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Aurora Ramazzotti, critiche per le foto in costume dopo il cat calling: “È il mio corpo e decido io”

Aurora Ramazzotti è tornata sul tema del cat calling. Un hater ha insinuato che la sua denuncia della molestia di strada sia incompatibile col suo mostrarsi in bikini sui social. Da qui la pronta risposta della 24enne che ha sottolineato quanto le donne meritino rispetto, a prescindere da come sono vestite. E quanto sia sbagliato assolvere i molestatori dando la colpa alle vittime, per il solo fatto che indossavano una minigonna o un costume.
A cura di Giusy Dente
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Aurora Ramazzotti, stanca dei soliti commenti che continuano a esserle rivolti, si è nuovamente scagliata contro gli odiatori seriali, restii a comprendere il suo messaggio. La figlia di Eros Ramazzotti e Michelle Hunziker da tempo ha abbracciato la battaglia body positive, per cercare di invogliare le ragazze a non lasciarsi scoraggiare dagli ideali fittizi della perfezione e a trovare un equilibrio con se stesse e il proprio corpo, accettandosi con i propri normalissimi difetti. Inoltre si batte contro il body shaming di cui lei stessa è stata spesso vittima. Più di recente invece ha espresso un pensiero che ha trovato ampia condivisione e sostegno, ma che l'ha anche esposta a nuove offese e critiche. Aurora nelle sue Instagram Stories di qualche giorno fa ha espressamente denunciato il fenomeno del cat calling che lei e milioni di altre donne subiscono quotidianamente. Tanti hanno appoggiato il suo pensiero, sostenendo quanto la molestia di strada sia umiliante per le donne e lesiva della loro dignità. Eppure non è mancato chi le ha fatto notare che lei poi tutto sommato non è neppure così bella da "meritarselo", il cat calling. Ripescando una sua vecchia foto in costume, gli haters sono tornati all'attacco per denigrarla ulteriormente e sminuire le sue parole.

Le donne non vogliono avere paura per strada

Il cat calling in Italia non è reato e per molti non è neppure qualcosa di così grave: che sarà mai, è un complimento! E invece non è proprio così, perché il più delle volte si tratta di commenti infelici ed espressioni volgari, che generano disagio o peggio, una vera e propria paura di trovarsi in strada da sole. Aurora Ramazzotti nella sua denuncia su Instagram si era detta stanca di dover adeguare il proprio abbigliamento alla maleducazione altrui, sentendosi inibita nell'indossare una minigonna o nel fare sport all'aperto in top e shorts, sapendo di andare così incontro a qualcosa di spiacevole, da evitare solo limitando la propria libertà. Qualcuno, per attaccarla e svilire il suo pensiero, si è rifatto ad un vecchio video riproposto per sostenere una teoria discutibile: se metti il tuo sedere su Instagram allora te la cerchi. Che è un po' come la frase basilare della cultura dello stupro: avevi la minigonna quindi la violenza sessuale l'hai provocata.

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"È il mio corpo e decido io"

Aurora Ramazzotti non si è lasciata intimidire da chi sta cercando di screditarla. Ha ricevuto il commento di un utente che, riferendosi a un suo video in bikini, ha scritto: "Quando sei Aurora Ramazzotti e fai vedere il tuo impegno contro il Cat Calling". L'hater in questione ha voluto in qualche modo sottolineare una presunta incoerenza tra le parole e i fatti, da parte della ragazza, per il solo fatto di essersi mostrata in costume. Lei ha risposto prontamente, innanzitutto spiegando il contesto di quelle immagini e a cosa fanno riferimento: "È lo screenshot di un video in cui reggevo il drenante cellulite di mia mamma tra le chiappe. Ironia, per la cronaca". Si è poi molto adirata per il collegamento tra la sua ironia e la sua denuncia: "Se d'estate mi metto in costume allora non posso permettermi di disgustarmi davanti a commenti sessuali che avvengono quando sono interamente vestita?".

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La richiesta della 24enne è solo una: più rispetto. Lo ha scritto a chiare lettere: "Io merito rispetto a prescindere da chi sono e da come mi vesto. Merito rispetto che io sia in costume da bagno o completamente coperta dalla testa ai piedi. Merito rispetto se faccio ironia sul mio corpo. Perché è il mio corpo e decido io. Non voi". Accostare un certo tipo di abbigliamento a un giudizio morale su una persona significa avvalorare la cultura dello stupro, significa alleggerire la responsabilità di un aggressore, giustificarlo perché provocato. Ma la colpa non è della vittima: nessuna di loro cerca o merita le molestie.

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