Senza la forza espressiva di Silvia Calderoni la mini-serie Ouverture Of Something That Never Ended non sarebbe stata la stessa. E la scelta caduta sull’attrice rispecchia la precisa volontà di realizzare un progetto ben più strutturato, rispetto a quello di mostrare degli abiti. Il progetto di Alessandro Michele (realizzato con Gus Van Sant) è sì un modo per presentare al mondo la nuova collezione estiva Gucci, ma il direttore creativo ha reso i personaggi dei cortometraggi qualcosa di più, rispetto a dei manichini. Silvia Calderoni fa molto di più, di indossare semplicemente i capi di un brand: la sua interazione con le altre figure surreali dei mini film è un modo per spingere alla riflessione sul tempo in cui viviamo e sulle direzione prese della moda e dalla cultura.

Silvia Calderoni, performer e musa di Motus

Silvia Calderoni nasce il 9 settembre 1981 in un paese in provincia di Ravenna. Benché attiva dal 2000 come attrice, è dal 2010 in poi che la sua carriera esplode davvero. Nessuna accademia nella sua formazione, ma il teatro di sperimentazione indipendente. Grande punto di svolta, infatti, è l’incontro nel 2006 con la compagnia Motus, compagnia nomade e indipendente con produzioni e tournée dal Canada al Cile, dall’Australia al Brasile. Con loro collabora in modo continuativo ed è spesso interprete principale degli spettacoli. Il suo talento viene riconosciuto per la prima volta nel 2009, quando vince il prestigioso Premio Ubu come Miglior attrice under 30, che la porta alla ribalta sulla scena internazionale. Parallelamente al lavoro di attrice e performer, porta avanti la sua personale ricerca laboratoriale e le sue sperimentazioni creative, tra cui BACIARE. Ovvero studio senza pena da “Kiss” di Andy Warhol alla Biennale di Venezia Teatro College e un laboratorio di pratiche performative presso l'Università IUAV di Venezia. Il suo percorso l’ha vista anche confrontarsi col cinema: ha lavorato coi registi Francesca Comencini, Roberta Torre, Roberto Andò. Ultimo in ordine di tempo Matteo Rovere: era lei La Lupa nella serie Sky Romolus.

Silvia Calderoni, ep.3 Ouverture Of Something That Never Ended di Gucci
in foto: Silvia Calderoni, ep.3 Ouverture Of Something That Never Ended di Gucci

L'attrice rivendica il diritto alla fluidità

Non è la prima volta che Silvia Calderoni incontra Gucci. La Maison aveva chiuso la Milano Fashion Week 2019 presso il Gucci Hub (il suo head quarter) proprio con lo spettacolo Motus MDLSX. La performer ha condotto gli spettatori in un viaggio teatrale nato rielaborando il libro Middlesex, di Jeffrey Eugenides. È la storia di una ragazzina che si scopre intersessuale: la performance accende il faro sulla bellezza del divenire e sulla libertà di trasformarsi e varcare i confini, da quelli del colore della pelle alla nazionalità fino all'identità sessuale. E la fluidità è un elemento fondamentale per l'attrice, che in un'intervista a Rolling Stones dichiarava proprio:

Io posso definirmi in un modo adesso e in un altro tra cinque minuti, senza che siano gli altri a definire me: è questo che rivendico. Nell’arco della stessa giornata posso definirmi lesbica, gender fluid, queer, transfemminista, gay eccetera. Dipende dall’interlocutore e da come mi sento in quel momento.

Il body shaming contro la performer

Questa estate l'attrice è stata vittima di pesanti insulti sul suo aspetto fisico, in seguito alla partecipazione al progetto di urban art La lotta è Fica del collettivo artistico Cheap. La campagna si componeva di 25 poster realizzati da altrettante artiste: fotografe, attrici, illustratrici, performer. L'intento, era focalizzare l'attenzione sul tema del femminismo intersezionale affrontato con uno sguardo queer sul genere, andando oltre gli schemi in direzione dei corpi in transizione, capaci di comunicare inclusività. Le foto erano prevalentemente dei nudi, in segno di ribellione, protesta e invito alla riflessione. La stessa Silvia era ritratta in un nudo integrale, con sei capezzoli sul busto e la scritta "Così è se mi pare". Da quel momento l'attrice è stata investita da una carica di odio che la partecipazione ai film di Gucci ha rinnovato. Nuovamente si è posto l'accento su quel suo corpo poco aderente ai prototipi ideali di femminilità che ci si aspetterebbe da chi, sul documento di riconoscimento, reca la lettera "F". Silvia, invece, ha fatto proprio di quel suo corpo androgino un mezzo potente, la tela su cui scrivere il suo messaggio al mondo che parla di urgenza di cambiamento e libertà espressiva.