I pañuelos hanno vinto, dopo ben quindici anni di lotta. Così vengono chiamati i collettivi femministi e le manifestanti che da ben 15 anni chiedevano la depenalizzazione dell’aborto in Argentina e il libero accesso all’interruzione di gravidanza. Il nome deriva dai fazzoletti verdi che ogni donna ha portato con sé come simbolo della battaglia verso l’uguaglianza pacifica e la parità di diritti. Quella, però, che poteva essere una vittoria storica, per molti già sta assumendo i contorni di una vittoria a metà.

Il Senato estende il diritto all'aborto in Argentina

Lo scetticismo arriva proprio dalla Campaña Nacional por el Derecho al Aborto Legal, Seguro y Gratuito, un movimento che, insieme ai collettivi femministi, chiedeva da anni l’introduzione in Costituzione della libera possibilità per una donna di abortire. Oggi il Senato ha approvato un disegno di legge che legalizza l’interruzione volontaria di gravidanza, che precedentemente era ammessa solo in caso di stupro o se la salute della donna era in pericolo. L’approvazione, però, è subordinata ad alcune modifiche al testo originario, primo tra tutte l’inserimento dell’obiezione di coscienza. Una scelta non solo sul piano individuale, ma anche di intere strutture ospedaliere: tante sono infatti le cliniche e gli ospedali argentini privati di carattere religioso. In questi anni, dove i movimenti pro-choice hanno manifestato largamente per l’introduzione dell’aborto libero, si sono scontrati spesso con altrettanti gruppi numerosi di cattolici che hanno dato battaglia nel senso opposto. Simbolo che l’Argentina, in materia etica, è ancora spaccata e che il sentimento religioso è fortemente radicato nel Paese. Le antiabortiste, chiamate “Mujeres de las villas”, sono state anche pubblicamente ringraziate da Papa Francesco in una lettera che le incoraggiava a continuare questa sorta di resistenza.

L'obiezione di coscienza, un ostacolo che vanifica un diritto

L’obiezione di coscienza spaventa le donne argentine che hanno lottato per arrivare ad oggi, per questo possiamo parlare di una vittoria a metà. E noi italiane lo sappiamo bene cosa voglia dire trovarsi davanti a strutture ospedaliere dove tutti i ginecologi sono obiettori di coscienza, dove si è costretti a rivolgersi in un’altra regione per poter godere di un diritto messo nero su bianco. In più, in Argentina, dato che l’aborto è consentito fino alla 14esima settimana, la donna che lo praticasse oltre andrebbe incontro a reato penale. Insomma, l’aver ottenuto il diritto all’interruzione di gravidanza è diventato come camminare su un campo minato, dove bisogna costantemente stare attenti a dove mettere i piedi.

Un diritto a metà?

In un Paese dove l’aborto era consentito solo in caso di stupro o nei casi dove la donna fosse in pericolo di vita, anche questo passo avanti è indubbiamente accolto con soddisfazione. Non si può però non sottolineare come, anche nel caso argentino, il diritto all’aborto sia nelle mani della coscienza (professionale e personale) di un singolo. E questo demandare della politica al caso specifico non può non risultare vagamente come uno scarica barile e una vittoria di Pirro. La Campaña Nacional por el Derecho al Aborto Legal, Seguro y Gratuito in questi anni aveva presentato ben otto proposte di legge, tutte respinte. Oggi si è arrivati a questo compromesso, in un Paese dove la morale cattolica e il profondo senso religioso è così radicato che il Governo non ha potuto non tenerne conto. Avremmo preferito scelte più coraggiose, dei diritti pieni e non mercanteggiati, ma ancora una volta ci tocca gioire per quello che, senza dubbio, è un passo avanti. Rimandando la piena vittoria un po’ più in là.