A volte raggiungere un traguardo non basta. Ottenere una promozione sul lavoro, sentire che qualcun altro apprezza il nostro modo di fare, avere un riconoscimento professionale, essere seguiti sui social, avere followers, non sempre sono elementi sufficienti a farci sentire di meritare quello che ci succede. Sindrome dell’impostore: così si chiama questa condizione che porta le persone a credere che ogni successo (piccolo o grande che sia) non sia mai il risultato finale dell’impegno profuso verso un obiettivo, ma soltanto una combinazione di fortuna, tempismo e fato. "Non si tratta di un disturbo classificato ufficialmente, ma è una condizione estremamente comune – ha spiegato a Fanpage.it la psicologa Annalisa Barbier – Si tratta di un atteggiamento mentale nei confronti di sé stessi, caratterizzato dalla sensazione di non essere mai abbastanza all'altezza. Chi vive questa sindrome è convinto che ogni successo non sia meritato ma soltanto frutto di una casualità. Il classico esempio? Una persona svolge un esame universitario, prende un buon voto e al termine non penserà che sia il voto giusto per aver studiato e per aver compreso la materia, ma che sia stato soltanto fortunato ad aver ricevuto le domande a cui sapeva rispondere". La ricerca iniziale che ha dato il nome a questa sindrome risale al 1978, due psicologhe, Pauline Clance e Suzanne Imes, studiarono un gruppo di donne di successo e si resero conto che queste tendevano a sminuirsi e a credere di non meritare il loro ruolo. "Si riteneva fosse più comune tra le donne, ma in realtà nella mia esperienza mi sono resa conto che non è così, ne soffrono anche molti uomini".

I pensieri tipici della sindrome dell'impostore

Prima o poi si accorgeranno che non valgo niente'.
Da un giorno all'altro scopriranno che non sono così bravo o preparato‘.
Sono alcuni dei pensieri ricorrenti di chi soffre di questa sindrome. "Accanto a questi in molte persone esiste anche la convinzione che gli altri siano sempre più bravi di noi, più preparati" spiega la psicologa. E per fronteggiare questa sequenza di pensieri negativi nella mente si affastellano anche altre idee di perfezionismo, di spinta a far sempre di più e di meglio, in molti casi chi soffre di questa sindrome va incontro addirittura al burn out per il troppo lavoro e il troppo stress.

Le caratteristiche della sindrome dell'impostore 

La tendenza ad attribuire all'esterno i propri successi è tipica di chi soffre di questa sindrome. "E poi si pensa sempre che prima o poi si verrà smascherati, che qualcuno prima o poi si accorgerà delle proprie (presunte) carenze". Ma oltre all'incapacità di riconoscersi un valore l'"impostore" soffre quasi sempre anche di sensi di colpa colpa perché ritiene di aver approfittato di una serie di condizioni favorevoli. "La mente è sempre attraversata da un retropensiero per il quale si sente di non aver meritato il complimento o la promozione". Oltre ai sensi di colpa si prova anche ansia, paura di essere smascherati, e questo si traduce nella necessità di fare sempre di più. "Si attuano delle strategie di controllo per smettere di patire questo disagio. Si tende a essere perfezionisti". Ma oltre a cercare di raggiungere la perfezione nel proprio campo la persona che soffre di questa sindrome tenderà a evitare di esporsi. "Non prenderà posizione in un dibattito per il timore di essere smascherato nella propria (sempre presunta) insufficienza". Questa sindrome è in grado di innescare una serie di circoli viziosi. "Non ci si ritiene abbastanza bravi o meritevoli e allora si eviterà il confronto e si eviterà anche di fare delle cose che dal punto di vista professionale potrebbero essere gratificanti".Chi ne soffre vive in una perenne sensazione di inadeguatezza. Il giudizio degli altri, una comunità non definita ma estremamente giudicante, diventa un'ossessione: "E questo può avere delle ricadute non solo dal punto di vista professionale ma anche sul proprio benessere e equilibrio interiore perché si vive sempre come se si dovesse dimostrare qualcosa".

Come nasce la sindrome dell'impostore

Anche se si riconoscono i successi nelle altre persone si fa fatica a riconoscere i propri, la base di questa difficoltà nell'attribuirsi dei meriti è da ricercare anche nella propria famiglia. "Spesso si tratta di persone cresciute in contesti familiari particolarmente giudicanti, critici, inclini a spingere il bambino alla competitività  e al perfezionismo" spiega la psicologa. Famiglie intransigenti che trasmettono una tipologia di amore condizionata alla prestazione e al risultato possono essere quindi alla base di questa sindrome. "Sono tanti però gli elementi che si sommano e interagiscono tra loro per costruire uno stile di personalità e un atteggiamento interiore. C'entra il temperamento con cui nasciamo, le influenze familiari e lo stile di attaccamento, come i nostri bisogni emotivi sono stati soddisfatti, poi ovviamente ci sono le esperienze di ognuno, la comunità nella quale siamo immersi". Si tratta di una sindrome molto comune nella nostra società che è estremamente competitiva e anche narcisistica. "Ci sentiamo sempre in dovere di dimostrare qualcosa agli altri. Chi ha sviluppato questa condizione oggi è particolarmente fragile e esposto".

