La moda, piano piano, sta diventando davvero un mondo per donne? Oggi, ai nastri di partenza della Fashion week milanese, è più che mai giusto dare uno sguardo a come funziona il dietro le quinte delle maison della moda e, più in generale, dell’industria dello stile.

“We should all be feminist”

Era il 2016 quando Maria Grazia Chiuri, dopo l’alternanza di ben sei direttori creativi uomini, arriva alla testa di Dior. E lo fa con grandissima forza e stile: indimenticabile la maglietta bianca con scritto sul davanti “We should all be feminist” (tutti dovremmo essere femministi), o ancora la collezione Primavera 2018 dove la t-shirt a righe recitava: Why Have There Been No Great Women Artists?, un riferimento al saggio della storica Linda Nochlin del 1971 sull'effetto del patriarcato sull'arte.

Non solo Dior, anche Chanel ha puntato sulla nomina al femminile di Virginie Viard, storica assistente di Karl Lagerfeld, che ha debuttato lo scorso anno con la sua prima collezione presentata al Grand Palais di Parigi. Ma la rivoluzione femminile ha investito anche Givenchy con la nomina di Clare Waight Keller o Sarah Burton da Alexander McQueen. Sappiamo bene che molte maison di alta moda sono gestite da donne sin dagli albori: pensiamo a Donatella Versace, Miuccia Prada, Vivienne Westwood, Alberta Ferretti, Laura Biagiotti. C’è da dire, però, che questi storici e prestigiosi marchi sono un affare di famiglia da sempre, nascono e crescono in ambito familiare e lì continuano, giustamente, a essere gestiti. Anche il caso Fendi è emblematico: cinque sorelle che hanno portato una boutique familiare di borse romana a diventare un marchio internazionale.

Anche la moda ha il suo gender gap

Il problema dunque, a quanto si apprende da uno studio condotto dal Glamour and the Council of Fashion Designers of America, sembra essere in tutta quella miriade di marchi che rappresentano la moda e che non spiccano nei primi dieci in fatto di fama e prestigio. È un atteggiamento che si riscontra nel fashion, come in ogni altro settore lavorativo. Ovvero che le donne restano indietro nella carriera aziendale e vengono escluse dal management. Nella ricerca “The Glass Runway, pubblicata dal New York Times, nonostante le donne rappresentino l’85% delle laureate presso i principali istituti di moda, i ruoli chiave ricoperti da nomi femminili sono ben pochi. Nel 2015, solo il 14% delle maggiori industrie del settore moda era amministrato da donne, e, a oggi, la situazione non sembra migliorata. Stupisce guardare questi dati proprio nel momento in cui il mondo della moda appare più sensibile verso alcune tematiche.

Quella passerella ancora di cristallo

Tutti noi abbiamo assistito a un cambio repentino nella comunicazione, dove spesso vengono preferite delle modelle più simili nella loro fisicità alle potenziali acquirenti. La moda appare più sensibile alle taglie, abbandonando quelle triple small che erano impossibili da indossare e iniziando a produrre anche delle comode 46. Lo stesso si può dire anche della questione sessuale, dove rintracciamo sempre più collezioni gender fluid, che non vengono incasellate in uno stereotipo uomo-donna. Questa sensibilità, invece, sembra non riscontrarsi nella sfera donne e potere. E pensare che la moda è un’industria che ruota per lo più intorno all’acquirente che nella maggior parte dei casi è di sesso femminile.

Grandi ambizioni, ma anche grandi frustrazioni

Eppure, stando alla ricerca già citata, le donne iniziano la loro carriera nella moda con grandi ambizioni, persino più alte degli uomini. Al livello di partenza, il 70 percento delle donne aspira a diventare la migliore dirigente, contro il 60 percento degli uomini. Le ambizioni degli uomini continuano a crescere, raggiungendo il 91 percento, mentre quelle delle donne rimangono al 73 percento. Ciò suggerisce che le ambizioni delle donne non vengono coltivate lungo il percorso e diventano più frustrate e disincantate a ogni ostacolo che incontrano. A questo problema, le aziende di moda non hanno risposto con un cambio di atteggiamento o con investimenti differenti sul capitale umano. Ancora una volta, in un settore che brilla ad alti livelli per esempi di management al femminile, nelle aziende minori il problema resta quello di sempre. E i motivi continuano a essere gli stessi: un potere ancorato al mondo maschile, impossibilità di conciliare lavoro e maternità, investimenti che partono dai grandi affaristi uomini e che prediligono avere come interlocutori altri uomini. In sostanza, ancora una volta, in fatto di uguaglianza di genere c'è differenza tra ciò che sfila in passerella e quello che accade dietro le quinte.