La violenza nei confronti delle donne non è solo quella di cui si parla più spesso: la violenza fisica dei partner o peggio il femminicidio. Le donne subiscono quotidianamente anche violenza verbale e in contesti non necessariamente familiari, ma anche in ambito lavorativo o sui social per esempio: commenti inappropriati, insulti umilianti, battute sessiste, giudizi mortificanti, appellativi denigranti. Le ripercussioni psicologiche di tutto questo sono profonde e difficili da superare: si innescano meccanismi autodistruttivi che chiudono la donna in forme di annullamento che poi sfociano in una sorta di dipendenza verso il carnefice. Ecco perché diventa difficile chiedere aiuto e uscirne. A essere messa a dura prova è l'autostima: con la violenza verbale si cerca subdolamente di sottomettere l'altra persona agendo sull'emotività, attraverso il senso di vergogna che ovviamente prende il sopravvento sulla propria dignità e sulla propria libertà. L'umiliazione della donna con le parole, sia essa fatta sui social o verbalmente, da parenti o sconosciuti o colleghi di lavoro, è fatta sempre per sminuire la vittima. Il più delle volte reiterando con questo comportamento l'aggressore raggiunge il suo scopo, perché le parole hanno un potere da non sottovalutare: feriscono e per questo possono essere una forma vera e propria di abuso.

Il linguaggio sessista è violenza verbale

Il linguaggio sessista affonda le sue radici in una serie di stereotipi e luoghi comuni di cui le donne sono ancora vittime, generate da un mondo maschilista duro a morire. Dalla donna che deve necessariamente realizzarsi come mamma a quella che deve per forza volere un uomo accanto: una volta inquadrata la figura femminile in certi modelli è difficile aprire la gabbia e fare spazio a quel ventaglio di opportunità ed espressioni che invece le donne reclamano. Vogliono scegliere liberamente quando si tratta di sé stesse, del proprio corpo, della propria vita, non vogliono replicare all'infinito quei comportamenti tramandati dal patriarcato come gli unici giusti. E per umiliare, sminuire, minimizzare e offendere colei che invece suggerisce una "diversità" di atteggiamento non conforme agli standard, ecco spuntare le offese e le critiche. Il più comune insulto a una donna, usato anche con una certa leggerezza, è certamente puttana. È un modo sottile di riferirsi alla donna come oggetto: in quanto tale la potenziale minaccia sessuale da subire è insita nella sua natura e va dunque "giustificata". Non a caso, quello che si dice di una donna stuprata è spesso: se lo è meritato.

L'insulto più comune per una donna è puttana, non stronza

Per offendere una donna la insultiamo col termine puttana perché la sfera sessuale come nessun’altra è capace di generare umiliazione. Da qui anche la potenza del revenge porn, usato proprio per distruggere la reputazione. Usare la parola puttana significa far riferimento a quella che un tempo era "una donna di facili costumi" per mestiere, ma calando il termine nella nostra società per così dire emancipata significa riferirsi anche semplicemente a una donna intraprendente, sensuale, disinibita, che magari non disdegna un abito provocante, che si trucca e che non ha vergogna di parlare delle proprie esperienze. Già fa riflettere il fatto che il termine non abbia una sua declinazione maschile ugualmente usata come insulto, ma in aggiunta a questo c'è anche da dire che un uomo non viene mai giudicato in base alla propria libertà sessuale. Usare un linguaggio sessista significa dare manforte al maschilismo e alimentare gli stereotipi, delegittimando certi comportamenti socialmente ancora visti con sospetto. Ma proprio la società è fatta di linguaggio, sono due lati della stessa medaglia: la lingua accompagna la società nella sua evoluzione e ne viene a sua volta influenzata. Cominciare a depurare il nostro modo di parlare sarebbe il segno di una presa di coscienza che a sua volta si rifletterebbe nella quotidianità, liberando le donne dalla paura costante del giudizio.