È la più giovane direttore d'orchestra in tutta Europa ed è un orgoglio tutto italiano: il suo nome è Beatrice Venezi, classe 1990. Vanta esperienze nei più importanti teatri internazionali, che le sono valse l'inserimento nella classifica di Forbes tra i 100 under 30 leader del futuro. Beatrice ha cominciato a studiare da piccola, andando incontro anche a tanti sacrifici, che come ha spiegato nel corso dell'intervista a Fanpage.it sono stati tutti ampiamente ripagati. I suoi sforzi oggi vanno anche in direzione dell'aspetto divulgativo, per far avvicinare i giovani alla musica classica, settore visto con una certa diffidenza. E settore in cui i numeri parlano di una scarsità di figure femminili. La parità di genere è una questione su cui si è molto soffermata durante l'intervista, perché ci tiene all'abbattimento di quei cliché che fanno pensare ancora alla figura del direttore d'orchestra come un uomo ingessato e cupo. Lei sul podio ci sale coi tacchi e in abito da sera, fiera e sicura di sé, pronta a essere apprezzata o anche criticata, ma non per il suo aspetto: solo per le sue competenze. Ad ottobre è uscito il suo primo album, MY JOURNEY – Puccini’s Symphonic Works ed è attualmente impegnata in un'esperienza del tutto nuova: quella di giurata del programma AmaSanremo.

Per il tuo primo album hai scelto Puccini: come mai, cosa ti affascina di questo compositore?

Chiaramente è stato un omaggio un po' alla mia terra e a quel personaggio che è sempre stato presente suo malgrado. Le cose importanti sono sempre successe nel nome di Puccini quindi non poteva mancare. Dall'altra parte dal punto di vista musicale ciò che mi colpisce sempre tantissimo è la straordinaria capacità di orchestrazione, una maestria appunto nel saper orchestrare, nel far letteralmente cantare l'orchestra. 

Attualmente sei giurata nel programma AmaSanremo: quale insegnamento speri di lasciare a questi artisti?

L'idea per cui per quanto uno sia giovane per sapersi imporre sugli altri deve essere super professionale, questa è la prima cosa: quindi la capacità di stare sul palcoscenico, di presentarsi, di catturare l'attenzione del pubblico. Questa cosa è necessaria in tutti i generi dalla classica al pop al rock, rap, trap, qualunque cosa. La seconda è di non conformarsi. Sto cercando delle canzoni che abbiano qualcosa di personale, che abbiano della ricerca all'interno: la ricerca sulla forma, sull'armonia, sul testo, non lo so qualsiasi cosa. Però ricerca, curiosità e sperimentazione nel trovare la propria voce e il proprio stile, senza conformarsi alle aspettative del mercato attualmente. Perché sta a questi giovani cambiare il corso della "moda" diciamo così in ambito musicale.

Come stai vivendo questa esperienza?

Io mi sto divertendo moltissimo, anzi ringrazio per l'apertura che c'è stata da parte della Rai nei miei confronti, perché significa comunque aprirsi verso il mondo della musica classica, che è una cosa nuova, innovativa e che trovo significativa, perché AmaSanremo e ancora di più Sanremo sono nell'immaginario nazional popolare (e usa nazional popolare con accezione assolutamente positiva). Quindi per me è una bella esperienza, sto uscendo dalla mia zona di comfort e mi sto confrontando con generi che non frequento dal punto di vista professionale ma che conosco, ascolto come fruitrice.

Parteciperesti a Sanremo come direttore d'orchestra o come ospite speciale? Ti vedremo sul palco della prossima edizione?

Chi lo sa! Mi farebbe piacere sicuramente! Credo che Sanremo sia un po' il sogno di tutti, proprio perché è una consacrazione nell'immaginario collettivo. Poi poter portare un tanto così di musica classica e dimostrare quanto ci sia un un trait d'union tra la musica lirica e la canzone italiana, beh sarebbe un risultato anche in ottica di divulgazione.

Hai raggiunto livelli molto alti sin da giovane: a cosa hai dovuto rinunciare? Quali sacrifici?

