Undici donne e cinque uomini. Sono questi i numeri e la composizione della giunta o, per essere precisi, del Consiglio della città di Parigi; in sostanza la squadra di lavoro messa in piedi dalla sindaca della capitale francese Anne Hidalgo. Da noi farebbe notizia per la quantità di quote rosa, a cui siamo poco abituati, ma in realtà ha destato scandalo anche Oltralpe. Hidalgo, infatti, è stata multata per aver violato le regole nazionali sulla parità di genere, perché le donne in ruoli dirigenziali sono più del doppio degli uomini. Per questo dovrà risarcire lo stato di 90 mila euro.

È giusto calcare la mano in nome dei diritti?

La sindaca ha definito il procedimento “irragionevole, irresponsabile e pericoloso” e ha aggiunto anche che bisogna “promuovere le donne con determinazione e vigore perché il ritardo ovunque in Francia è ancora molto grande. Per raggiungere un giorno la parità, dobbiamo accelerare i tempi e fare in modo che nelle nomine ci siano più donne che uomini”. Noi che siamo oltre i confini francesi, guardiamo questa storia con un misto di stupore e, non nascondiamocelo, con un sorriso sornione. Possiamo già prefigurarci chiaramente quella parte di tifoseria che urlerebbe: “Volete la parità di genere? Allora rispettatela anche voi donne!”. Tra frasi ritrite di circostanza e slogan che a forza di ripeterli perdono di significato, il discorso però tocca un punto importante e necessario: nella lunga strada verso la parità nella rappresentanza di genere, è giusto calcare la mano?

Una legge del 2013 sulla parità di genere nella dirigenza

La risposta non è scontata e non siamo qui per dare una soluzione preconfezionata. Va da sé che, se ci fermassimo a pensare ai secoli dove le donne non potevano neanche esprimere il proprio voto, figuriamoci governare una città, chissà quante multe sarebbero dovute piovere per mancanza di rappresentazione femminile. Una quantità tale che gli Stati europei avrebbero visto quadruplicarsi i loro debiti pubblici. La legge francese in questione è stata introdotta nel 2013, quando la tematica femminile era più che mai di attualità come lo è (se non di più) oggi. Guardare al passato, quindi, sarebbe una scorciatoia poco lungimirante. Dovremmo quindi ragionare in base al famoso detto “chi di lama ferisce, di lama perisce” e tutti zitti? Non credo che neanche questa sia la strada giusta. Qui siamo davanti alla burocratizzazione dei diritti, né più e né meno. Si tratta, quindi, dell’applicazione letterale di una norma, senza guardare il contesto e la società dove viene applicata.

Le quote rosa esistono perché c'è ancora la disparità di genere

Se è vero che la giusta rappresentanza uomo donna è sacrosanta, in un momento dove ancora ovunque le donne sono sottorappresentate e con minore accesso ai piani alti di una carriera, incorrere in un sovrannumero in una giunta cittadina probabilmente non è un clamoroso errore da punire con una multa da 90 mila euro. Sarebbe bello stare qui a parlare di un mondo fatato in cui le quote rosa non esistono, dove il genere non faccia la differenza e in cui ogni persona (uomo, donna, queer) abbia lo stesso accesso nel settore lavorativo. Sappiamo però che non è così e non lo sarà ancora per un po’. Per questo, allora, forzare la mano è ancora qualcosa che ci tocca fare, soprattutto se quelle cariche sono ricoperte da donne che sanno il fatto loro e che stanno lì per giusti meriti e riconoscimenti. Anne Hidalgo, prima donna a ricoprire l’incarico di sindaco di Parigi, ha fatto i suoi legittimi calcoli nello scegliere i suoi amministratori e segretari. Sarebbe bello non dover chiedere deroghe per ottenere una giusta visibilità e per far sì che la politica rispecchi, in genere e numero, la società. Eppure ancora oggi ci tocca parlare di quote da distribuire e generi da rispettare per far sì che la naturale inclinazione del potere (da secoli in mano agli uomini), non faccia tornare indietro ancora una volta le lancette della storia. Anne Hidalgo pagherà quei 90 mila euro per essere venuta meno ad una legge dello Stato che, comunque, va rispettata. Saper discernere quello che è mera burocrazia da quella che è, invece, una sovraesposizione per una giusta causa, però, spetta anche a noi che guardiamo le cose da semplici cittadini.