Florencia viene violentata e sceglie di abortire clandestinamente, arriva in ospedale a causa di una violenta emorragia e lì viene trattata malissimo dai medici che si rendono conto di ciò che ha fatto. Ana Maria è malata di cancro, ma nonostante questo le viene impedito di interrompere la gravidanza: muore dopo il parto. Anche Liliana arriva in ospedale a causa delle conseguenze di un aborto clandestino: per punizione i medici non la curano tempestivamente e perde la vita. Lu, che non si è mai pentita di aver abortito, dice: "Se non lo avessi fatto mi sarei uccisa". Queste sono solo alcune delle storie raccontate in Let it be law (Lascia che sia legge) di Juan Solanas, presentato a Cannes e presentato nel corso della quinta giornata del Fashion Film Festival Milano.

Dopo 15 anni l'Argentina dice sì all'aborto

Al regista il tema dell'aborto è particolarmente caro e lo aveva già trattato prima di Let it be law. Il documentario è stato girato nel 2018, quando l'Argentina era nel pieno delle lotte per l'approvazione del disegno di legge sull'aborto. In quell'0ccasione l'esito fu negativo: il Senato non lo convertì in legge. Ma le cose sono andate meglio a dicembre 2020, quando è diventato legale dopo anni di battaglie. "L'idea era non forzare niente, inserire la realtà. Non c'è bisogno di forzare per capire quanto questo è assurdo. È una fotografia della realtà, chiedevo alle persone di raccontare in modo libero" ha spiegato Solanas. E infatti il film si avvale di molte testimonianze dirette di donne che hanno sperimentato in prima persona la difficoltà di abortire legalmente nel loro Paese, la pericolosità di affidarsi alla clandestinità, l'odio a loro riservato da medici e ginecologi. A queste voci si affiancano anche quelle di femministe, preti, politici, esponenti del movimento pro-vita.

La piaga della clandestinità miete vittime

Fino a oggi non potendo accedere gratuitamente e legalmente all'aborto, tantissime donne argentine si sono messe nelle mani della clandestinità. Dalle pillole, al prezzemolo nell'utero, ai ferri da maglia: metodi barbari a cui però, disperate, queste donne erano disposte a sottoporsi, rischiando la vita. Per anni si è lottato in nome di un diritto: quello di scegliere liberamente sul proprio corpo e sulla propria vita. La battaglia è stata fatta col simbolo del fazzoletto verde esibito dalle manifestanti. Nel documentario le sentiamo cantare con i loro pañuelos sulla base di Bella ciao: "Il sistema che ci opprime cadrà cadrà cadrà, porremo fine al patriarcato e anche al sistema capitalista. Questo è il mio corpo e io decido: lascia che l'aborto sia legale".

Dove finisce lo Stato e inizia la Chiesa?

La deputata Mayra Mendoza in Let it be law parla di giustizia sociale: lo Stato deve garantire alle donne il diritto alla salute, a interrompere una gravidanza in modo sicuro. Questo diritto adesso esiste, fermo restando la possibilità che il medico si dichiari obiettore di coscienza: e potrebbero essere la maggioranza. Il Paese infatti è molto religioso, c'è un sentimento radicato di diritto alla vita del nascituro a tutti i costi. Ma come dice Padre Paco nel documentario: "Gesù non avrebbe mandato nessuna donna in prigione per aver abortito". E a fargli eco è proprio un ginecologo che dice: "Le donne venivano giudicate, stigmatizzate e maltrattate dal momento in cui entravano in ospedale. Non posso credere che Gesù voglia questo". La questione investe molti aspetti e per questo è un argomento che non smette di dividere, che non può lasciare indifferenti. Ci sono implicazioni religiose e morali, ma è giusto che uno Stato ne tenga conto? Può un'istituzione legiferare sulla base di precetti di fede, andando a negare il diritto alla salute delle donne e privandole del controllo sul proprio corpo? In tanti Paesi l'aborto è illegale senza eccezioni o praticato con notevoli restrizioni, incrementando la clandestinità. La storica svolta in Argentina potrebbe dare il via a cambiamenti anche in altre parti del mondo, dove soprattutto le donne povere e con meno possibilità ancora muoiono di quelle che in Italia chiamavamo "mammane".