Al centro della discussione politica, e della crisi di Governo in atto, c’è la bozza del Recovery Fund. Un piano ritenuto alla stregua del più noto Marshall, un ingente somma di denaro che l’Unione Europea mette a disposizione dell’Italia (e degli altri Paesi comunitari) per uscire dalla crisi innescata dalla pandemia di Coronavirus e gettare le basi per guardare al futuro. E proprio questa idea di futuro, come già sottolineato dal comitato al femminile Il Giusto Mezzo fin dalla nascita, non può prescindere dalle donne. Soprattutto in un momento in cui abbiamo la reale possibilità economica per progettare e costruire dei meccanismi di protezione andando a colmare dei gap enormi, che hanno impedito da sempre la giusta ed equa emancipazione femminile.

Le donne sono a margine del Recovery Plan

Eppure, nonostante questa occasione, il Governo sta mancando completamente le richieste e le politiche di genere restano fumose. Pur nella migliorata bozza del documento Next Generation Eu, parità di genere viene indicata come premessa trasversale, ma senza l’allocazione di adeguate risorse economiche e l’indicazione di progetti precisi per liberare le donne dal lavoro di cura. Per questo motivo nello scorso weekend, numerose città tra cui Roma, Milano e Torino, hanno visto animarsi le piazze dei centri storici di attiviste de Il Giusto Mezzo che, con ombrelli fucsia per ripararsi dal diluvio, hanno chiesto a gran voce che parte del denaro del Recovery venga utilizzato in maniera strutturale per colmare il forte divario di genere.

Proposte concrete per la parità di genere

I dati parlano chiaro: se entrassero nel mercato del lavoro tutte quelle donne costrette a fare le casalinghe, l’impatto sul Pil italiano sarebbe enorme: + 18 per cento, pari a 268 miliardi di euro. Già questo, dovrebbe rendere chiaro che investire sulle donne vuol dire portare a casa un tesoro. Partendo da questo, le richieste che da mesi molte donne hanno avanzato, e di cui abbiamo già lungamente parlato, sono chiare e concrete: servizi di cura e assistenza per disabili e anziani; legge sulla parità salariale; allargamento delle tutele della maternità a lavoratrici e i lavoratori autonome/i; accesso a credito e finanziamenti alle imprese femminili; appalti trasparenti a chi garantisce la parità di genere; 5 mesi di congedo di paternità obbligatorio a fronte dei 10 giorni attuali; valutazione di impatto di genere, ex ante ed ex post, di tutti gli investimenti previsti. Obiettivi mirati, che nascono da bisogni concreti.

Maternità e partite iva: un vulnus tutto italiano

La maternità è uno dei vulnus dell’intero sistema italiano. Mentre si grida alla denatalità, si fa poco o nulla per rendere più semplice la vita a una madre che lavora. Abbiamo bisogno di più asili nido gratuiti, di un congedo di paternità più lungo e che consenta una redistribuzione del tempo a entrambi i genitori. Il vero vuoto legislativo, che viene confermato anche da un totale silenzio sul Recovery Plan, è la non tutela di tutte quelle madri che lavorano autonomamente. Non ci sono garanzie, soprattutto per le partite iva. Come può essere considerato equo e coraggioso un piano economico per il futuro che non concepisce questa enorme disparità come uno dei più grandi problemi di questo Paese? Una bozza insufficiente, che deve essere corretta accogliendo suggerimenti che da mesi gruppi di donne hanno dato al Governo attraverso lettere e petizioni. La strada è ancora lunga, il tempo è poco e bisogna agire per non perdere un'occasione enorme come questa. Perché, così, #NonCiBasta