Amadeus, confermato conduttore del Festival di Sanremo, ha cominciato a snocciolare i nomi di coloro che saliranno sul palco dell'Ariston nella prossima edizione. Ad accompagnarlo in qualità di co-conduttrice sarà Elodie mentre tra gli ospiti spicca il nome di Achille Lauro. Amadeus non ha svelato molti dettagli in merito, limitandosi a stuzzicare la curiosità del pubblico dicendo che sarà protagonista di tutte e cinque le serate con altrettanti "quadri". Le aspettative sono alte, soprattutto ripensando alle performance di Lauro dell'anno scorso, quando i suoi look hanno lasciato tutti a bocca aperta. Stravagante, eccentrico, esagerato, rivoluzionario, sopra le righe: se ne sono dette di tutti i colori. Dietro quegli abiti si nascondeva però un intento narrativo ben preciso, messo in piedi dallo stylist Nicolò Cerioni. Intervistato da Fanpage.it ha spiegato tutto il lavoro fatto per realizzare quel progetto creativo e ha espresso il suo apprezzamento per il cast sanremese di quest'anno.

Achille Lauro a Sanremo 2021

Cosa s'inventerà questa volta Nicolò Cerioni nel vestire Achille Lauro? Lo stylist cura la sua immagine da diverso tempo e il progetto portato all'Ariston quest'anno era molto complesso: il tentativo era andare oltre la performance musicale e osare anche dal punto di vista visivo per raccontare delle storie, qualcosa che a suo dire viene fatto ancora poco nel panorama italiano. Intervistato da Fanpage.it ha ripercorso il lavoro che ha portato a quel risultato: la fase di brainstorming, la presentazione dell'idea ad Alessandro Michele, la reazione del pubblico. Sicuramente c'è molta curiosità per i "quadri" che vedremo a Sanremo 2021, un'edizione che Cerioni ha giudicato positivamente e che potrebbe rivelare tante sorprese.

Qual era il filo conduttore dei look di Achille Lauro a Sanremo 2020?

Quando abbiamo iniziato a lavorare alla creatività di quel progetto il filo conduttore era il titolo della sua canzone: Me ne frego. Abbiamo cercato un espediente per raccontare la sua visione del "me ne frego" quindi in quel caso era fregarsene dei beni materiali, delle etichette che gli altri ti mettono anche sulla sessualità, fregarsene del non essere conforme alla normalità quindi essere eccessivi. Abbiamo lavorato tanto per quelle quattro serate, è stato un vero e proprio progetto. Io, lui e Angelo Calculli (il suo manager) abbiamo fatto una tavola creativa e abbiamo cominciato a pensare a cosa poter fare. Lauro veniva già da un Sanremo che era andato molto bene, lui era stato la sorpresa di quell'anno e ovviamente bissare un successo come quello di Rolls Royce andando solamente a fare una performance canora tradizionale sarebbe stato sprecare una grande occasione. Sanremo è il palco più importante per fare qualcosa.

Perché proprio quei quattro personaggi?

Abbiamo immaginato un personaggio per ogni sera e siamo partiti dal fregarsene, dal voler fare qualcosa che fosse anche di rottura, ma in modo divertente senza dover per forza fare una provocazione "violenta". La nostra non doveva offendere nessuno, era un inno alla libertà. Siamo partiti dallo spogliarsi dei beni materiali, quindi San Francesco. Achille è passato dall'essere un ragazzo con una vita turbolenta, da una condizione meno abbiente ad avere un grande successo. L'icona di una persona che non ha nulla e rinuncia a tutto per un ideale e ci è venuto in mente San Francesco: in un caso la musica nell'altro la spiritualità. Lo stesso è stato per Bowie, icona ricorrente nelle ricerche stilistiche per Lauro: hanno una fisicità simile e in più il Bowie di Ziggy Stardust era proprio il baluardo di ambiguità, libertà, di fregarsene della sessualità. Bowie non parlava di sessualità in quegli anni: non era né uomo né donna e non importava, era un essere alieno e super partes. La Marchesa è stata una cosa su cui ho insistito molto. La prima volta che incontrai Lauro e avevo capito dai suoi discorsi che aveva voglia di fare cose esteticamente sopra le righe e far diventare uno show non solo la sua musica ma anche i suoi vestiti, gli citai lei. Rivedevo molto in lui l'essenza della Casati: non era un'artista ma diventava lei stessa opera d'arte. In lui rivedevo quella eccentricità sana, creativa, esplosiva. Ci ho tenuto che lei fosse tra quelle figure. Per me le identificava la libertà, è stata una performer artist prima che esistesse l'arte performativa. Infine siamo arrivati alla regina per chiudere trionfanti. Lauro poi non ha vinto, ma ha vinto per altri motivi. Elisabetta I ha regnato da sola in un mondo fatto di uomini. Con i suoi ideali, la sua visione ha spezzato tutti i preconcetti sulla donna al potere: una figura forte, fiera a suo modo libera.

