2014, un piccolo villaggio chiamato Kocho, a nord dell’Iraq. È qui, come già era accaduto poco prima nei dintorni, che arrivano i miliziani dell’Isis, in quelle poche case abitate dalla minoranza yazida. Si guardano intorno giusto un attimo, poi radunano 600 persone, uomini e anziani, e li uccidono tutti. Le donne, invece, vengono raggruppate dal lato opposto, apparentemente risparmiate. Nadia, una studentessa ventunenne che è tra loro e che ha appena visto i miliziani fucilare i suoi sei fratelli, sa che quello non è che l’inizio della fine. Viene portata a Mosul, tenuta prigioniera e considerata un fantoccio alla mercé delle truppe di Daesh. Viene picchiata quotidianamente, derisa, violentata, le spengono addosso i mozziconi di sigaretta. Per tre mesi quella diventa la sua brutale quotidianità.

“Immaginate di essere picchiati e violentati ogni giorno da criminali armati. Un giorno uno di loro mi ha fatto togliere tutti i vestiti e mi ha lasciato da sola in una stanza con altre guardie. Mi hanno procurato ogni sofferenza immaginabile finché non sono svenuta”.

Se riusciamo a conoscere la sua storia e quella di altre compagne yazide è perché Nadia Murad, nel novembre del 2014, è riuscita a scappare da quell’inferno. Una guardia aveva dimenticato di chiudere a chiave quella casa che era la sua cella, e a rifugiarsi da una famiglia che abitava lì vicino. Da quel giorno Nadia non si è più fermata: prima un campo profughi a Duhok, poi Stoccarda. Finalmente l’Europa.

Il Nobel per la Pace alla “Fenice Guerriera”

Quello che è venuto dopo lo conosciamo. È la storia di riscatto e dignità di una donna che diventa il ponte tra noi e quella realtà che si consuma a chilometri di distanza da qui. La realtà nascosta e soffocata dal brutale rumore delle bombe, una guerra nella guerra. Diventa ambasciatrice dell’Onu Nadia, rifiutando quei codici che nel suo Paese fanno sì che una donna vittima di violenza sessuale debba rimanere in silenzio e nascondere l’onta finché campa. Ma Nadia no, sale sullo scranno dell’Organizzazione della Nazioni Unite e racconta, racconta tutto. “Immaginate di essere comprate da chi ha appena trucidato la vostra famiglia” dice con la voce rotta dall’emozione. Lei però, ribattezzata la Fenice Guerriera, dalle sue ceneri è rinata. La sua vita è costantemente in pericolo, vittima di minacce e ritorsioni per il suo impegno contro la tratta di esseri umani e i crimini di guerra. Incontra le comunità di rifugiati e i sopravvissuti di genocidio, ascolta chi come lei è vittima due volte: di guerra, di sterminio del proprio popolo su base etnica o religiosa, di violenza sessuale.

"Il mio sogno è tornare tra la mia gente"

E dopo tutto questo, nel 2018, è arrivato il Nobel per la Pace. Un premio che ritira sì commossa, ma che diventa ancora l’occasione per alzare la voce e urlare che la Comunità internazionale non ha fatto abbastanza per le donne e i bambini del suo popolo, che nessun responsabile di quel genocidio yazida è stato processato. Forse neanche lei pensava di arrivare dove è adesso. Quella studentessa ventunenne di un piccolo villaggio di pastori a nord dell’Iraq non poteva sapere né di quanta violenza avrebbe dovuto sopportare, né di quanta bellezza e dignità avrebbe regalato con il solo fatto di essere sopravvissuta e di combattere ancora. Eppure, il sogno di Nadia Murad è ancora uno solo, lei ne è convinta. Ed è un sogno che sa di semplicità, nonostante tutto: “Voglio tornare a vivere nel Sinjar e aprire un salone di bellezza per le donne del mio popolo”. Per i piccoli sogni di Nadia e di tutte quelle donne che, invece di ricostruire unicamente la propria vita, hanno seminato speranza e coraggio per la vita delle altre, l'Occidente smetta di voltarsi dall'altra parte.