Stavolta Shonda Rhimes ha scelto l'Inghilterra ottocentesca come ambientazione per la prima delle otto serie tv che produrrà per Netflix. Il suo nome fa pensare subito a grandi successi come Grey's Anatomy, Scandal e Le regole del delitto perfetto: chissà se Bridgerton conquisterà e convincerà a tal punto il pubblico da eguagliare queste produzioni amatissime. Online dal 25 dicembre, la storia raccontata (ispirata alla serie di romanzi rosa di Julie Quinn) di elementi interessanti ne ha diversi. La trama, fatta di inciuci di palazzo e intrighi di corte ha le potenzialità per tenere incollato lo spettatore episodio dopo episodio. E poi ci sono i costumi, che già a prima vista appaiono degni di nota. La storia recente insegna che questo aspetto è parte fondamentale del successo di una produzione televisiva, come dimostra la grande attenzione che si è creata attorno agli abiti sfoggiati in Emily in Paris, in The Crown, in La regina degli scacchi. Un aspetto che sta creando un certo dibattito riguarda invece il cast scelto per questa prima stagione, che secondo alcuni in nome dell'inclusività pecca un po' di realismo storico.

Meno realismo, più inclusività

In Bridgerton troviamo nobili e reali interpretati da attori neri, per esempio l'anglo-guyanese Golda Rosheuvel e l’anglo-zimbabweano Regé-Jean Page. La società immaginata, infatti, è una Londra ottocentesca multietnica, idea che affonda le radici nell'ipotesi di alcuni storici secondo Charlotte, la moglie di re George III, avesse origini miste. La qui la domanda: e se non ci fosse stata solo lei? Si parla di color-blind casting, che altro non è se non la scelta di un cast multietnico, il più rappresentativo possibile di tutte le etnie, nel massimo rispetto dei valori della diversità. Bridgerton si muove lungo questo asse, penalizzando forse l'aspetto della verosimiglianza in nome però dell'inclusività. Gli attori che vestono i panni dei vari personaggi, non aderiscono forse in pieno al realismo, ma è stata una precisa scelta di regia e sceneggiatura, che non tutti hanno apprezzato. Compromettere l'accuratezza di un dramma storico in costume secondo alcuni è un gesto sbagliato che nulla ha a che vedere con l'uguaglianza e i diritti.

Difesa della verità storica o pari opportunità?

L'inclusività e le pari opportunità nel mondo del lavoro sono un obiettivo per cui non si deve mai smettere di lottare. Ma la questione è giusto affrontarla anche sullo schermo, ampliando i cast così da dare l'opportunità anche alle minoranze di essere rappresentate? La diversity non è per esempio un aspetto da difendere a tutti i costi secondo il creatore di Downton Abbey Julian Fellowes, che ha scelto di aderire ai fatti storici in modo fedele e dunque di non inserire nel cast della sua serie tv persone nere, perché non adeguate al contesto dello Yorkshire degli anni Venti. Ragionamento opposto quello fatto da Shonda Rhimes, che anche andando contro i libri e la storia ha voluto rispettare la diversity, a differenza di molti altri produttori o direttori dei casting che con le loro scelte hanno portato avanti la supremazia del bianchi, a svantaggio degli attori neri.