Non era l’8 marzo. O forse sì. Era il 22 novembre 1909 quando 20.000 camiciaie di New York decidono di scioperare per chiedere maggiori diritti sul posto di lavoro. Già l’anno precedente, al Garrick Theatre di Chicago, un gruppo di giovani socialiste si era riunito per la prima conferenza sul diritto di voto e l’equità salariale. Abbiamo deciso, arbitrariamente, che l’8 marzo dovesse rappresentare il giorno delle lotte femminili. Qualcuno racconta di un incendio in una fabbrica, altri di una grande manifestazione a San Pietroburgo. Ma è così importante stabilire una data per parlare di donne in lotta?

Non era l’8 marzo, ma metà novembre 2014 quando una donna, Nadia Murad, scappa da un’abitazione di Mosul, dopo mesi di sequestro. Siamo in Iraq, tre mesi prima i miliziani dell’Isis erano entrati nel villaggio yazida, ammazzato la sua famiglia e portato via Nadia per farne la schiava del Califfato. Botte, stupri, mozziconi di sigaretta spenti sul corpo: Nadia per mesi subisce tutto questo, fino a quando, finalmente, raggiunge Stoccolma. Ambasciatrice Onu, attivista contro il genocidio delle minoranze, Nadia Murad nel 2018 vince il Premio Nobel per la Pace.

Nadia Murad riceve il premio Nobel per la pace nel 2018
in foto: Nadia Murad riceve il premio Nobel per la pace nel 2018

Non era l’8 marzo, ma il 20 settembre 2019 quando una donna, Gulalai Ismail, atterra a New York. La sua faccia, in Pakistan, era dappertutto. Negli aeroporti, sui telegiornali, nelle stazioni di polizia. Ricercata da mesi dalle autorità di Islamabad con l’accusa di tradimento. Gulalai aveva avuto il coraggio di denunciare le costanti violenze della polizia nei confronti di donne e ragazze pakistane. Il suo impegno per l’emancipazione femminile e quello della sua associazione Aware Girl, dovevano essere fermati a tutti i costi.

Gulalai Ismail
in foto: Gulalai Ismail

Non era l’8 marzo, ma il 6 marzo 2015 quando una donna, Li Maizi, e altre 4 ventenni di Pechino vengono arrestate. Le Feminist Five, questo il loro nome, avevano affisso dei manifesti per denunciare le molestie sessuali sulle donne cinesi a bordo dei mezzi pubblici. Un atto sovversivo per il regime cinese. Libertà sessuale, diritto a non avere figli. Rivendicazioni forti in una Cina dove la famiglia tradizionale è il fondamento della società. La loro voce si diffonde su Twitter e raggiunge intere generazioni di donne che lottano per l’autodeterminazione. Non era l'8 marzo quando nel 2007 una donna, Khalida Popal, forma la prima nazionale di calcio femminile a Kabul. In Afghanistan il regime talebano aveva da sempre vietato alle donne di praticare qualsiasi sport o di assistere a eventi sportivi. La lotta di Khalida continua quando, nel 2011, dopo numerose minacce di morte, deve emigrare, prima in India, poi in Danimarca. Ma Khalida resiste: nei campi profughi parla alle compagne rifugiate e fonda la Girl Power, un'organizzazione che mette lo sport al centro delle rivendicazioni femminili.

Khalida Popal
in foto: Khalida Popal

Non era l’8 marzo, ma il 21 giugno 2018 quando una donna, Minerva Velanzuela, in un teatro di Città del Messico, debutta con lo spettacolo “Los caballeros las prefieren prensas (o muertas)”. Parrucca alla Marylin Monroe e rossetto rosso, l’ironia del cabaret dà voce alle donne che ogni giorno in Messico vengono uccise senza avere giustizia. Un sistema giudiziario, quello messicano, dove uomini e donne non godono degli stessi diritti. La lotta di Minerva sta nell’arte che raccoglie risate seminando dolore. Non era l'8 marzo, ma il 26 luglio 2016 quando una donna, Kriti Sharma, lancia Pegg, il primo chatbot di Intelligenza Artificiale per la finanza. L'Intelligenza Artificiale per Kriti può essere migliore di noi: i robot imparano da chi li programma. Pregiudizi compresi. Pensiamo a un bot utilizzato per i colloqui di lavoro: preferisce candidati di sesso maschile, solo perché la statistica gli insegna questo. O all'assistente vocale che ci spegne la luce o ordina la pizza: ha la voce di una segretaria anni 50.

Non era l’8 marzo, ma il 4 aprile 2018 quando una donna, Bogolo Kenewendo, viene eletta ministro degli Investimenti e dell’Industria del Botswana. Ha solo 31 anni e diventa così la più giovane africana della storia a ricoprire un ruolo di potere. Bogolo Kenewendo rappresenta il cambiamento che l’Africa sta mettendo in piedi in questi anni dove sempre più donne decidono di scendere in politica e fare la differenza. Non era l’8 marzo ma il 7 novembre 2017 quando una donna, Danica Roem, vince le elezioni nelle file dei Democratici alla House of Delegates della Virginia. È la prima volta nella storia per una transgender. “A tutti coloro che vengono isolati, stigmatizzati: questa è anche la vostra America” dirà nel discorso di insediamento. E ci ricorda che le parole contano. Contano quando diciamo che alcuni esseri umani sono illegali. E contano anche quando transgender non diventa un aggettivo, ma è il solo nome con cui qualifichiamo donne e uomini come Danica.

Danica Roem
in foto: Danica Roem

Non era l’8 marzo, ma il 22 maggio 1978 quando noi donne, in Italia, abbiamo detto sì al diritto all’aborto. Siamo noi donne, che ogni giorno difendiamo il diritto di decidere del nostro corpo. Non sarà l’8 marzo ma il 25 novembre quando ancora noi, donne, ci rincontreremo nelle piazze e la sola voce di una donna che subisce violenza sarà la nostra. Non è l’8 marzo ma ogni giorno in cui difendiamo i consultori, i centri antiviolenza, le Case delle donne. Quei luoghi che non creano profitto, ma sono il simbolo di una lotta quotidiana. Ci siamo oggi, 8 marzo, e ci saremo domani. Lottatrici. Sempre.