Una vittima di stupro, spesso, è vittima due volte. La prima è quando, contro la sua volontà e il suo consenso, viene coinvolta in un rapporto sessuale. La seconda è nel momento in cui, dopo la denuncia o quando il fatto diventa di dominio pubblico, si insinua il dubbio che tanto vittima non è. Di quest’ultimo caso ne è piena la cronaca giornalistica e giudiziaria e, nonostante si tenti da più parti di rappresentare lo stupro e la violenza di genere in maniera corretta, la colpevolizzazione della vittima è sempre dietro l’angolo.

Victim blaming: quando la vittima diventa colpevole

Il fenomeno è così diffuso che, anche in Italia, c’è un termine inglese che lo spiega: victim blaming. E su questo fenomeno si basano gli ultimi due fatti di cronaca che hanno riempito discussioni pubbliche, pagine di giornale e commenti più o meno puntuali. Il più famoso e dibattuto è il noto video di Beppe Grillo, dove il garante dei Cinque Stelle difende a spada tratta suo figlio Ciro e gli amici, giudicando la presunta vittima (le indagini sono ancora in corso) assolutamente consenziente. E ubriaca. Il secondo episodio, che non ha volti noti grazie ai quali poter assurgere alla prima pagina, accade a Campobello di Mazara, nel trapanese.

A Campobello di Mazara un padre si scaglia contro la figlia vittima di stupro

Una ragazza diciottenne denuncia, accompagnata dal fratello, di essere stata stuprata da un branco di quattro ragazzi, che riteneva amici, a febbraio di quest’anno. Una festa come tranello per invitarla in casa, la violenza di gruppo continuativa, le urla e i graffi sulle braccia. Se questo non fosse abbastanza, dopo la denuncia della ragazza e la ricostruzione del fatto da parte di lei alle autorità, in questura arriva il padre della vittima. "Mia figlia vi ha raccontato dei fatti non veri, era ubriaca e quindi non era in grado di capire ciò che stava accadendo", dice secondo quanto riportato da Repubblica. "Questi sono dei bravi ragazzi, le ferite che mia figlia ha alle braccia sono dovute al fatto che i suoi amici tentavano di riportarla a casa, ma lei era ubriaca e faceva resistenza". In entrambi i casi, due padri che attaccano una donna e la sua verità. Nel caso di Beppe Grillo da più parti si è tentato di giustificare le sue parole in nome dell’amore filiale, ma allora come comportarsi con un padre che difende i presunti violentatori della figlia? Qui neanche la fiducia cieca verso la figlia tiene banco, ma l’assoluta convinzione che una donna (anche se figlia) ubriaca e sola debba essere messa in discussione quando denuncia uno stupro.

Il dubbio è il mezzo con cui la vittima viene attaccata

Il victim blaming ha varie sfumature: può instillare semplicemente un dubbio. Perché ha accettato quell’invito? Perché ha bevuto così tanto? Perché non è scappata? Perché ha denunciato con così tanto ritardo? Non si dice in maniera chiara che la vittima sta mentendo, ma si crea un retropensiero che serve come alibi della difesa. Questo è quello più diffuso e pericoloso. La vittima si sente isolata, in un momento di fragilità può davvero convincersi che parte della colpa possa essere la sua. Immaginate di essere reduci da un trauma, dove i contorni dell’episodio che lo ha scatenato sono confusi e dolorosi. E pensate se, invece di ricevere solidarietà, veniate esposti a giudizi sull’abbigliamento, l’alcol consumato o l’intimo indossato. Vi sentireste sporche, in difetto, in una sola parola: colpevoli. Ecco cosa il victim blaming vuol dire. I giudicanti non sono solo gli uomini, badate bene, le donne fanno la loro parte nel chiacchiericcio sputa sentenze.

L'Italia e il victim blaming

Purtroppo, in passato, abbiamo assistito ala colpevolizzazione della vittima da parte delle autorità, il punto più basso di un Paese che non ama le donne. Era il 1999 quando in Italia, in quella che è diventata la famosa “sentenza dei jeans”, la Corte di Cassazione aveva negato una violenza sessuale perché la ragazza vittima indossava un paio di jeans. Secondo la sentenza, essendo “dato di comune esperienza” che non sia possibile sfilare i jeans “nemmeno in parte, senza la fattiva collaborazione di chi li porta”, venne ritenuto che tra i due ci fosse stato un rapporto consenziente. Tutto questo ha portato a quella “vittimizzazione secondaria”, per usare un termine tecnico, in cui si infligge un ulteriore trauma alla vittima, rispetto a quello denunciato. Porta alla sfiducia, al sentirsi fuori posto sempre e ovunque. Il victim blaming ha ricadute sulla salute mentale della vittima, che viene isolata e stigmatizzata.La narrazione che i media fanno dello stupro, spesso ha contribuito a fare da megafono di risonanza alla colpevolizzazione della vittima. Cronache da buco della serratura, lo scandagliare il passato della donna, sono tutte operazioni che minano la sua parola e gettano discredito sulla denuncia dello stupro subìto. Per questo non bisogna mai dimenticare che lo sforzo che una donna fa nel denunciare gli abusi merita sempre un silenzio e un rispetto. E non dimentichiamo neanche che abusare di alcol non vuol dire sì, così come indossare una maglia scollata, sorridere, essere libere. Una gonna corta non stupra, uno stupratore invece sì.