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Pina Picierno, europarlamentare Pd: “La crisi da Covid ha fatto riscoprire alle donne la sorellanza”

Deputata al Parlamento Europeo e membro della Commissione per i diritti delle donne e l’uguaglianza di genere, Pina Picierno in una lunga chiacchierata con Fanpage.it ha giudicato “una grossa ferita” la mancanza di ministre democratiche nel nuovo esecutivo Draghi. Su questa scelta del Pd ammette: “Il Partito Democratico da forza di cambiamento è diventata forza di stabilizzazione”. Verso l’ex della Bce, però, si dice fiduciosa: “Ha già dimostrato in passato capacità di visione, mi aspetto che quella stessa capacità sia rivolta anche a colmare il divario tra uomo e donna che esiste ancora nel 2021”
A cura di Giulia Torlone
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“Senza l’Italia non c’è l’Europa, ma fuori dall’Europa c’è meno Italia” è stato uno dei passaggi chiave del discorso del neopresidente del Consiglio Mario Draghi in Senato. Con una spallata a qualsiasi forma di sovranismo, l’ex della Bce ha dato un forte segnale di appartenenza all’Unione. La stessa Ue che ha fatto come elemento strategico primario il raggiungimento della parità di genere, altro passaggio chiave di Mario Draghi nel discorso in Aula. Di certo le polemiche sulle nomine del nuovo Governo non sono mancate: poche donne nei ministeri chiave e nessuna di loro appartenente al Pd. Proprio di Europa e Partito Democratico Fanpage.it ne ha discusso con Pina Picierno, eurodeputata in quota dem e membro della Commissione per i diritti delle donne e l’uguaglianza di genere del Parlamento europeo.

Onorevole, il Partito Democratico nel nuovo Governo Draghi ha schierato 3 ministri, tutti uomini. L’unico partito a non aver proposto un nome femminile. Molte sue colleghe hanno denunciato una mancanza di leadership delle democratiche. Dov’è il problema secondo lei?

È una scelta che mi ha colpito moltissimo. Oltre la scelta in sé, però, mi hanno colpito le motivazioni: abbiamo assistito ad uno scaricabarile diffuso rispetto a quello che è accaduto, che resta una cosa molto grave. Ancora più grave se si considera che il Pd è l’unica organizzazione politica che per statuto e per scelta ha fatto della parità di genere negli organismi dirigenti una cifra identitaria. Noi riconosciamo almeno il 50 per cento degli incarichi alle donne, quindi viene da chiedersi come diamine sia stato possibile arrivare ad una situazione di questo tipo.

Quale spiegazione si è data?

Ho provato a rifletterci in maniera profonda. Credo che le ragioni fondamentali siano due, entrambe connesse. La prima è interna al Partito, la seconda è legata alla crisi che stiamo vivendo. Il Pd è nato come forza che avrebbe dovuto cambiare un Paese che appariva irriformabile, ma il Pd da forza di cambiamento è diventato forza di stabilizzazione, così si è presentato in questi mesi: con la responsabilità. La stabilizzazione, in un Paese che strutturalmente paga un prezzo enorme in termini di instabilità, non è di per sé negativa perché indica un'assunzione di responsabilità. Il punto per me è che questo non può essere una ragione sociale, un’identità sostitutiva del Partito Democratico, come mi pare essere avvenuto ultimamente. Perché se accade questo, ci si preclude la possibilità di rappresentare tutti i bisogni nuovi e quindi anche quello delle donne. Continuo a pensare che il Pd debba rappresentare quello spirito maggioritario per cui è nato, dove per maggioritario intendo l’ambizione di rappresentare la maggioranza degli italiani e quindi in questo senso diventano centrali le questioni di genere e delle nuove generazioni. È stato un enorme passo falso.

E la seconda ragione?

Io sono nella commissione Ue che si occupa di parità di genere e diritti delle donne e per prime abbiamo denunciato il fatto che la pandemia avrebbe avuto effetti maggiori e più preoccupanti sulle fasce più deboli della popolazione: donne e giovani. E i dati di oggi ci danno conferma di quella che prima era solo un’intuizione e invece è una drammatica realtà. La verità è che nulla è stato fatto anche rispetto alla richiesta tenace che veniva da Bruxelles. Dal Parlamento europeo abbiamo chiesto che venisse inserito nei piani nazionali la valutazione dell’impatto di genere come criterio rispetto alla valutazione dei piani nazionali stessi, abbiamo fatto un lavoro molto ambizioso e tenace. Ma ho notato, però, che in Italia nulla è stato fatto per dare seguito all’allarme che veniva da Bruxelles e quindi evitare che questi effetti molto forti colpissero le donne. La classe dirigente, tutta, si è piegata alla contingenza e questo ha elaborato una traiettoria scarsa di uscita dalla crisi, che includesse anche le donne e i giovani. Questo ha causato una fatica nella rappresentanza di questi bisogni.

Si sono levate più voci che hanno esortato voi donne del Pd a battere i pugni sul tavolo e pretendere di sedere ai tavoli decisionali. Secondo lei avete sbagliato qualcosa, siete state troppo morbide nel rivendicare un bisogno di leadership femminile?

Come donne democratiche abbiamo dato battaglia da sempre e abbiamo fatto in modo di essere rappresentate ottenendo la metà della rappresentanza negli organi statutari. Credo però che questa appena accaduta sia un’enorme ferita. Negli ultimi mesi noi donne del Partito abbiamo fatto un lavoro enorme con l’associazionismo, come “Donne per la salvezza” e “Il Giusto mezzo”. Quello che è evidente è che rispetto a questo lavoro c’è stata una risposta insufficiente, anche rispetto all’elaborazione delle istanze e delle richieste che arrivavano da quei tavoli. Noi abbiamo detto delle cose, abbiamo parlato del fatto che la crisi mordeva in maniera più forte sulle donne, ma rispetto a tutto questo non c’è stata una grande presa di coscienza.

