorta di circolarità – spiega la psicologa Vicenzi – Si parte dal conflitto, dove esiste ancora la possibilità quindi di un confronto, la violenza sale e poi il carnefice chiede scusa, diventa generoso, dando vita a un periodo di relativa quiete, detto anche di luna di miele. Per poi ripetere tutto daccapo". In molti casi inoltre la violenza economica assume le sembianze di una vera e propria minaccia: molte donne scelgono di non lasciare l'uomo con cui stanno per paura di non potersi mantenere economicamente, magari hanno un lavoro precario o l'hanno lasciato per assecondare la volontà dell'altro. E spesso i partner, in maniera più o meno esplicita, fanno capire loro che non sono in grado di gestirsi economicamente, che non possono essere autonome, un atteggiamento che le renderà insicure e le farà sentire dipendenti dal proprio compagno o marito.  Peggio ancora invece quando nonostante il divorzio e le sentenze di un tribunale gli ex mariti non rispettano gli accordi e non versano gli assegni di mantenimento o quelli per i figli. Anche questa è una forma di violenza economica.

Come prevenire la violenza economica e come difendersi

Per prevenire questo tipo di violenza è fondamentale stare sempre in campana, capire se si sta diventando marginali rispetto alla gestione economica della famiglia e poi non bisogna temere di parlare di soldi, discutere della loro gestione è importantissimo all'interno del contesto familiare. "Bisogna difendere il proprio territorio. Più lo difendo meno spazio lascerò all'invasione da parte di padre, fratello o marito. E se ci si rende conto che c'è un conflitto è bene esprimere il proprio disappunto, non trincerarsi dietro un silenzio. Se il conflitto si tramuta in violenza e sopruso uscirne diventerà ancora più difficile". E poi parlarne, senza vergogna e senza timore. "Il silenzio non aiuta. Anzi contribuisce a creare una sorta di prigione dalla quale uscirne è sempre più difficile e isola da tutti gli altri rapporti. Con più persone se ne parla meglio è". Durante il lockdown le richieste di aiuto ai centri antiviolenza sono aumentate del 119%  e sicuramente le difficoltà economiche a cui tante famiglie sono andate incontro avranno causato discussioni nella gestione del denaro: "Anche se non ci sono ancora studi in tal senso è altamente probabile che a causa del Coronavirus si siano innescate delle dinamiche di violenza economica. In tanti hanno perso il lavoro o guadagnato di meno e la difficoltà a gestire le poche risorse ha messo sicuramente più a rischio le donne di subire questo tipo di violenza". La violenza economica è un reato ed è punibile con la legge. Anche se non esiste una norma ad hoc può essere inquadrata all'interno dei maltrattamenti in famiglia: "Il primo passaggio solitamente è l'ammonimento del maltrattante che viene invitato a un colloquio con specialisti (di solito psicologi o mediatori familiari) per far sì che possa comprendere il disvalore sociale del suo comportamento. Qualora questa misura si riveli inefficace si potrà proseguire con una denuncia vera e propria".

Le informazioni fornite su www.fanpage.it sono progettate per integrare, non sostituire, la relazione tra un paziente e il proprio medico.
i