Ha superato le 46 mila firme la petizione lanciata su Change.org da Aoi Murata, studentessa giapponese di 20 anni che ha deciso di agire in prima persona contro YouTube. Molti brand nelle loro pubblicità propongono modelli di perfezione che condizionano eccessivamente le giovanissime e fanno sì che si sentano sempre inadeguate e sbagliate. La pressione avvertita dalle donne è tanta in merito ai canoni da rispettare per essere accettate dalla società. E sono canoni a cui si cerca a tutti i costi di allinearsi innescando meccanismi malsani. Non rispettarli, significa sentirsi emarginati e discriminati. La campagna della ragazza vuole impedire alle aziende di mettere online quelle pubblicità che incitano al body shaming: una volta raggiunto l’obiettivo delle 50 mila firme invierà la sua richiesta di maggiore controllo sui contenuti anche a un colosso come Youtube.

La petizione di Aoi Murata

La studentessa della Akita University of Art si è scagliata contro quelle pubblicità che sviliscono la persona e che incitano al body shaming e alla discriminazione, promuovendo ideali di "perfezione" irraggiungibili. Dalle pillole dimagranti ai prodotti per sbiancare la pelle alle tecniche di depilazione: ciò che passa in molti messaggi pubblicitari è un necessario adeguamento a certi canoni per essere accettati ed essere ritenuti "belli". La battaglia di Aoi Murata non è tanto contro i prodotti in commercio, quanto piuttosto contro il messaggio subliminale di fondo: la bellezza è solo una e bisogna essere tutti uguali. Ma migliorarsi per piacersi e stare in pace con sé stessi è diverso dal farlo per essere accettati dagli altri e per apparire "degni" agli occhi della società. «Certe caratteristiche del corpo vengono evidenziate nelle pubblicità come se fossero cattive e ci sono molte persone che si agitano per questo e si sentono ferite ogni volta che le guardano» ha spiegato la ventenne in un'intervista a The Japan Times.

La posizione delle aziende

Alcune aziende si sono già attivate per prestare maggiore attenzione ai contenuti pubblicitari, affinché non generino sentimenti di vergogna e inadeguatezza in chi li guarda. Per esempio alcuni mesi fa Yahoo Japan Corp. ha chiesto agli inserzionisti di eliminare gli annunci che sfruttano apertamente i complessi delle persone in merito al loro aspetto fisico e ai loro “difetti”. Questo controllo è relativamente più fattibile nel caso della carta stampata e della televisione, mentre nella giungla del web dove tutto è lecito è molto più difficile effettuare le dovute ispezioni. Molto scalpore (ma in senso stavolta positivo) ha creato la decisione di Kai Corp., un’azienda che produce lame e rasoi, che ha realizzato un cartellone pubblicitario insolito e controcorrente. La testimonial è una donna e ha le braccia alzate, si vedono i peli delle ascelle e la didascalia recita a caratteri cubitali: "Decidi tu se è inutile o no". Con questa pubblicità, diffusa persino a Shibuya (il quartiere modaiolo per eccellenza della città di Tokyo) l’azienda ha lanciato anche l'hashtag #freedominshaving (libertà nella rasatura). «In quanto azienda che si occupa di depilazione da oltre 100 anni, vogliamo aiutare le persone a liberarsi dagli stereotipi legati ai peli sul corpo», ha fatto sapere un portavoce del gruppo.