Ho voluto dare un riconoscimento alle donne che si sono contraddistinte per il loro incredibile lavoro e non sono state considerate”. Parole di Natalie Portman, che oltre a pronunciarle ha voluto fare di più. Alla proclamazione degli Oscar, l’attrice ha sfilato sul red carpet in uno strepitoso Dior Couture in tulle trasparente nero con ricami in oro e lunga cinta con nappe finali. Il tocco di classe, però, è stata la cappa, sempre total black con piccole scritte in corsivo oro. A ben guardare, quelle parole ricamate non erano messe lì a caso: sono i nomi delle registe donne escluse dall’Academy alla premiazione di quest’anno.

Natalie Portaman e la battaglia per le registe di talento

Un manifestazione garbata, si potrebbe stilosa, che però non fa perdere di vista il problema denunciato già da anni: la mancanza totale di donne nelle nomination a miglior regia. Nessuna filmaker infatti è stata nominata, e ciò appare grottesco se pensiamo alla Hollywood in piena me too. I nomi cuciti sulla mantella di Natalie Portman sono cinque: Greta Gerwig, regista del remake di Piccole Donne, Lulu Wang (The farewell), Lorene Scafaria (regista di Hustlers-Le ragazze di Wall Street) e Melina Matsoukas (regista di Queen & Slim). Ad aver fatto la voce grossa a nomination appena uscite è stata Women in film, un’associazione il cui scopo è promuovere e incrementare la parità di genere a Hollywood:

Women In Film celebra tutte le donne il cui notevole lavoro davanti e dietro la macchina da presa è stato riconosciuto dall’Academy. Tuttavia, le nomination all’Oscar di quest’anno ripropongono anche che abbiamo ancora un duro lavoro da fare per raggiungere la parità delle donne in tutte le industrie dello schermo – in particolare per le donne registe, il cui straordinario lavoro quest’anno è stato quasi dimenticato dal riconoscimento dei premi.

La verità infatti è che dietro la macchina da presa, le donne fanno fatica ad avere il proprio riconoscimento, negli Stati Uniti e altrove. Piovono premi peritatissimi per le interpretazioni, ma per i ruoli di comando come la direzione di lungometraggi siamo ancora a zero. Quest’anno poi in gara c’era Piccole Donne, che concorreva in più categorie (tra cui quella come miglior film), ma esclusa da quella come “miglior regia”. Un paradosso se pensiamo che nel 2017 Greta Gerwing aveva concorso in questa categoria con il suo bellissimo Lady Bird.

Se Hollywood esclude le donne, le filmaker diventano "indipendenti"

E se Hollywood è ancora un posto ostile per le filmmaker, uno studio condotto da Indie Woman ha rivelato che le donne si stanno imponendo, invece, nel cinema indipendente: le registe, che nel 2017-2018 contavano appena il 29% del totale, sono cresciute fino al 33%, le produttrici il 37%, le produttrici esecutive il 32%, le tecniche del montaggio il 29%. Si può ben dire che dove il mainstream pecchi ancora, i festival considerati di nicchia, invece, fanno egregiamente il proprio lavoro. Lo scorso anni, infatti, al Sundance Film Festival il 45 % dei film presentati in gara era diretto da donne.

Il problema, quindi, continua ad essere il mondo degli affari e dei blockbuster. Un mondo che vuole ancora relegate le donne a grandi interpretazioni attoriali, ma con poca capacità dirigenziale. Per questo appare grottesco che, negli Stati Uniti del post Weinstein, ci sia ancora spazio per questo mondo chiuso e affaristico fatto su misura dell’uomo. La levata di scudi degli ultimi anni contro le molestie sul lavoro, l’ingiustificabile differenza di retribuzione tra attori e attrici sono battaglie che continuano all’interno dei grandi Studios ma che si sono propagati a macchia d’olio anche fuori da lì. È arrivato ora il momento che anche l’universo mainstream riconosca il potere di una donna dietro la macchina da presa, lo stesso che viene riconosciuto dal pubblico in sala. Ancora una volta gli spettatori, come la società civile, sono i primi a recepire che il vento sta cambiando. Signori, mettetevi al riparo.