Non posso dire di aver avuto un'adolescenza normale, mentirei. La mia giornata era basata completamente sullo studio: frequentavo le scuole normali (medie e superiori) e il Conservatorio, quindi uscita da scuola all'ora di pranzo continuavo con 5-6 ore di studio del pianoforte, lo studio al Conservatorio, i compiti a casa il sabato e la domenica. Sicuramente ho fatto dei sacrifici quando ero più giovane e nell'adolescenza, anche dopo, ma sono stati tutti ampiamenti ripagati. Talmente ripagati che se dovessi dire in concreto a cosa ho rinunciato non lo saprei dire, col senno di poi non mi sono pesati.

Solitamente si pensa a un direttore d'orchestra maschio, di una certa età, rigido, che incute anche un po' timore. Con la tua immagine che idea vuoi dare della musica?

Voglio dare l'immagine di un luogo di liberta. La musica è un luogo di libertà per quanto mi riguarda, è espressione di possibilità di afferrare qualcosa da altre dimensioni che sono più alte rispetto a noi. L'esatto contrario rispetto a quell'idea di costrizione che spesso la musica classica e l'Accademia lasciano passare. Quindi è questo che cerco di portare. In questo modo credo possa essere anche più facile avvicinarsi a questo contenuto. La musica è libertà sostanzialmente, gli uomini l'hanno costretta in determinate categorie nella rappresentazione e nella ripetizione meccanica. Invece è l'esatto contrario.

Non si vedono molte donne direttrici d'orchestra: come mai secondo te? 

Ce ne sono poche e non si conoscono e aggiungo che quando si pensa a un capo non si pensa mai a una donna. Questo è un problema culturale molto più ampio che non riguarda solo la direzione d'orchestra.

Tu hai girato il mondo, c’è differenza nella percezione che si ha qui in Italia e all’estero di una donna che lavora in un ambiente maschile e che ricopre ruoli di spicco, di potere?

È un problema molto italiano, ma non solo italiano. In Europa siamo abbastanza indietro, non dico che siamo proprio il fanalino di coda ma nemmeno all'avanguardia per il trattamento paritario di uomini e donne. È tutto tranne paritario. C'è sempre quel chiacchiericcio sottile quando si parla di donne e questa è una cosa molto culturale ed è endemico del nostro paese. Leggevo un articolo su Laura Marzadori, primo violino della Scala, che è una ragazza giovane ma molto brava se è arrivata a quel livello, sicuramente. E veniva fatto pesare nell'articolo il fatto che lei ha questa passione (che è anche un lavoro) per fare l'instagrammer, perché è una bella ragazza oltre che brava. E veniva definita come una cosa negativa: "Erede di Toscanini o della Ferragni?". Come se una donna non potesse essere sia l'una che l'altra cosa.

Ora abbiamo per la prima volta una vice presidente donna, negli USA: l'Italia è indietro sulla parità di genere?

Molto indietro, lo dimostra non solo la politica perché non abbiamo mai avuto un Premier donna tantomeno un Presidente della Repubblica. Questo è significativo. E poi ripeto: siamo indietro sulla parità di salario, rispetto agli obblighi familiari all'interno delle famiglie. La questione familiare è sempre appannaggio femminile: è una questione culturale.

La musica e la direzione d'orchestra sono ambienti maschilisti?

Sì direi abbastanza, considerando quanto meno in Italia a dir la verità. Poi il maschilismo è un po' in tutto il mondo dei direttori d'orchestra, vedi quante poche donne ci sono. Ma ci sono Paesi che hanno più attitudine e abitudine nei confronti della parità di genere, come Stati Uniti e Inghilterra, tutti i Paesi anglosassoni piuttosto che Paesi scandinavi.

Hai avvertito pregiudizi nei tuoi confronti, perché donna? E in tal caso, come ti veniva manifestata questa ostilità?

Più che ostilità è una cosa che si respira nell'aria e sono anche le scelte che fanno certi direttori artistici, come ci si rivolge a un direttore donna piuttosto che a un direttore uomo. Sono tanti aspetti da cui si evince, mai viene dichiarata la cosa: ma si evince, si respira, si capisce una certa attitudine.

Pensi che la lotta alla discriminazione passi anche attraverso il linguaggio? Mi riferisco alla differenziazione Direttore-Direttrice d'orchestra.

