Ci siamo abituati a vivere 24 ore su 24 tra le mura domestiche, a lavorare da remoto, a vedere parenti e amici in uno schermo di un computer e a rinunciare alla nostra socialità per spostarla online, aperitivi, sport e passatempi compresi. Anche se in questo momento stiamo vivendo il secondo atto della pandemia, si tratta di misure temporanee. Ma in alcune persone è già scattato un meccanismo per il quale uscire di casa, anche se concesso con le dovute attenzioni, è praticamente impossibile. Si tratta di soggetti ai quali la quarantena forzata ha provocato l'insorgenza della Sindrome della capanna, ovvero la difficoltà ad abbandonare la propria casa. "È uno degli effetti di lunga durata di quel fenomeno ben conosciuto in psicologia sociale, che è la cronicizzazione della deprivazione – ha spiegato a Fanpage.it il professor Massimo Di Giannantonio, presidente eletto della Società Italiana di Psichiatria – L'essere umano è un animale sociale, la costruzione della sua identità, del suo modo di fare si basa sui rapporti, le relazioni e gli interscambi (sia quelli all'esterno di sé che gli scambi interni, il cosiddetto dialogo intrapsichico)". La Sindrome della capanna o del prigioniero, è la diretta conseguenza oltre che della reclusione forzata, della diminuzione di stimoli e interazioni subita durante il lockdown.

Anche la socialità deve essere allenata

Immaginiamo di essere stati per tanto tempo dei campioni di basket e di avere un fisico in forma, altamente performante. Se all'improvviso smettiamo di allenarci, nel giro di poco tempo i nostri muscoli perderanno tono e elasticità, e possiamo dire che lo stesso accade (ed è accaduto) per le nostre attitudini relazionali. "Esistono due grandi profili di personalità che stanno alla base del funzionamento della mente: i campo dipendenti e i campo indipendenti. Nel primo caso le persone sono fortemente condizionate dall'ambiente che le circonda. E il lockdown ha agito in maniera negativa proprio su queste personalità. La privazione, la mancanza, la regressione hanno colpito maggiormente le persone improntate a una matrice psicopatologica di campodipendenza, quelle meno capaci di reagire alle deprivazioni degli stimoli ambientali".

I sintomi della sindrome della capanna

Il primo sintomo di questa sindrome è ovviamente la difficoltà o l'impossibilità a lasciare la propria casa. Ma non è l'unico. "C'è l'inibizione, la rinuncia, l'allontanamento dagli altri, l'incapacità di difendere le proprie posizioni – spiega il professore – In generale si prova un atteggiamento passivo rinunciatario. Una sorta di freezing, come quello che avviene in alcune specie animali che davanti a un pericolo si immobilizzano, sperando di sviare l'attenzione del nemico". La casa diventa quindi l'unico luogo sicuro, dove non è possibile essere aggrediti o in questo caso contagiati, è il luogo elettivo di protezione, dove chi soffre di questa sindrome si può ritirare. "Quando siamo così fortemente stressati iniziano ad essere aggrediti i nostri ritmi circadiani. E un altro dei sintomi che patirà il recluso è l'alterazione del ritmo sonno veglia". Salta il sonno, si dorme poco e la diretta conseguenza è l'attivazione dell'ansietà. "L'ansietà è il modo reattivo di confrontarsi con lo stress ambientale. Ed è positiva quando è limitata a un evento particolare (come un esame), è negativa e diventa patologica, se aumenta di frequenza e intensità, se esce fuori dal nostro controllo impedendoci lo svolgimento delle nostre attività quotidiane". Il rischio, quando l'ansia diventa più pervasiva e libera è che si tramuti in panico, ovvero in una condizione di sofferenza severa e dalla quale è più complesso uscire. "Infine, se saltano i ritmi circadiani, se aumenta l'ansia e lo stress endogeno, e non possiamo e non riusciamo mettere in atto dei comportamenti risolutivi di questa condizione di stress, il rischio è che possa insorgere una vera e propria depressione". 

Cosa fare per guarire

La sindrome della Capanna è transgenerazionale, ne stanno soffrendo anziani, giovani, bambini e i numeri sono davvero significativi: "Io ho avuto parecchi casi in questo ultimo anno. – racconta il professore – E proprio per questo è importante dire alle persone che è assolutamente normale soffrirne. Non si deve avere paura del giudizio degli altri né essere troppo severi con se stessi". Il primo passo da fare è proprio parlarne, aprirsi, se si sente di star vivendo una difficoltà a causa della pandemia è bene chiedere aiuto a chi ci sta più vicino. "A volte, se siamo in una fase iniziale, può bastare semplicemente chiacchierare con una persona cara. L'affettività è un sostegno importantissimo: chiedere e avere dall'ambiente intorno a sé calore, attenzioni, può davvero essere di grande aiuto". In alcuni casi però potrebbe non bastare, quando la sindrome è a uno stadio più avanzato e sta facendo capolino il panico potrebbe essere necessario l'intervento di un esperto. "Non bisogna avere paura dello stigma della diagnosi psichiatrica. Si tratta di reazioni fisiologiche. Per questo se l'ansia è fuori controllo e interferisce pesantemente sulle attività intra e interpersonali e sulle attività quotidiane è bene rivolgersi a uno specialista che ci indicherà il trattamento e anche i farmaci giusti per rimettere intanto a posto l'equilibrio sonno veglia e poi per attenuare ansia e panico". Ma c'è un'altra medicina, forse la più efficace per riuscire a superare la sindrome: "È la socialità. Così aggredita del virus, appena possibile deve essere ripresa e riproposta negli ambiti dove è ovviamente attuabile in tutta sicurezza. È la migliore cura per le conseguenze della pandemia"

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