La mattina del 5 febbraio 2019 segna un prima e un dopo nella vita di Sabrina Paravicini: prima della diagnosi e dopo la diagnosi. Sentirsi dire di avere un tumore maligno al seno è qualcosa da cui non si torna indietro, che ti mette dinanzi a un percorso che sai per certo cambierà la tua vita e il tuo corpo. Quel percorso l'attrice lo ha raccontato a parole, mettendo nero su bianco ogni pensiero, ogni sensazione, ogni speranza; annotando ogni singola iniezione, memorizzando ogni viso incrociato in sala d'attesa prima delle chemio. Ed è così che è nato Fino a qui tutto bene (Sperling & Kupfer), che come specifica l'autrice stessa non è un libro destinato ai malati o ai parenti dei malati. È un libro per tutti, perché tutti ci troviamo dinanzi a sfide importanti nella nostra vita. E tutti combattiamo con le armi a nostra disposizione, trovando le forze in ciò che ci appartiene, attingendo a risorse che cambiano a seconda del vissuto, che forse nemmeno si sapeva di avere, ma che sempre ci sono.

«La paura è una costante di chi si trova ad affrontare un tumore»

In Fino a qui tutto bene il nome Nino ricorre più volte della parola cancro. I dieci anni precedenti alla diagnosi del 5 febbraio Sabrina li aveva trascorsi per dedicarsi interamente a lui, affetto da sindrome di Asperger, mettendo la carriera in stand-by. Nino è stato essenziale per lei: col suo affrontare la vita in modo pulito, spensierato e senza schemi le ha reso tutto più lieve, a tratti giocoso. Durante l'intervista a Fanpage.it ha raccontato: «Facevamo dei video tipo comiche: io mi mettevo la parrucca, arrivava la sua mano da sopra, me la toglieva. Facevamo dei giochi, ha cominciato a chiamarmi con nomi assurdi. Però questa cosa alleggeriva molto la paura, che è una costante di chi si trova ad affrontare un tumore». Nel libro a proposito del loro rapporto scrive:

Con lui posso essere sempre me stessa, con lui posso fare ed essere qualunque cosa senza temere di perdere nulla del suo amore. Lui è la parte migliore di me, quella che da sempre mi aiuta a convivere con le mie fragilità

Da Be Kind a B33: la diversità fa paura

Per quanto possibile Sabrina non è stata ferma durante la malattia: ha realizzato un documentario in questo anno difficile. Ha filmato tutto, dal momento della diagnosi in poi, passando per le chemio, per la testa rasata, per le visite in ospedale fino alla mastectomia e ai follow up. Di B33, questo il titolo, Sabrina nell'intervista ha detto: «Girarlo mi ha salvato». Prima di questo Sabrina e suo figlio avevano invece girato insieme il documentario Be Kind, che era il viaggio gentile di Nino nel mondo della diversità. La diagnosi di tumore è arrivata proprio quando stava per uscire al cinema, mentre i due erano nel pieno delle presentazioni e del coinvolgimento nei festival del settore. B33 è un lavoro certamente diverso da Be Kind, ma ne è per certi versi la prosecuzione. Entrambi hanno a che fare con la diversità che nella società narcisista di oggi si fa così tanto fatica ad accettare, proprio come la malattia e la perdita, ossessionati come siamo dalla perfezione.

«Ho trovato un senso della vita molto intimo»

Dopo gli anni impiegati per fare pace con l'autismo di suo figlio, Sabrina si è trovata a fare i conti con una nuova battaglia. Ma è riuscita a dare un senso al suo viaggio, ad imparare tanto su di sé. Nel corso dell'intervista ha rivelato: «Ho trovato una centratura, un senso della vita molto vero, molto intimo. Quello che mi auguro è di non perderlo più. È una centratura potentissima, perché io adesso ho preso le misure con me, con gli altri, con il tempo. Il senso è la tua essenza vera che strada facendo inevitabilmente perdi». E le nuove consapevolezze riguardano anche il suol corpo, così messo a dura prova dal dolore fisico che la malattia e le chemio causano: «Vedi il tuo corpo che si trasforma. Cominci a perdere i capelli, le sopracciglia, le ciglia. Io ero dimagrita 10 chili ma mi ero gonfiata. Era un corpo che non mi rappresentava più, però mi sono resa conto che io a quel corpo come era in quel momento ho cominciato a volere molto più bene che negli ultimi 50 anni della mia vita, proprio perché ne ho preso coscienza, ne avevo comprensione». Nel libro al riguardo scrive:

Ho visto cose dentro di me che non avevo mai visto, ho provato emozioni che non sapevo esistessero, nel bene e nel male. Ho sentito il mio fisico mutare verso confini che non sapevo di poter affrontare

«Vivere senza paure influisce sulla cura»

"Tu sei il mio amico delle vette, tutto il resto per me è pianura": sono i versi di una scrittrice russa citati da Sabrina durante l'intervista per spiegare il suo rapporto con quelli che definisce "i fratelli di chemio". «Loro sono i miei amici delle vette, quelli con cui ho scalato le montagne della chemioterapia». Il fatto di vivere la stessa situazione rende i pazienti oncologici particolarmente affini: non c'è bisogno di mascherarsi o fingere, perché tutti sono consapevoli di cosa stia passando l'altro. Si tratta di una sorta di terapia di gruppo senza terapista, che secondo l'attrice ha molti benefici: «Ho letto che le persone che condividono le proprie esperienze durante la chemioterapia hanno molte più possibilità non di guarire, ma di vivere meglio, più serenamente. E vivere senza paure influisce su come va la cura».

L'importanza della ricerca e della prevenzione

Anche se i tassi di mortalità per il cancro al seno si sono già abbassati rispetto al passato, si spera di poter fare ancora di più e di migliorare ulteriormente la qualità della vita dei malati. Il fronte della ricerca è fondamentale tanto quanto quello della prevenzione. Come scrive Sabrina in Fino a qui tutto bene:

Il cancro è democratico, non fa distinzione. Non è una sfortuna ma è statistica, matematica. Lo possiamo combattere con la prevenzione, con esami regolari, ogni sei mesi magari, con esami del sangue precisi che rilevano i marcatori. Magari non si sfugge alla statistica, ma almeno si possono fare interventi meno distruttivi, più conservativi, oppure si può evitare la chemioterapia e tutti i suoi effetti devastanti.