La malattia ha due facce: una privata, l’altra universale. C’è il dolore, la speranza, la resa, la corsa contro il tempo, la salvezza: innumerevoli variabili che appartengono solo e soltanto a chi prova tutto questo. E c’è il lato della medicina, delle cure, dei numeri, delle statistiche, elementi invece che appartengono a tutti noi, che misurano il polso di una società e del suo benessere collettivo.

Se la malattia è un fatto privato

La storia di Monica è quella di una donna che a 43 anni scopre di avere un tumore al seno per caso, in un esame di routine che nella sua regione passano gratis. Di autopalpazione aveva già sentito parlare, ne aveva letto online distrattamente, quando si scrollano i social in attesa che arrivi la tua amica con cui hai fissato di bere uno spritz. La scoperta, il mondo che si ferma e la sensazione di voler scendere da una giostra per cui tu non hai pagato il biglietto, cicli di radioterapia. E ancora gli sguardi in sala d’attesa, quella sorta di clima solidale che si crea tra le donne che condividono quello stare al limite tra la vita di prima e quella che verrà dopo. La vita di dopo, Monica la guarda con gli occhi di chi ha sentito il proprio corpo rivoltarsi contro di lei, non appartenerle più. Come se la nostra carne, la nostra pelle, fossero un qualcosa che ci ha tradito, che ci ha fatto piombare in un incubo all’improvviso. Dopo la guarigione da un tumore al seno preso in tempo, c’è il momento in cui si deve far pace con il proprio corpo, che la mente tratta alla stregua di qualcuno colpevole di un’imboscata. Imparare a perdonarlo, toccarsi di nuovo, riprendere confidenza con quei centimetri di pelle che per mesi sono stati bombardati da radiazioni. Monica potrebbe essere Anna, Sara, Paola o Arianna. Potrebbe essere il volto delle migliaia di donne che ogni anno si ammalano di tumore al seno in Italia. Ma se una storia e le sue conseguenze sono personali, la diagnosi e la prevenzione sono un bene collettivo.

Il tumore al seno, una diagnosi può fare la differenza

Il tumore alla mammella è la forma di cancro più comune tra le donne, ne rappresenta ben il 30 per cento. Ce ne sono di tre tipi, che possono svilupparsi in tre parti differenti del seno: la forma meno invasiva difficilmente si riconosce con l’autopalpazione, per questo è fondamentale la mammografia. Purtroppo, ancora oggi, il cancro alla mammella rappresenta la prima causa di morte a causa del tumore per il sesso femminile, con 12.760 decessi, secondo gli ultimi dati Istat. Negli ultimi decenni, però, le diagnosi precoci hanno avuto un massiccio incremento, riducendo la mortalità e permettendo cure meno invasive e più tempestive. Gli screening gratuiti e le campagne di sensibilizzazione sul mese rosa hanno permesso, negli ultimi tre anni, di identificare ben 13mila carcinomi, garantendo cure immediate. L’assoluta importanza della prevenzione è da rintracciare nei dati: più di 6 milioni di donne sono state invitate ad effettuare una mammografia nell’ultimo biennio.

Ricostruzione della mammella: sentirsi a proprio agio è parte della cura

Nei casi di operazioni più invasive, dove l’asportazione del seno è di fatto necessario, la guarigione psicologica (non solo fisica) ha bisogno di più tempo. Accettare che una parte del proprio corpo non ci sia più, dopo aver già sopportato il peso di una diagnosi e di una cura, è un ultimo ostacolo che spesso appare insormontabile. Perché il seno, per molte donne, è l’emblema della propria femminilità e il riappropriarsene è fondamentale per gettare i semi di una nuova esistenza. Anche la sanità italiana ne ha riconosciuto l’assoluta imprescindibilità e ha inserito la ricostruzione della mammella come parte integrante della cura del cancro, tanto che è a carico del Servizio Sanitario Nazionale. Il fatto che la sanità pubblica tenda una mano a ogni donna costretta a ricorrere alla masectomia per motivi oncologici, è un vanto. Perché dimostra che la malattia non si sconfigge solamente eliminando il cancro, ma possiamo dire di essere totalmente guarite quando guardandoci allo specchio riconosciamo noi stesse, nella misura in cui vogliamo essere.

Il Mese Rosa nell'anno del Covid

Anche in un momento come quello in cui stiamo vivendo, dove gli occhi sono puntati sulla lotta al Covid, non dobbiamo dimenticare che il tumore al seno esiste e le malate hanno necessità di ricorrere tempestivamente alle cure. Per questo, il mese rosa 2020 ha avuto un’importanza maggiore, nella totale vulnerabilità in cui ognuno di noi è immerso. I maggiori centri oncologici, soprattutto quelli lombardi, hanno addirittura aumentato le sale operatorie per non lasciare indietro nessun paziente. In una malattia dove il tempo è tutto, avere strutture adeguate può fare la differenza.  Chi però gode di piena salute, ha il dovere di proteggere tutti coloro il cui sistema immunitario è a rischio con una carica virale del virus che sembra essere in continuo aumento. Se c'è qualcosa di necessario che quest'anno, per omaggiare il Mese Rosa, abbiamo il dovere di fare è prenderci cura di chi da solo non può farlo. Chi può resti a casa, chi non può indossi correttamente la mascherina: anche così ci prendiamo cura di tutte quelle donne che in questo momento stanno tentando di guarire da una malattia che gli sta portando via un pezzo di sé.