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13 Gennaio 2021
12:10

L’esercito delle caregiver: in Italia sono le donne che si prendono cura dei familiari non autonomi

A svolgere il mestiere di caregiver, prendendosi in carico l’assistenza di un parente non autosufficiente sono quasi sempre le donne. In cosa consiste questo lavoro e quale il suo impatto nella vita quotidiana lo spiega la dottoressa Nicoletta Orthmann, coordinatore medico-scientifico della Fondazione Onda.
Intervista a Dott.ssa Nicoletta Orthmann
Coordinatore medico-scientifico della Fondazione Onda, Osservatorio nazionale sulla salute della donna e di genere
A cura di Francesca Parlato
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È difficile contare quanti siano i caregiver familiari in Italia. L'ultimo documento dell'Istituto Superiore di Sanità parla di 3 milioni di persone (anche se precisa che i dati non sono ufficiali). Quasi sicuramente chi sta leggendo ora quest'articolo conosce un caregiver o magari è proprio un caregiver. Questo termine viene dall'inglese, letteralmente si può tradurre con ‘colui che dà cura' e se lo scrivete su Google Translate verrà fuori la parola badante. Ma non è esattamente così. È un termine ombrello che ricomprende sotto la sua categoria sia il/la badante, una figura terza rispetto all'assistito e che viene retribuita per il lavoro che svolge, sia chi si prende cura di un familiare bisognoso, fragile o non autonomo. "I caregiver informali, quelli che appunto non sono retribuiti, sono definiti spesso come un esercito silenzioso. – ha spiegato a Fanpage.it la dottoressa Nicoletta Orthmann, coordinatore medico-scientifico della Fondazione Onda, Osservatorio nazionale sulla salute della donna e di genere – E sono quasi sempre le donne a svolgere questo ruolo all'interno delle famiglie, a prendersi cura di un genitore anziano, magari affetto da demenza senile, o di altri membri della famiglia affetti da malattie croniche". 

Il caregiver è donna

I numeri, in Italia come nel resto d'Europa, ci dicono che questo è un ruolo declinato principalmente al femminile. Le donne tra i 45 e i 55 anni costituiscono infatti il 65% dei caregiver familiari in Italia. "Alla base di questi numeri le motivazioni sono di carattere socioculturale. E purtroppo sono state, e ancora oggi sono, quasi sempre le donne a caricarsi questo tipo di responsabilità". Ma è interessante anche un altro dato, frutto di una recente ricerca, a proposito delle differenze di genere nei caregiver. Secondo uno studio riportato dall'ISS, le donne affrontano il ruolo di assistenti al familiare in maniera più empatica ed emotiva a differenza degli uomini che invece riescono a essere più pragmatici e a mantenere un maggiore distacco. "Questa differenza si ripercuote soprattutto sul piano del peso dell'assistenza. Essere un caregiver comporta infatti la responsabilità teorica e pratica della gestione di una vita altrui e questo non può non influire anche sulla qualità della vita di chi svolge questo compito".

Gli effetti sulla salute

Non è strano che sia frequente tra i caregiver la sindrome da burn out. "Quando si è talmente affossati e schiacciati dal peso dell'assistenza, può accadere di soffrire di questa sindrome e di essere sopraffatti dallo stress". Ansia, depressione, disturbi del sonno, patologie a carico dell'apparato cardiovascolare, causate proprio dall'alto livello di stress, sono purtroppo sintomi molto comuni in chi si trova ad assistere un parente malato cronico. "E poi ci sono anche gli effetti indiretti – spiega la dottoressa – Se il caregiver deve gestire la propria famiglia, il lavoro, il genitore anziano malato, non avrà tempo per fare sport, sentirà di non avere tempo da dedicare al proprio riposo, rimanderà le analisi e le proprie visite mediche, mettendo a rischio la propria salute". 

Il peso dell'assistenza familiare

Chi è un caregiver svolge un ruolo per il quale spesso non è neanche preparato, per una serie di contingenze, quando e dove non arrivano i servizi sociali pubblici, diventa a tutti gli effetti un infermiere per la persona assistita. "Per espletare il suo ruolo, che va dall'accompagnare il paziente alle visite mediche al seguirlo nella sua politerapia (pensiamo magari a chi deve prendere diversi farmaci a diverse ore) il caregiver ha bisogno di essere preparato: deve conoscere la patologia, deve avere un rapporto con i medici". Ma oltre alle attività quotidiane molto spesso un caregiver si ritrova anche a dover prendere decisioni per conto della persona che assiste. "Questo comporta un ulteriore carico di responsabilità. Quasi sempre, anche se il presupposto con cui si svolge questo ruolo è l'affetto, il caregiver prova dei sentimenti ambivalenti nei confronti dell'assistito e spesso si sente inadeguato rispetto alla situazione". A influire sul peso dell'impatto è anche il tipo di malattia: "Pensiamo al paziente affetto da demenza o schizofrenia, dove non c'è una relazione collaborante com il malato. Con il passare degli anni questa situazione potrebbe diventare logorante. E il costo emotivo e fisico per il caregiver diventare altissimo".

Il ruolo del caregiver durante la pandemia

Il Coronavirus ha ovviamente peggiorato anche la qualità della vita dei caregiver. Soprattutto le donne. Pensiamo a chi da un giorno all'altro si è ritrovata chiusa in casa, magari con un bambino da seguire in DAD, lo smart working e un parente malato da assistere. "La pandemia ha provocato un aumento di stress in tutti noi e, ancor di più, sulle donne caregiver. C'è chi ha preso peso, chi l'ha perso, chi ha iniziato a soffrire di palpitazioni e chi di disturbi gastrointestinali". E ora che la campagna vaccinale anti Covid è iniziata, sono tanti i caregiver che hanno sottoscritto un appello per far sì che anche loro, al pari degli operatori sociosanitari, possano rientrare nella prima fase delle vaccinazioni. "Potrebbero essere un'ulteriore categoria da considerare in questo momento, visto che come gli operatori socio sanitari sono in contatto costante con i propri assistiti".

Come non farsi sopraffare

Anche se in Italia la legge non lo riconosce come tale, le ore dedicate, l'impegno fisico e emotivo, la dedizione, fanno del caregiver, una vera e propria professione. "Essere consapevoli di quello che può essere il costo in termini di fatica psicologica e fisica e l'impatto di questo ruolo nella propria vita è indispensabile per non farsi travolgere". Fondamentale dunque che tutti gli assistenti familiari non sottovalutino il proprio benessere. "Il benessere del paziente, passa anche da quello di chi lo segue. Per questo è importantissimo preservarlo. C'è un approccio differente a questo tipo di lavoro, a seconda del genere, per questo mi rivolgo soprattutto alle donne esortandole a delegare. Impariamo a non caricare tutto sulle nostre spalle e a liberarci di qualche responsabilità". Conservare una parte di sé è indispensabile: serve a evitare di essere totalmente schiacciati da questo ruolo. "Bisogna coltivare i propri spazi e i propri hobby e a non mettere in secondo piano la propria salute: è importante fare sport, risposare, mangiare in maniera sana". Infine non bisogna avere timore di chiedere aiuto quando il peso della situazione si fa troppo grave da sopportare: "Rivolgiamoci ai nostri affetti, ai nostri amici o anche a un professionista. Già semplicemente parlarne a voce alta ci aiuterà a guardare quello che stiamo vivendo da lontano, con maggiore distacco, e a ritrovare il nostro benessere".

Le informazioni fornite su www.fanpage.it sono progettate per integrare, non sostituire, la relazione tra un paziente e il proprio medico.
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