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Opinioni
19 Febbraio 2021
13:21

Il 70 % delle donne abusate non denuncia: nel Paese del “te la sei cercata” non possiamo stupirci

Un sondaggio dell’Agenzia dell’Unione Europea per i diritti fondamentali rivela che l’Italia è il Paese europeo dove meno donne vittime di abusi e violenze si sono rivolte alla Polizia o alle Organizzazioni per denunciare l’accaduto. Oltre al timore di non vedere il proprio aguzzino scontare una pena certa, a pesare sono la sudditanza economica della vittima e la gogna sociale a cui è sottoposta nei casi di stupro.
A cura di Giulia Torlone
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Il settanta per cento delle donne che hanno subito molestie negli ultimi cinque anni non ha denunciato il fatto. Questo dato inquietante ci arriva dall’Agenzia Ue per i diritti fondamentali che, in un sondaggio condotto su 35mila cittadini degli Stati membri (più Macedonia del nord e Regno Unito), rivela anche che l’Italia è il Paese europeo dove meno donne intervistate hanno detto di aver subito molestie negli ultimi anni. Solo il 2 per cento.

Se i numeri parlano chiaro, bisogna però capire quello che c’è dietro alle cifre e il perché l’Italia goda di questo triste primato, con Malta e Portogallo. Nonostante negli ultimi anni sia molto alta l’attenzione verso le molestie, appare ancora chiaro che non sia abbastanza. Questo perché la violenza sulle donne, non è la prima volta che se ne parla, ha tantissimi volti. Se l’introduzione della legge denominata Codice Rosso ha dato i suoi frutti in termini di aumento delle denunce, è altrettanto vero che i reati a danno delle donne sono aumentati negli ultimi anni. A questo si aggiunge, secondo i dati della direzione centrale della Polizia criminale, il fatto che è ancora alta la percentuale dell’inosservanza di quei provvedimenti che riguardano la vicinanza e i luoghi frequentati dalla persona offesa. Per dirla con parole povere: le ordinanze restrittive, il divieto di avvicinarsi alla donna che denuncia, non vengono rispettati in svariati casi. Questo ci insegna che le vittime di violenza, nel timore di inasprire un atteggiamento violento da parte dell’ex partner, ha ancora timore a rivolgersi alle forze dell’ordine se non ha certezza della pena. Il timore, però, non è l’unico elemento che spiega la violenza. Vale la pena differenziarne il tipo, per comprendere meglio le cause.

La violenza domestica e la mancanza di libertà economica e sociale

La violenza fisica, in Europa, in più di una donna su tre è perpetrata all’interno delle mura domestiche. Se vale in questo caso il discorso fatto sul timore di ripercussioni da parte del partner, non va sottovalutato un aspetto di cui spesso dimentichiamo: una donna che subisce violenza non è una donna libera. Non lo è dal punto di vista psicologico (i dati parlano del 69 per cento di donne che riportano conseguenze di questo tipo), ma non lo è neanche dal punto di vista sociale ed economico. Un uomo violento, nella stragrande maggioranza dei casi, isola la propria donna dalla cerchia di amicizie e dai familiari, rendendola di fatto sola. A questo si aggiunge, e non è meno importante, anche la cosiddetta “sudditanza economica”. Nelle relazioni domestiche violente, spesso la vittima è tenuta sotto scacco anche da una dipendenza che si misura in denaro. In molti casi riscontrati anche nei centri di ascolto per vittime di violenza, infatti, le donne non hanno lavoro. Come possiamo pensare che, senza un’adeguata politica verso l’inclusione sociale e l’empowerment femminile, una vittima di violenza possa non aver il timore di ribellarsi a un partner abusante rischiando di non avere più nulla per sé e per la sua famiglia? Cercare di guardare le cose nella sua totalità è quello che serve per inquadrare il fenomeno a pieno e capirne le cause. Smettiamola di dire che le vittime devono correre in questura, se poi non siamo realmente in grado di sostenerle nel percorso successivo o se, ancora più importante, non abbiamo messo in piedi degli strumenti che spezzino una dipendenza economica che sbarra la strada a qualunque tipo di libertà.

Denunciare uno stupro nonostante i pregiudizi

Nel sondaggio dall’Agenzia Ue per i diritti fondamentali, c’è un altro passaggio che vale la pena sottolineare. Quasi tre casi su quattro di molestie sessuali (72%) contro le donne sono perpetrati da qualcuno che non conoscono. La maggior parte di questi reati avviene in pubblico, anche se ben l'83% delle donne tra i 16 ei 29 anni ammette di limitare i propri spostamenti e le persone con cui passa il tempo per proteggersi. Uscendo quindi dalla violenza domestica entriamo nell’ambito della violenza sessuale da parte di sconosciuti. E i numeri sono impietosi. Anche in questo caso le denunce scarseggiano, tanto che l'agenzia, a margine del sondaggio, ha invitato gli Stati membri a garantire l'accesso alla giustizia, offrire sostegno mirato, aiutare meglio le donne e facilitare la denuncia dei reati. Oltre a questo, però, ancora una volta è il retaggio culturale sbagliato a impedire alle vittime di parlare e ribellarsi. Possiamo citare il caso Genovese, uno tra i tanti ma che ha fatto sicuramente più rumore, e guardare il circo mediatico che si è scatenato intorno alla ragazza che ha denunciato l’imprenditore. I talk show che mettono alla berlina la vittima scandagliando la sua vita privata, l’uso o abuso di droghe, se fosse il caso di partecipare o meno a quella determinata festa. Si può sopportare tutto questo? Non tutte, legittimamente, hanno le spalle larghe per sopportare questi tribunali improvvisati. La solidarietà intorno alla vittima è ancora cosa rara, si preferisce una neutralità in nome di un garantismo che fa acqua da tutte le parti. Quando ci sono prove, non può esistere una gogna a cui la vittima deve essere sottoposta. Non si può giustificare l’abusante in nessun modo, perché c’è sempre una vittima e un colpevole e ognuno di noi deve sapere da che parte stare. Guardiamo cosa succede sui social, nei salotti televisivi quando una ragazza denuncia uno stupro e non stupiamoci, poi, che i dati forniti dall’Ue siano così allarmanti.

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Trent’anni, giornalista professionista, si occupa di politica e questioni di genere tra web, carta stampata e tv. Aquilana di nascita, ha studiato Italianistica a Firenze con una tesi sul rapporto tra gli intellettuali e il potere negli anni duemila. Da tre anni è a Roma, dedicando anima e cuore al giornalismo. Naturalmente polemica e amante delle cose complicate, osserva e scrive per capirci di più, o per porsi ancora più domande. Profondamente convinta che le donne cambieranno il mondo. 
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