Quali sono le conseguenze della sindrome dell'impostore

Oltre a non riuscire a godere dei propri successi la conseguenza peggiore di questa sindrome riguarda proprio l'incapacità di sentire il proprio valore. "Se io sento il mio valore mi sento pieno, ben radicato, vado nel mondo con un senso di integrità e di merito. Se invece non lo sento, la mia vita sarà sempre in balia delle impressioni degli altri, delle preoccupazioni costanti, di quello che gli altri pensano di me". Come se si vivesse un gradino più in basso degli altri, pensando che il prossimo sia sempre più bravo, più capace e meritevole. "Si vive con la paura di fare passi avanti, di accettare sfide che potrebbero anche darci soddisfazione". E anche se riusciamo ad accettare una promozione, una proposta di lavoro diversa, che ci fa mettere in gioco e qualcun altro ci riconosce un valore, ci fa i complimenti, la sensazione di gratificazione stenterà comunque ad arrivare. "I complimenti scivolano via come l'acqua. Non sedimentano. E poi la continua ansia di fare meglio di fare di più, associata alla sensazione di non fare abbastanza, si traduce in una grande sofferenza psicologica". E questo può portare anche a chiudersi in sé stessi. "Da una parte ci sono i desideri, le ambizioni, non necessariamente professionali. Ma dall'altra c'è l'impossibilità di esporsi e questo arresterà la crescita e i cambiamenti. Si cominceranno a evitare persone, confronti e in questo modo non riusciremo mai a uscire dalla condizione di partenza, a confermare a noi stessi che abbiamo un valore".

Il paradosso dell'impostore

A soffrire di questa sindrome sono spesso le persone più in gamba. "È molto frequente in persone di successo. Persone che hanno abilità, competenze ma che spesso sono spinte dalla necessità di dimostrare qualcosa e che non si riempiono mai del proprio valore". Chi ne soffre non riesce in alcun modo a fare tesoro dei complimenti e degli apprezzamenti ricevuti. "Così come arrivano scivolano via. Lasciando sempre posto alle mancanze".

Le distorsioni cognitive degli "impostori"

Distorsioni cognitive, così le chiama lo psichiatra Beck. "Si tratta di errori procedurali del pensiero che rendono disfunzionali i nostri schemi cognitivi e le nostre strutture stabili di significato. Nel caso della sindrome dell'impostore ce ne sono diverse. Come quella che ci porta a squalificare o sminuire ogni evento positivo e a credere che i successi abbiano poco valore". Poi al contrario c'è la sopravvalutazione del negativo. "Ogni errore, anche il più piccolo, è concepito come un fallimento". Accanto a questi atteggiamenti ci sono anche le cosiddette doverizzazioni. "Si ha un'idea fissa di come ci si deve comportare e di come gli altri si dovrebbero comportare". Infine quella che si definisce visione tunnel o attenzione selettiva. "Si porta l'attenzione soltanto su determinati aspetti della propria vita che confermano la convinzione di non essere abbastanza".

Come si supera la sindrome dell'impostore

Il primo passaggio per cercare di superare questa condizione, secondo la psicologa Barbier, è riconoscere quali sono gli eventi che attivano questo tipo di pensieri. "Una volta che impariamo a capire quali sono, siamo già avvantaggiati perché siamo pronti ad accogliere quello che succederà". La seconda fase è quella della consapevolezza. "Ci dobbiamo rendere conto che si tratta di schemi che mettiamo in atto automaticamente, che non si tratta della verità. Dobbiamo capire che il modo in cui leggiamo quello che ci succede è un nostro modo viziato di interpretare le cose". La terza fase è portare l'attenzione su tutto ciò che di buono si sa fare."Mettiamo in luce tutte le cose che abbiamo saputo fare, concentriamoci su quelle". Mettiamo in discussione quei pensieri che ci travolgono a ondate e che ci fanno credere di non essere bravi, di non essere capaci, di non meritare quello che ci succede. Impariamo a guardarci da un'altra prospettiva. "E poi ricordiamoci anche che nessuno è perfetto e che sbagliare è un'opportunità per correggerci e per migliorare sempre". 

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