Che a perdere il lavoro, in tempo di crisi, fossero le donne è una realtà a cui ci siamo già tristemente abituati. Non è passato poi molto tempo da quando l’Istat ci ha fornito le cifre esatte per inquadrare l’emergenza: a dicembre su 101mila persone che hanno lasciato o hanno perso il proprio impiego, 99mila sono state donne e 2mila sono uomini. Ora, però, grazie al report realizzato da Azzurra Rinaldi e Nicoletta Maria Capodici della School of Gender Economics – Università Unitelma Sapienza sappiamo il perché: le donne sono sovraccariche.

Lavoro, casa, figli: il 72% delle donne non si prende più cura di sé

Una costante per le donne, da più di un anno, è proprio l’essere caricate di ruoli non sovrapponibili tra loro e di mansioni che richiedono una quantità di tempo che non possono essere gestite in sole ventiquattro ore. Nel report, infatti, le intervistate dichiarano di essere costrette a rinunciare per il 72% alla cura di sé, per il 76% ai propri hobby ed allo sport, per l’80% a momenti di riposo. Questo perché lo smartworking, per molte donne, non ha nulla di smart. Lavorare da casa vuol dire dover gestire la cura dei propri figli, che la pandemia ha costretto in casa o lontani dai propri nonni. Il Covid, come effetto collaterale, ha avuto quello di cambiare il volto del welfare italiano.

Lo smartworking non è a misura di donna

Non potendo contare su una struttura statale ben organizzata, fatta di asili nido o congedi parentali a lungo termine, la famiglia italiana ha sempre fatto affidamento sui nonni nella conciliazione figli e lavoro. Ora che abbiamo avuto la prova della fragilità degli anziani, i nodi e le difficoltà familiari sono venuti al pettine. Le donne hanno lasciato il lavoro quando il carico è stato troppo grande da gestire e lo smartworking si è rivelato non proprio un ostacolo, ma comunque una soluzione a metà. Anche in questo caso, i dati ci aiutano a inquadrare il problema: il 75% delle donne coinvolte nel questionario svolge assistenza ai figli in autonomia, il 25% ha invece risposto di ricevere aiuto, la gran maggioranza dal partner: 70%. Il ricorso a babysitter o a personale retribuito è solo del 16%. Se lavorare in modalità smart rischia di diventare un’abitudine e, come si sta discutendo, potrebbe restare anche nell’Italia post-pandemia, ci accorgiamo subito che l’enorme problema del sovraccarico femminile rischia di non vedere una fine. Se le donne senza figli potrebbero trarre giovamento da questa condizione, le madri o le caregiver assisterebbero a un inevitabile peggioramento della loro situazione personale e lavorativa. L’unica soluzione, anche in questo caso, è l’investimento sul welfare.

Questione di welfare

Sulle spalle delle donne pesano 5,5 ore di lavoro di cura non retribuito al giorno, contro 1,48 ore degli uomini. Un problema che non si risolve semplicemente con l'aumento di posti all'asilo nido. Questo è certamente un fronte su cui l'Italia deve migliorare arrivando a coprire almeno un terzo dei bambini come da obiettivi posti dall'Europa per il 2010 rispetto al tasso del 25% attuale. Questo traguardo, però, in realtà è solo un requisito base, per il quale gli stanziamenti previsti dal Pnrr per altro non sembrano bastare a risolvere il problema. Vanno ripensati gli orari scolastici e i congedi parentali, che dovrebbero riguardare entrambi i partner in egual modo. Solo così una donna non sarà costretta a rinunciare al proprio lavoro e al prezioso tempo da dedicare a se stessa. Cerchiamo di imparare dalla lezione che il Covid ci ha imposto.