Maria Luisa, Barbara, Cinzia, Rosalba, Luminita, Filomena, Aliona, Giulia, Miriana, Valentina, Teresa, Mihaela, Zinaida, Nina, Celestina. Eccoli i nomi delle donne ammazzate negli ultimi due mesi dai loro compagni. Solo due mesi. Si dice troppo spesso che l’Italia non sia un Paese per donne e ogni anno, all’avvicinarsi del 25 novembre, ci tocca constatare una volta in più che è tristemente vero. La fotografia che ci regala l’Istat, in riferimento al 2018, è impietosa: sono 142 i femminicidi consumati lo scorso anno, un aumento del + 0,7 per cento che diventa un + 6,3 se consideriamo gli omicidi di donne consumati nell’ambito familiare. Poco prima della Giornata internazionale contro la violenza sulle donne, c’è un passo indietro che tutti noi dovremmo riuscire a fare. Fermarci e guardare il nostro Paese e tutte le sue storture, un Paese che sembra ancora ostile ad assorbire e superare la differenza di genere. L’omicidio, la violenza, lo stalking sono tre reati che, neanche a dirlo, hanno una gravità differente e un impatto diverso sulla vittima. Sono, però, la rappresentazione, portata all’estrema conseguenza, di una difficoltà profonda nell’accettazione della libertà femminile. Ed è proprio su quella mancanza di libertà che sarebbe opportuno fermare lo sguardo.

Tante violenze una sola violenza

Una donna, ogni giorno, fa i conti con una serie di difficoltà che appartengono così smaccatamente al tessuto sociale italiano che quasi non ci facciamo più caso. Perché la privazione della libertà femminile è anche essere costrette a scegliere tra il lavoro e la costruzione di una famiglia. Anche in questo caso, le cifre parlano chiaro: un milione di donne ha dovuto ricontrattare gli orari di lavoro dopo aver avuto un figlio. Quattro volte in più dei padri. Al sud, meno di tre donne su dieci hanno la possibilità di utilizzare i servizi per i figli. Perché se il lavoro è dignità ed emancipazione, non è più possibile che questo debba cozzare con la volontà di crearsi il proprio nucleo familiare. Secondo la classifica riportata dal “Global Gender Gap Report 2018”, stilata dal World Economic Forum sulla base di diversi parametri, su 149 Paesi presi in analisi, l’Italia si attesta al 70° posto, registrando un notevole slittamento verso il basso rispetto al 2015, quando ci collocavamo al 41° posto.

E se una donna lavora, ricoprendo un ruolo paritario rispetto a un uomo, ecco che in busta paga si trova uno stipendio minore. Non è letteratura: anche qui sono i numeri a denunciarlo. Afferma l’Eurostat che la differenza salariale tra uomo e donna in Italia è pari al 5,3 per cento, piazzandosi anche piuttosto bene nel panorama dei Paesi Ue. C’è un però, come ci indica uno studio del Sole 24 ore di un anno fa:  “Se nell’Unione europea la disparità di retribuzione complessiva è determinata principalmente dal Gender pay gap, cioè dalla differenza di retribuzione per ora lavorata (37,4%), a cui segue, con un contributo della differenza nel tasso di occupazione e della differenza nel numero di ore lavorate, in Italia i pesi sono diversi: il divario di genere nei tassi di occupazione rappresenta di gran lunga il principale contributo alla disparità di retribuzione complessiva (56,3%), seguito dal divario di genere nelle ore retribuite (32,7%) e dal Gender pay gap (11%)”. Insomma, dove negli altri Paesi il primo problema è la differenza salariale, in Italia le donne negli organici aziendali hanno proprio difficoltà a entrarci.

Il gender gap, una violenza per le donne

Cosa c’entra il gender gap, la mancanza di politiche che permettano alla donna di conciliare lavoro e vita privata, con la violenza fisica? Partiamo dal presupposto che l’obbligo per una donna a fare il doppio di un uomo per ottenere libertà e indipendenza sono forme di violenza a tutti gli effetti, anche se l’assuefazione al fenomeno spesso non ci permette di riconoscerla come tale. Va anche detto, però, che se la maggioranza delle donne non è messa nelle condizioni di spezzare questa catena, chi lo fa, in molti contesti familiari, sarà ancora considerata come una scheggia impazzita. La violenza sulle donne si estirpa solamente con una politica attiva che trasformi le eccezioni in prassi. Una politica che tagli l’iva sui beni femminili di prima necessità, che colmi il divario salariale tra uomo e donna, che crei servizi per chi lavora e sceglie di avere figli, senza essere costrette a rinunciare a uno dei due. Rendendo tutto questo la normalità, la libertà della donna e la legittima ricerca della felicità personale non sarebbero più viste da alcuni mariti o compagni come una minaccia. Perché se è sacrosanto che ogni assassino paghi per le proprie colpe, è altrettanto necessario che la politica aiuti le donne a essere libere davvero. Non solo ricordandole il 25 novembre di ogni anno.