Com'è lavorare con Achille Lauro? 

Lauro è una persona libera, ma molto dedita al suo lavoro al pari di un operaio. Non è una star che si da arie o che dice: io sono l'artista e faccio io. Lavora a testa bassa per un obiettivo, si fida dei suoi collaboratori, ascolta molto quello che tutti hanno da dire. Per me è stato un lavoro creativo importante. La direzione creativa mia, di Angelo e Lauro è stata un tavolo di idee. Spesso nella musica si fa poco: gli artisti compongono la musica, hanno idee per lo studio, per le canzoni, ma per la parte visiva l'ambiente italiano è molto sbrigativo. Noi siamo stati in bilico quando abbiamo concepito tutto: poteva essere un trionfo o un disastro. Le cose che lasciano il segno vivono un po' tra il successo estremo e il flop totale. Bastava che anche i tempi non fossero pronti: se l'avessimo fatto 3-4 anni fa non avrebbe avuto il successo che ha avuto l'anno scorso.

Vi aspettavate quel tipo di reazione da parte del pubblico? C'è stato molto stupore, ma anche parecchie critiche…

Questa cosa mi ha fatto molto riflettere sul potere dei social: diciamo che è un mondo superficiale, che la gente si sente libera di scrivere le cattiverie che vuole, che è un posto di odio. Invece l'anno scorso è successa una cosa meravigliosa: noi non abbiamo mai spiegato, se non con didascalie di poche righe su Instagram, l'intento dei nostri personaggi e del nostro progetto. Ma online la gente ha dato tutta una serie di letture interessanti al nostro lavoro: hanno parlato di libertà, lotta al patriarcato, lotta alla mascolinità tossica. Il pubblico a casa non è da assecondare: c'è questa tendenza di seguire i gusti della gente che sono un po' "semplici". Ma se si danno input più alti, più ispirazionali, la gente li coglie e incuriosita va a cercare. Poi ci sta anche il dissenso, è normale! Visivamente per qualcuno poteva essere divertente, per altri disturbante: è giusto che qualcuno rimanga interdetto.

La scelta è caduta su Gucci per un fattore di riconoscibilità nel marchio?

Adoro Alessandro Michele da quando ha fatto la sua prima sfilata a Gucci. Penso che lui straordinario non solo come stilista, ma come comunicatore: ha colto lo spirito dei tempi, che è quello che fa grande gli stilisti. Una volta finito il progetto ci siamo chiesti: sì ma chi veste questo progetto? Da chi ci facciamo fare i vestiti? Avevamo già fatto cose con Gucci, ma Lauro veste anche tanti altri brand, da grandi a emergenti. Con Gucci c'era un'affinità di temi, ma spesso i brand importanti lavorano poco con la tv: la reputano popolare o si concentrano su produzione internazionali. Invece siamo stati fortunati e il sì di Gucci è stato un grande valore aggiunto. Ad Alessandro Michele il progetto è piaciuto e lo hanno vestito in modo meraviglioso: gli abiti erano bellissimi, ci hanno messo cura e dedizione per farli, Gucci ha dato un enorme apporto. Noi parlavamo comunque di un mondo di cui loro hanno sempre fatto bandiera.

Il mondo anche no gender quindi, elemento su cui Alessandro Michele punta molto: è questo il futuro della moda?

Io questa cosa la porto avanti da tanti anni. Ho vestito tanti personaggi e spesso nel vestire uomini prendevo anche cose da donna, ma non perché dovevamo fare una cosa particolare o provocatoria: perché un uomo che vede una cosa che gli piace in un reparto donna e la indosserebbe volentieri non dovrebbe comprarla? Perché deve scegliere solo quello che l'etichetta dice essere maschile? Io per molti anni ho avuto problemi a proporre capi non etichettati come "da uomo", ma anche il contrario. Una volta una cantante mi aveva chiesto uno smoking dal taglio maschile, l'ho chiesto a un brand sartoriale da uomo e mi dissero no, che l'azienda non gradiva che le donne indossassero i loro capi, tradizionalmente da uomo. Perché una donna non può comprarsi un completo da uomo e un uomo non può comprare un maglione da donna perché gli piace di più il colore? Questa cosa è ormai superata e spero che nel futuro diventi sempre più tutto conforme alla libertà delle persone nel vestire.

