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“Niente minigonne sennò al prof cade l’occhio”: a Roma come in Francia la scuola censura le ragazze

Al liceo Socrate di Roma la vicepreside invita le alunne a non scoprire le gambe per non attirare l’attenzione dei professori. La Francia dice stop a crop top, minigonne e make up per le studentesse di liceo perché “eccitano la popolazione maschile”. In entrambi i casi le ragazze non ci stanno e protestano sui social e nelle aule.
A cura di Giulia Torlone
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"Niente minigonne a scuola, sennò ai prof cade l'occhio". La vicepreside del liceo Socrate di Roma ha così invitato le studentesse dell'ultimo anno a lasciare nell'armadio qualunque abbigliamento lasci le gambe scoperte. La donna ha anche argomentato: "I banchi di Arcuri non sono ancora arrivati, e quindi sedute sulle sedie si vede troppo". Le giovani però non ci stanno, e al quarto giorno di scuola, si presentano in massa in minigonna per esprimere la loro libertà e il totale disappunto verso quel "consiglio" della vicepreside che strizza l'occhio a una totale discriminazione e giustificazione verso la censura. Un po' come quanto sta accadendo in Francia, dove sono stati messi al bando, in alcuni istituti e licei francesi, crop top, minigonne, t -shirt che lascino scoperto l’ombelico e qualunque tipo di makeup. A tantissime studentesse che indossavano abiti ritenuti non idonei è stato vietato l’ingresso a scuola. “Eccitano la popolazione maschile”. Questo è quello che si sono sentite rispondere le ragazze del liceo Pierres Vives, di Carrières-sur-Seine, in risposta alla loro petizione che chiedeva piena libertà di abbigliamento a scuola.

Le studentesse francesi protestano sui social

Per manifestare la piena libertà, è nato un movimento di protesta delle studentesse, che è sbarcato sui social raccogliendo numerose testimonianze di ragazze che indossano vestiti “proibiti”, a dimostrazione che no, non sono affatto scandalosi. Con l’hashtag #lundi14septembre e #liberationdu14 e oltre 29 mila vsulaizzazioni su TikTok, le adolescenti hanno voluto denunciare una circolare che giudicano lesiva della loro libertà personale. In alcuni video vediamo le giovani con larghi maglioni e gonne fin sotto sotto al ginocchio pian piano spogliarsi e mostrare il loro abbigliamento reale, fatto di shorts e top corti. Al movimento studentesco si sono unite anche numerose associazioni femministe che denunciano quanto accaduto e sottolineano l’aspetto principale: l’abbigliamento femminile che diventa il mezzo per colpevolizzare le donna.

L’aspetto più grave e inquietante di quanto accaduto, è la sessualizzazione dell’abbigliamento. Ogni centimetro scoperto del corpo di queste ragazze viene visto come una tentazione per l’occhio maschile che le guarda, in questo costante gioca a perdere di sensualità non esplicitata. Qui parliamo di ragazze, per lo più minorenni, a cui viene vietato un top perché ritenuto “eccitante”. Verrebbe spontaneo fermarsi un attimo e riflettere: la colpa è in quella maglietta o nello sguardo sessualizzante di un maschio adulto? Credo che bisognerebbe soffermarsi sul secondo aspetto, che è fondamentale.

La libertà di una donna e la sessualizzazione del suo corpo

Dove c’è possibilità di eccitazione, di impulso sessuale non ricambiato, scatta la censura. Lo abbiamo già visto fare giorni fa al Musée d'Orsay, quando una visitatrice è stata messa alla porta per una scollatura giudicata “troppo audace”. Incredibile a pensarci, sapendo che oltre la porta di quel museo i muri sono letteralmente ricoperti di affreschi dove il nudo femminile è il centro della narrazione su vita e bellezza. Ma si sa, un quadro è inafferrabile, un corpo in carne e ossa invece non lo è. E di nuovo si torna a considerare gli istinti maschili come qualcosa di animalesco che non può essere controllato, da cui la donna ha il dovere di difendersi. E se nel frattempo la facciamo sentore un po’ in colpa per aver solamente pensato di poter scoprire il proprio corpo e mortificarlo, tanto di guadagnato. L’ipocrisia di relegare un corpo femminile alla legittimazione dello sguardo maschile è ancora più forte quando si parla di adolescenti. In quei licei francesi non si tratta di vestirsi in maniera consona all’ambiente scolastico, altrimenti anche i ragazzi avrebbero avuto il divieto di indossare pantaloni corti.  La sessualizzazione costante del corpo della donna continua a essere il problema in ogni ambiente. Come ci si deve vestire per un colloquio di lavoro senza risultare sciatta, ma neanche troppo provocante da risultare “una facile”? Cosa indossare a scuola senza provocare eccitazione maschile? E durante un esame universitario? E all’esame per la patente di guida? Ogni minuto sprecato davanti all’armadio in cerca di rispondere a queste domande è tempo sottratto alla libertà di essere chi siamo.

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Trent’anni, giornalista professionista, si occupa di politica e questioni di genere tra web, carta stampata e tv. Aquilana di nascita, ha studiato Italianistica a Firenze con una tesi sul rapporto tra gli intellettuali e il potere negli anni duemila. Da tre anni è a Roma, dedicando anima e cuore al giornalismo. Naturalmente polemica e amante delle cose complicate, osserva e scrive per capirci di più, o per porsi ancora più domande. Profondamente convinta che le donne cambieranno il mondo. 
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