Sarebbe bello se questa fosse la storia di qualche rara eccezione. Ma la verità è che ogni donna, o quasi, in un preciso periodo del mese da quando inizia l’età dell’adolescenza, si sente fuori posto. Alzi la mano chi, dai 13 anni in su non abbia vissuto l’imbarazzo del ciclo mestruale. E qui non parliamo dell’evidente disagio fisico del gonfiore, i dolori, gli sbalzi d’umore (che pure ci sono), ma dell’evidente tabù di nominarlo. Diciamo le cose come stanno, le mestruazioni si chiamano così. Al massimo ciclo (mestruale). Il dover ricorrere a “il marchese”, “le mie cose”, “i miei giorni”, sono dei tabù lessicali che non hanno più senso di esistere.

La catena di supermercati in Nuova Zelanda fa cadere il tabù

Chi ce l’ha messo in testa che il normale ciclo biologico di una donna abbia con sé qualcosa di peccaminoso, volgare, indicibile, al punto che abbiamo bisogno di sinonimi piuttosto ridicoli per spiegare qualcosa che ci rende quello che siamo? Per questo la notizia del cambio di marcia di una catena di negozi neozelandese che ha deciso di chiamare quelli che ora vengono definiti prodotti per l’igiene femminile  prodotti per le mestruazioni è un passo importante. Il marchio, Countdown, sarà il primo della grande distribuzione a evitare ingiustificati eufemismi e apporrà la parola “period” (ciclo mestruale) sulle scatole di assorbenti e coppette. Un cambio di passo affatto scontato e che potrebbe fare, ci auguriamo, da apripista. Perché questo è un tema che tocca ogni donna.

Il ciclo mestruale e l'imbarazzo sin dall'adolescenza

Queste storie potrebbero essere la mia, o quella di qualunque altra. Lei è Michela, ha ventotto anni.

Ricordo perfettamente quando in quarto ginnasio sporcai i pantaloni con una goccia di sangue mestruale senza accorgermene. I miei compagni di classe ebbero un moto di vergogna che, come succede con tutti i ragazzini di quell’età, sfociò in prese in giro per intere settimane.

Il racconto di Michela, che più o meno tutte noi donne da ragazzine possiamo aver vissuto, porta con sé anche la normalità. Perché aspettarsi di essere derise e giudicate, sin dall’adolescenza, è consuetudine.

“Non c’è stata nessun insegnante che abbia zittito i miei compagni o, cosa ben più importante, abbia preso spunto da quell’episodio per spiegare alla classe cosa voglia dire avere il ciclo mestruale. Gli sfottò, di qualunque tipo, nascono dalla mancata conoscenza di qualcosa”

Già, perché parlarne non si può e, dunque, non si può conoscere. E da adulti non è che le cose migliorino. All’università, sul posto di lavoro, quante di noi prima di andare in bagno hanno preso un assorbente dalla propria borsa e l’hanno nascosto nella manica sperando che nessuno ci vedesse dal tragitto bagno-wc? Quante hanno utilizzato delle pochette o degli astucci per nascondere i tamponi all’interno? Giulia, 25 anni, racconta:

Ho comprato un pacco di assorbenti in un piccolo negozio sotto casa. Il cassiere, una volta pagato, mi ha dato una busta fatta di carta per riporli all’interno. Non i classici sacchetti biodegradabili, ma quelli che non avrebbero fatto scorgere dall’esterno il contenuto. Ha pensato di fare un bel gesto per aiutare a nascondere l’acquisto.

Già, è proprio il nascondere la parola chiave. Ogni ragazza, che diventa poi donna, impara a nascondere e a nascondersi durante i giorni delle mestruazioni. Lucia, 34 anni, ha iniziato a farlo anche all’interno della famiglia.

Mi sono sentita a disagio sin dal primo ciclo. Lo nascondevo alla mia famiglia gettando gli assorbenti in un sacchetto differente rispetto alla normale spazzatura per non darlo a vedere. Quando arriva l’estate, poi, durante i giorni delle mestruazioni evito completamente di andare al mare.

Anche il tema delle vacanze è un grande tabù: come sappiamo esistono i tamponi, che ci aiutano a poter indossare tranquillamente il costume senza rinunciare a goderci la tintarella. Eppure ancora oggi tante ragazze evitano di andare al mare e il disagio che ne consegue. Perché il blocco psicologico precede qualunque ragionamento razionale. La discussione che manca è soprattutto quella famigliare. Il gap e la mancanza di conoscenza si percepisce bene nel divario tra una figlia e il proprio padre. Monia, 25 anni di origine egiziana, è un esempio perfetto.

Sono nata in Italia da una famiglia di radici musulmane e il tema delle mestruazioni è un tabù enorme. Non ho mai pronunciato questa parola davanti a mio papà o a mio fratello maggiore. Per me è sempre stato normale evitare il discorso, nascondere gli assorbenti nel mobiletto del bagno che utilizzavamo solo io e mio madre.

Una specie di patto d’acciaio al femminile dove gli uomini erano tenuti fuori.

Si nominano solo le cose che si conoscono

Queste piccole storie sono l’esempio del fatto che senza conoscenza e condivisione, è impossibile chiamare le cose con il proprio nome. E mai come in questo momento storico, in cui le donne stanno rivendicando il proprio posto nel mondo, è necessario che ogni meccanismo del nostro corpo non venga infarcito di nomignoli infantili o imbarazzo. Il bisogno di un’educazione sessuale nelle scuole serve anche a questo: conoscere i meccanismi del corpo femminile per evitare tabù inutili che pesano una vita intera sulla psiche femminile. Non è più tempo per girarci intorno, è arrivato il momento di chiamare le cose con il proprio nome.