La moda può essere il veicolo di un cambiamento sociale, di una riforma del pensiero?

Assolutamente sì, la moda è sempre stata specchio di rivoluzioni sociali. Pensa alla minigonna: oggi è un capo normale, mettersela è quotidiano. Ma pensa alla grande rivoluzione dell'epoca di vedere una ragazza con la minigonna per strada! Quel pezzo di tessuto parlava di rivoluzione giovanile, di rivoluzione sessuale, di un mondo nuovo. Andando ancora più indietro penso al lavoro di Chanel di liberare la donna dal corsetto, da quello che la costringeva e inventa il petite robe noir di jersey. Lei libera le donne: una donna così non è solo una donna fisicamente comoda, ma che indossa una rivoluzione. Togliere quelle costrizioni dice che la donna è al pari dell'uomo. Dior, che era l'antitesi di Chanel, aveva ancora messo i busti, le meravigliose gonne a ruota: ma anche lì disegna una donna fiore che va a contrasto con le macerie di una guerra appena finita. Quel fiore parla di rinascita. Oggi è naturale fare il nome di Alessandro Michele, che parla di tempi liberi. Un ragazzo che vede una sfilata di Gucci o un abito di Lauro, dove il genere non è più una cosa che ti incatena ma che ti libera e che ti dice di vivere la vita amando chi vuoi ed essendo chi vuoi, dice che è un'epoca meravigliosa e ne vedremo i frutti quando la generazione di adesso sarà adulta.

Forse può essere anche un modo per divulgare cultura: un personaggio come la Marchesa non è esattamente popolare…

Quello che ho sempre amato negli artisti è quando usano delle ispirazioni, le rendono palesi e tu puoi accederne. Madonna lo ha fatto in modo evidente: quante volte i suoi look richiamavano una stella del cinema o un quadro di Frida Khalo? Quante volte i suoi video richiamavano una performance di Marta Graham o Pina Bausch? Quando un artista ti eleva per me è sempre meraviglioso: se l'arte genera altra arte è solo positivo. Fare in questa epoca, dove siamo bombardati di cose tutte uguali, qualcosa per elevarsi dalla massa è sempre un momento bello. La cultura, che sia alta o popolare, è cultura. Spesso si demonizza la tv, i social, Internet, un certo tipo di musica etichettata come "banale": ma la cultura popolare ha segnato la storia del mondo, lo ha fatto anche la moda. Tutto è cultura.

Dunque cosa c'è da aspettarsi a Sanremo 2021?

Non si può dire nulla, però che figata! Parlavamo prima dello spirito dei tempi: quando si è annunciato il cast io l'ho visto in tv come tutti. Sapevo ovviamente di quelli che vestivo io, perché li ho vestiti per quella serata. Quando però ho visto come tutti il cast da casa in tv mi son detto: piaccia o no, è il cast dello spirito dei tempi. Io lo stavo guardando con i miei genitori: dicevamo interessante questo, questo non lo conosco, questo l'ho ascoltato su Spotify. Però mi sembra un Sanremo che coglie lo spirito dei tempi e non credo che sia stato facile metterlo insieme. Adoro Sanremo, lo amo da sempre: c'è molta attesa ed è fantastico che ci sia un Sanremo così

I "quadri" di Lauro ci stupiranno

L'anno scorso il progetto stilistico costruito attorno ad Achille Lauro ruotava attorno al concetto di libertà, di fregarsene di giudizi, sovrastrutture, stereotipi, modelli, imposizioni sociali. L'argomento è molto attuale e lo è ancora di più considerando che siamo reduci da un anno dove, anche se per una giusta causa, proprio la nostra libertà più quotidiana è stata minata alla base, costringendo tutti in casa e rendendo difficile persino spostarsi nel proprio paese o andare a trovare un amico, un parente. I cinque "quadri" annunciati da Amadeus potrebbero avere dei riferimenti ai cambiamenti sociali portati dalla pandemia o potrebbero proseguire il discorso, così caro all'artista, attorno al tema dell'identità e dell'espressione della propria personalità senza filtri. Di sicuro lascerà tutti a bocca aperta e sarà capace di stupire: e forse anche coloro che l'anno scorso l'hanno fischiato questa volta saranno più pronti ad accogliere le sue provocazioni, o meglio i suoi inviti ad aprire la mente.