La dieta Fodmap è una delle più moderne strategie alimentari per  il trattamento di alcuni disturbi gastrointestinali, dalla sindrome dell'intestino irritabile (IBS) a gonfiori, alvo alterno e altri disturbi funzionali (come la stipsi o la diarrea) . Non si tratta quindi di un regime finalizzato al dimagrimento ma di una speciale dieta che prevede l'eliminazione e poi il graduale reinserimento di alcuni alimenti. "Fodmap è un acronimo – ha spiegato a Fanpage.it la dottoressa Wanda Rizza, biologa nutrizionista e ricercatrice – E vuol dire Fermentabili Oligo-, Di- e Mono-saccaridi e Polioli, e si riferisce a tutti quei carboidrati che non possono essere digeriti o assorbiti bene a livello intestinale. Una cattiva digestione o un cattivo assorbimento causa una metabolizzazione da parte dei batteri intestinali che comporta una produzione di gas in eccesso con conseguente dolore addominale, diarrea e/o stitichezza". Si tratta dunque di quattro categorie alimentari che sono presenti in tantissimi degli alimenti che portiamo ogni giorno in tavola: "Nel dettaglio, prima di procedere all'elenco dei singoli cibi, gli Oligosaccaridi (Fruttani e GOS, galattooligosaccaridi) sono presenti in alimenti come grano, segale, cipolle, aglio e legumi, i disaccaridi (in sostanza il lattosio) sono presenti  in tutti i prodotti lattiero-caseari: latte, latticini, formaggi, i monosaccaridi, ovvero il fruttosio, sono contenuti in miele, frutta, mais e derivati come lo sciroppo di mais molto usato nell’industria alimentare. Infine i Polioli, ovvero sorbitolo e mannitolo, presenti in alcuni tipi di frutta e verdura oltre che usati come dolcificanti artificiali".

Le tre fasi della dieta Fodmap

Il primo studio che ha ipotizzato un legame tra i disturbi intestinali e gli alimenti Fodmap risale al 2010. I pionieri della Fodmap furono Susan Shepherd e Peter Gibson, del dipartimento di medicina della Monash University di Melbourne in Australia. Furono infatti i primi ad accorgersi di un miglioramento delle condizioni dei loro pazienti a fronte dell'eliminazione di questa tipologia di alimenti. "La dieta Low-Fodmap è un protocollo molto personalizzabile – chiarisce la dottoressa Rizza – Si articola in tre fasi: eliminazione, reinserimento e mantenimento. Nella prima fase, che può durare dalle 3 alle 6 settimane è prevista l'eliminazione totale degli alimenti Fodmap". Il consiglio dunque per il paziente che decide di affrontare questo regime alimentare, oltre che rivolgersi sempre al proprio medico o nutrizionista, assolutamente vietato il fai da te, è organizzare bene la spesa e i pasti per tutta la settimana. "Il numero e la composizione dei pasti dipendono dal fabbisogno della persona e dalle sue esigenze individuali. In queste settimane è molto importante variare la dieta visto che molti alimenti di uso comune vengono esclusi. Nella fase di reinserimento si monitorano i sintomi e a seconda dei risultati ottenuti nelle prime due fasi si definisce il mantenimento".

Quali sono i cibi Fodmap

Abbiamo visto quale è l'acronimo di Fodmap, ma quali sono i cibi fermentabili, quelli che questo tipo di dieta esclude? "Sono molti e appartenenti a diverse categorie alimentari, ma è bene sottolineare che la risposta a ciascuno di questi alimenti è strettamente individuale. Partiamo dalla frutta: pesche, cachi, cocomero, pompelmo, melagrana, anguria, mele, pere, albicocche, susine, more, fichi, ciliegie. Poi ci sono carciofi, aglio, cipolla, porro, scalogno, asparagi, cavoli, taccole, funghi, broccoli, cavolfiore, cavoletti di Bruxelles, finocchi, mais. Poi naturalmente ci sono pane, pasta, farine e altri derivati del frumento, farro e derivati, orzo e derivati, segale e derivati. Anche i legumi sono degli alimenti Fodmap, in particolare lenticchie, ceci, fagioli, piselli, soia. La frutta secca come mandorle, pistacchi, anacardi. Il latte e i suoi derivati e in particolare i formaggi freschi. Poi c'è lo sciroppo d'acero e d'agave, il caffè di cicoria, i succhi di frutta, i concentrati e i dolcificanti a base di sorbitolo, mannitolo, maltitolo, isomalto, lattitolo, xilitolo, eritrolo e infine supplementi contenenti inulina e FOS" . 

La dieta Fodmap dura tutta la vita?

Niente frutta, niente pasta, niente legumi, niente latticini. La dieta Fodmap è particolarmente severa e potrebbe non essere facile seguirla per lunghi periodi di tempo: "La durata è variabile, va da un minimo di tre settimane per i casi più semplici, a 3-6 mesi per situazioni più complesse. Bisogna basarsi sull'andamento dei sintomi per valutare quanto prolungarla. Ci sono cibi che contengono maggiori quantità di Fodmap e quindi vanno esclusi in modo netto, altri che possono essere consumati in quantità e frequenza limitate, secondo quanto prescritto dal nutrizionista". È indispensabile, quando si segue una dieta low-Fodmap, fare grande attenzione anche alla modalità con cui si reintroducono gli alimenti: "È fondamentale – sottolinea la dottoressa Rizza – che la reintroduzione avvenga in modo graduale facendo passare almeno 2-3 giorni tra un "nuovo" alimento e l'altro". Anche se la risposta di ogni paziente è diversa, l'andamento dopo le prime tre settimane è già molto indicativo: "Gli effetti dipendono molto anche dalla situazione clinica di partenza. Nella maggior parte dei casi le prime 3-4 settimane ci fanno capire se stiamo andando nella giusta direzione. In altri casi invece può servire anche qualche mese affinché il microbiota e la funzionalità intestinale si ripristinino". Gli studi fanno ben sperare: secondo alcuni specialisti la limitazione di questi alimenti comporta una riduzione significativa dei sintomi nei tre quarti dei pazienti. "Tuttavia c’è da dire che il protocollo elimina sì i Fodmap ma ammette molti alimenti che possono causare infiammazione intestinale o altri disturbi. La sindrome dell’intestino irritabile è infatti una condizione funzionale che può avere diverse cause e va trattata attraverso un intervento nutrizionale mirato". Un protocollo come questo, così restrittivo e privativo, anche se dà dei risultati positivi, non può essere seguito per tutta la vita: "Non è necessario seguirlo per sempre. Nella maggior parte dei casi è sufficiente ripetere il protocollo da una a tre volte l'anno per non avere sintomi anche nelle fasi di alimentazione normale".

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