“Per carità, sarebbe da metterlo in galera e gettare la chiave. Però anche lei, cosa si aspettava” e ancora “Se entri nella gabbia di leoni, non puoi mica lamentarti”. Questo è il tenore dei messaggi a post, foto, articoli che trattano il caso di Alberto Genovese, imprenditore napoletano accusato di aver stuprato una ragazza di diciotto anni nel suo attico a Milano. L’ennesimo fatto di abuso e stupro che viene sì condannato dall’opinione pubblica, ma in concorso di colpa con la vittima.

La moralità della vittima è ancora al centro del discorso

Sul fatto di cronaca, su cui gli inquirenti stanno vagliando testimonianze, i social si sono particolarmente scatenati. E ancora una volta il web diventa il ring su cui combattere. Pochi, però, sono quelli che fanno un passo indietro e mettono a fuoco il cuore della faccenda. Al centro di tutto c’è una ragazza appena maggiorenne, invitata a una festa della Milano che conta, il centro dove transitano personaggi dello spettacolo, dell’imprenditoria, dove fiumi di alcol e droga sono offerti letteralmente su piatti d’argento. Una donna giovanissima, a cui sono state addossate delle responsabilità che non ha. Il 10 di ottobre una ragazza è stata chiusa in camera, ammanettata, legata, picchiata, quasi soffocata e abusata per ore e ore da un uomo che pensava di essere onnipotente. Talmente onnipotente da credere che gli spettasse di diritto un corpo femminile, poco importa se drogato per impedirgli di poter correre via. I fatti sono noti, i giornali ne hanno scritto in lungo e in largo, spesso utilizzando descrizioni e aggettivi che hanno lasciato i lettori di stucco. In questi giorni la stampa ha sottolineato le qualità di Genovese, la sua abilità nel fare business, gli affari messi in sordina da un incidente di percorso. Peccato che questo incidente durante la corsa all’oro dell’uomo si chiami violenza sessuale. Abbiamo, dunque, assistito al riproporsi per l’ennesima volta della cultura dello stupro.

La cultura dello stupro esiste ancora

La sovrastruttura intorno al caso Genovese è il simbolo della rape culture. È una narrazione in cui ci si ferma a raccontare i particolari della vita brillante dell’uomo, della sua scalata al successo, istillando nell’opinione pubblica il dubbio che, entrando nel jet set milanese dell’imprenditore, la vittima non se la sia un po’ cercata. Non sono bastate le 18 lesioni riportate dalla ragazza, i video, le testimonianze a darle piena credibilità. Con l’abuso di un garantismo (che di per sé sarebbe sacrosanto), è la vittima a dover dare sempre una prova in più per essere creduta. E se non ci sono dubbi sulla violenza in atto, parte allora la crociata sulla sua dubbia moralità. Ancora una volta, dunque, ci si trova davanti a un binomio che non vuole tramontare, quello che se accetti un invito ad una festa dove circolano droga e alcol, devi aspettarti per forza di ritrovarti priva di sensi in una camera da letto. Per le sopravvissute a una violenza il cosiddetto “dopo” è un tempo lunghissimo e spesso doloroso quanto il resto. Non importa quanto siano tumefatte, le prove che abbiano portato agli inquirenti, il dubbio sulla loro moralità è parte di questa cultura esistente intorno allo stupro. A diciotto anni, come d’altronde a quaranta, partecipare a una festa (di qualunque tipo) non è sinonimo di accettazione di un rapporto sessuale. Neanche il consumo di droghe, tantomeno lo stato di ebbrezza. La dimostrazione è data dal fatto che, nel caso Genovese come in molti altri, lo stupratore abbia avuto bisogno di far perdere i sensi alla vittima per poterne abusare, a riprova del fatto che alla donna si vuole togliere qualunque possibilità di diniego o fermo rifiuto. La cultura dello stupro è talmente radicata in certi ambienti che in questo episodio di cronaca, man mano che le indagini vanno avanti, diventa lampante: tutti sapevano, tutti hanno taciuto. Scopriamo che questi festini con un finale violento erano la prassi, come se fosse una conclusione normale e scontata. Ragazze drogate, violentate per giorni, chiuse a chiave in camera: gli ospiti erano a conoscenza di tutto questo, ma hanno ritenuto normale tutto questo.

Dalla Ferragni a Giulia Valentina: il caso diventa social

Tante sono state le influencer che hanno voluto dire la loro sul caso, soprattutto sulla reazione del pubblico a una vicenda di cronaca tanto brutale, quanto ancora oggetto di opinioni discordanti. Chiara Ferragni ha condiviso in un stories firmata Spaghetti Politics in cui si legge:

“Si è scoperto di questo 43enne che violentava ragazzine dopo averle drogate e ci sono ancora persone che hanno il coraggio di dire “esagerate”, “il patriarcato non esiste”. Poi vi chiedete perché le donne non vogliono denunciare chi le abusa? Poi vi chiedete perché le donne hanno paura degli uomini”?

Anche Giulia Valentina ha detto la sua, affidando a Instagram le sue considerazioni che partono dalla frase, sentita qua e là a commento del caso Genovese: “Se entri nella gabbia dei leoni, devi aspettarti che succeda questo”. L’influencer ha risposto con nettezza: "Leoni e uomini sono due cose diverse, gli uomini sono responsabili delle proprie azioni. Hanno un cervello. Basta con questa narrazione tossica." Ma ci volevano le influencer a dircelo, starete pensando? La risposta è sì. Perché se i social possono diventare un luogo sicuro per le giovani donne e un posto consapevole per i ragazzi, questo va raccontato. Così come raccontiamo i danni che spesso Facebook e Instagram provocano, è giusto che quando le influencer (con il seguito di milioni di giovanissimi che le seguono) prendono una posizione in maniera chiara e diretta questo va detto. Perché i social sono un contenitore che noi quotidianamente possiamo riempire come vogliamo: quando decidiamo di metterci dentro la solidarietà, diventa un posto più accogliente per tutte.