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Il tema della parità di genere è presente sin dal discorso di insediamento di Ursula Von Der Leyen. In un momento di fragilità economica e sociale, quali sono i passi dell’Unione Europea a salvaguardia delle donne?

Il 5 marzo scorso la Commissione ha adottato la strategia per la parità di genere e a gennaio di quest’anno abbiamo votato una relazione di iniziativa che è un commento del Parlamento sulla strategia. I punti fondamentali sono: combattere la violenza e gli stereotipi di genere attraverso lo strumento più prezioso che abbiamo, la Convenzione di Istanbul e, soprattutto, la volontà di aggiungere la violenza di genere nei reati che sono di competenza legislativa dell’Unione. Fino ad ora, tutti i reati ascrivibili a violenza di genere, non sono ritenuti reati su cui c’è competenza legislativa specifica dell’Unione, ma solo degli stati membri. Il secondo punto è rafforzare il potere economico femminile attraverso anche misure legislative. Noi abbiamo chiesto e stiamo dando battaglia sulla trasparenza salariale. Terzo punto: rafforzare la partecipazione femminile, elemento a cui faceva riferimento anche Draghi, nei settori dell’economia ma anche nei settori della politica. Per esempio, stiamo dando battaglia per avere una direttiva che garantisca la presenza di donne in posizioni apicali e nei cda aziendali.

Tre punti ambiziosi, non rischiano di restare lettera morta?

Quello che abbiamo detto, infatti, anche attraverso i miei emendamenti, è che questo ragionamento deve arrivare ad essere concreto. Bisogna quindi inserire degli indicatori che valutino il successo o l’insuccesso, un monitoraggio e una valutazione nel merito, così come avviene per tutti gli obiettivi che si pone la Commissione.

Valutazione chiara e misurabile, quello che sembrava mancare alla vecchia bozza del Recovery Plan, che ha lasciato con l’amaro in bocca anche Il Giusto mezzo, che chiedeva che il 50 per cento del denaro fosse utilizzato per sostenere le donne in ambito lavorativo e familiare

Questo si lega anche all’annosa questione “quote rosa sì, quote rosa no”. Ma se non si ha un parametro di riferimento che stabilisce dei criteri, come si fa a stabilire l’adeguata presenza delle donne nei settori pubblici e privati? In che modo si va a colmare quel divario che in Italia, ma anche in Europa, è così ampio e così ingiusto? Questo accadrà finché non ci saranno criteri misurabili e finché non ci saranno donne a decidere quali sono le priorità, soprattutto nell’organizzazione dei tempi. Si pensi ai tempi del lavoro e della politica, a quanto per una donna che ha un bambino siano limitanti, perché di fatto sono un ostacolo alla partecipazione effettiva di quella donna. Allora quante madri rinunciano a partecipare alla vita pubblica e politica perché non ce la fanno a tenere dentro tutte le cose? Già la definizione dei tempi rispettosi della vita delle donne aiuterebbe ad aumentare la partecipazione.

Nell’ultimo anno c’è stata una ritrovata sensibilità verso il superamento del gender gap da parte dell’opinione pubblica e politica?

Quando ad aprile 2020 rilanciai in Italia l’idea, nata a Bruxelles, di utilizzare parte del Next Generation Eu per le donne, i commenti ricevuti erano di questo tipo: “Ma la Picierno vuole investire i fondi per attività di estetiste o per corsi di ricamo?” Sono stata subissata di insulti. La cosa che è cambiata davvero è la capacità delle donne di fare rete, una cosa che è sempre mancata. C’erano voci autorevoli, ma isolate. Non si riuscivano a fondere le istanze in maniera trasversale tra politica e associazionismo con la stessa intensità di oggi. Ora questo c’è. O si diventa un coro dove ognuna intona la sua parte, o altrimenti non si va lontano. Si era persa la sorellanza del primo femminismo.

Sul tema dell’uguaglianza di genere, crede che il Governo Draghi abbia gli elementi e la forza necessari per portare avanti quanto il neopresidente ha dichiarato nel suo discorso?

Le crisi o portano a una lettura del futuro ambiziosa o si precipita verso il burrone. La risposta europea alla crisi da Covid è stata all’altezza, abbiamo dimostrato di aver rifondato l’Europa su basi nuove di solidarietà, condivisione del debito e della stessa crisi con il messaggio “nessuno si salva da solo”. Ora si deve capire se in Italia siamo all’altezza della sfida che abbiamo di fronte. Perché in momenti come questi o si approfitta per colmare quegli enormi divari che ci sono nel Paese, oppure quei divari diventeranno delle voragini. Noi in Ue abbiamo ottenuto che l’impatto di genere fosse tra i criteri di valutazione della Commissione, quindi c’è poco da scherzare, è un parametro obbligatorio per la spesa del Recovery e Draghi lo sa bene. In passato ha dimostrato capacità di visione e mi aspetto che quella stessa capacità sia rivolta anche a colmare quel divario uomo donna che esiste ancora nel 2021.

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Trent’anni, giornalista professionista, si occupa di politica e questioni di genere tra web, carta stampata e tv. Aquilana di nascita, ha studiato Italianistica a Firenze con una tesi sul rapporto tra gli intellettuali e il potere negli anni duemila. Da tre anni è a Roma, dedicando anima e cuore al giornalismo. Naturalmente polemica e amante delle cose complicate, osserva e scrive per capirci di più, o per porsi ancora più domande. Profondamente convinta che le donne cambieranno il mondo. 
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