Conosciamo tutti gli orrori della Seconda guerra mondiale: le perdite, i segni fisici e quelli psicologici che i protagonisti di quel conflitto portano addosso. La visione femminile di quello scontro tra le grandi potenze del pianeta è stata meno discussa, meno raccontata, poco sottolineata. E proprio in questo frangente, oggi, la notizia che arriva dalla Corea del Sud riaccende una luce sull’orrore vissuto sulla pelle delle donne.

Rapite e costrette a prostituirsi: erano le Donne di conforto

Le chiamavano “Donne di conforto”, migliaia di ragazza che venivano rapite da cittadine e villaggi della Corea o della Cina dall’esercito imperiale giapponese per essere costrette a saziare gli appetiti sessuali dei militari in servizio. Un bellissimo libro a firma di Jing-Jing Lee, appena uscito per Fazi editore con il titolo Storia della nostra scomparsa, ha raccontato le atrocità di quel mondo fatto di fantasmi, dove le giovani donne venivano costrette a una vita di schiavitù e prostituzione, dove c’era l’obbligo di cambiare persino il proprio nome per renderlo giapponese. Sono storie di migliaia di donne che, oltre ad aver subito una violenza fisica e psicologica durante tutta la guerra, hanno convissuto con quel trauma una vita intera. In Corea, come in Cina o in Giappone, le vicende di queste donne non potevano essere raccontate o divulgate, tanta era la vergogna e il tabù intorno al sesso e allo stupro.

Dopo decenni, arriva il risarcimento per le vittime

Questa vicenda, che sembrava reclusa nella vergogna della memoria, è tornata ad essere discussa venerdì, quando la Corte distrettuale di Seul ha stabilito che il governo giapponese dovrà risarcire con una somma di 100 milioni di won, cioè circa 75mila euro, dodici donne di conforto, cinque ancora vive e le famiglie di altre sette decedute. La motivazione della sentenza è che il risarcimento sia dovuto per "l'estremo dolore fisico e mentale che hanno dovuto subire" queste donne per tutta la loro vita. Il premier giapponese Yoshihide Suga ha definito l’esito “inaccettabile” poiché il caso non dovrebbe rientrare in una giurisdizione diversa da quella giapponese. Il Paese ha fatto dei lenti passi verso la riconciliazione con il proprio passato e le proprie colpe. Solo nel 2015 Shinzo Abe, l’allora primo ministro, chiese scusa alle vittime e donò 9 milioni di dollari come fondo per le donne di conforto. Ma nel 2017, con l’arrivo al potere in Corea del Sud dell’avvocato per i diritti umani Moon Jae-in, la diatriba era stata riaperta. Sia le famiglie delle vittime che il nuovo governo coreano non si sono mai ritenuti soddisfatti dell’atteggiamento del governo giapponese, che non ha mai ammesso fino in fondo le proprie responsabilità.

Un passato di violenze con cui non si fanno i conti

Sono poche le donne di conforto ancora vive al giorno d’oggi tra quelle che hanno avuto il coraggio di parlare nel corso degli anni. Lo stigma che le ha accompagnate per un’intera esistenza ha sempre fatto sì che si esponessero poco, non raccontando mai i soprusi di cui sono state oggetto negli anni Quaranta. Questo è perché, ancora una volta, siamo davanti all’evidenza che anche in storie di prostituzione forzata, rapimento e stupro, la donna si porta con sé dei sensi di colpa ovviamente non dovuto. E questo aumenta in Paesi in cui il maschilismo e una rigida educazione che non contempla un libero dialogo sulla sessualità sono alla base dei valori sociali. La Corea, il Giappone, la Cina non hanno ancora fatto pace con una parte della loro storia che ha attraversato decenni senza che nessuno abbia preso la reale responsabilità di quanto accaduto.