Secondo me questo è controproducente. Conosco la teoria per cui iniziare a utilizzare termini diversi porta a un cambiamento culturale e sicuramente è vero. Il problema è quale tipo di cambiamento culturale vogliamo? Secondo me quello che serve è andare verso la parità, l'uguaglianza tra uomo e donna. Ciò che conta è il lavoro che fai, come lo fai: perché devo differenziare ulteriormente e forzatamente tra uomo e donna? Significa che già nel linguaggio io ho la necessità di andare a identificare se quel professionista è uomo o donna. E non c'è altra possibilità che questo già di per sé comporti una differenza di atteggiamento. Quindi se io potessi inventarmi una parola inventerei un neutro. Non andrei a sottolineare uomo e donna.

Ti sei mai sentita costretta a scegliere tra carriera professionale e realizzazione nel privato, come spesso accade alle donne?

No, perché sono fortunata: ho un fidanzato che è molto attento, mi supporta in qualsiasi cosa io faccia, gli piace viaggiare come me e mi accompagna tutte le volte che può. Sicuramente nel momento in cui vorrò dei figli ci saranno delle difficoltà logistiche da affrontare, ma credo che con la volontà e con la complicità dell'altra persona si possa risolvere tutto. Mi rendo conto però che questa cosa che ti dicevo prima, che tutto ciò che è famiglia deve essere appannaggio della donna, ancora nel 2020 rimane una cosa abbastanza presente nella cultura italiana. Tanti uomini si sentono messi in difficoltà dal fatto di avere una compagna di vita più esposta, magari con una carriera superiore, sentono la propria mascolinità messa in discussione. D'altra parte ci sono cose che si dovrebbero fare a livello di Stato centrale. Sono poche le aziende che hanno asili all'intero delle proprie strutture, quindi spesso la donna si trova costretta a scegliere perché non trova supporta. Se ci fossero sicuramente per le donne sarebbe più facile riuscire a conciliare questi due aspetti. C'è un problema di tipo culturale e uno pratico, pragmatico, legato alla sostenibilità economica.

Il settore culturale sta molto soffrendo la pandemia: per la musica che mesi si prospettano, vista la nuova chiusura dei teatri e il protrarsi dell'impossibilità di svolgere concerti?

Dove non c'è cultura e non c'è bellezza non c'è neanche una guida. Credo che sia importante cercare di sopperire quanto più possibile con tutto quello che è il mondo dello streaming, ma non è sufficiente o sostitutivo di quello che è la performance dal vivo. C'è una grande difficoltà in questo momento per i lavoratori dello spettacolo. Soprattutto quello che mi preoccupa è che è passato il messaggio che il teatro è un luogo non sicuro e non è vero. Lo dimostrano i dati. Su 350 mila spettatori dal 15 giugno fino a una settimana-dieci giorni fa, un solo caso di contagio. Questo poi porrà un problema di capacità di rinverdire il pubblico e attrarre nuovo pubblico, perché molto di quel pubblico che prima veniva forse non sarà più disponibile a frequentarlo per paura del contagio. Sono molto preoccupata da questo punto di vista, soprattutto perché nel momento in cui non c'è più la frequentazione della cultura, che prima della pandemia era già minima, si rischia molto sotto il profilo della formazione personale, della capacità di sviluppare termini di paragone nei confronti di quello che viene proposto dai media o dalla scuola o altro. Frequentare la cultura, la bellezza, la musica, il teatro aiuta a nutrire il pensiero critico che è in ognuno di noi: ci stiamo impoverendo tantissimo anche da questo punto di vista. Questa potrebbe essere una buona occasione per parlarne, per parlare di cultura, per dire quali sono gli errori che sono stati fatti in passato prima della pandemia, come porvi rimedio. E lo dico sia nell'ottica della posizione dei lavoratori dello spettacolo, una categoria penalizzata perché non è minimamente tutelata a differenza di altri Stati, e dall'altra parte anche per la gestione dei teatri, una capacità di attrarre pubblico, finanziamenti, sponsor. Secondo me se si fa bene questa cosa, questo momento di crisi può essere un buono spunto di riflessione per un nuovo Umanesimo, un nuovo Rinascimento. Spero che questo avvenga.