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Fat shaming: che vuol dire e cos’è la discriminazione verso le persone in sovrappeso

Di fat shaming non si parla mai abbastanza. Si tratta di una forma di discriminazione nei confronti di chi ha un corpo non conforme ai canoni imposti dalla società. Quali sono i rischi per chi è insultato per il proprio peso e come provare a contrastare la grassofobia lo abbiamo chiesto alla psicologa Simona Calugi.
Intervista a Dott.ssa Simona Calugi
Psicologa psicoterapeuta e presidentessa dell'AIDAP (Associazione Italiana Disturbi dell’Alimentazione e del Peso)
A cura di Francesca Parlato
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Il fat shaming è ovunque. Nei commenti al veleno scritti sui social, nelle pubblicità che vendono miracolosi prodotti dimagranti, negli occhi di chi consiglia di perdere qualche chilo perché è "una questione di salute", nei cataloghi di abbigliamento dove i capi sono indossati soltanto da modelle taglia 38. Fat shaming vuol dire criticare qualcuno perché è grasso ed è una vera e propria forma di discriminazione. Molto spesso se ne parla in relazione al body shaming, un'ulteriore modalità discriminatoria, che prende di mira tutti i corpi non conformi ai parametri (di bellezza ma non solo) stabiliti, anzi imposti dalla società. "Chi fa fat shaming applica un pregiudizio molto forte verso le persone che hanno caratteristiche diverse da quelle ritenute ‘giuste'. – ha spiegato a Fanpage.it la dottoressa Simona Calugi, psicologa psicoterapeuta e presidentessa dell'AIDAP (Associazione Italiana Disturbi dell’Alimentazione e del Peso) – Si tratta di un pregiudizio molto profondo che associa alle persone con peso in eccesso delle caratteristiche negative".

G di grasso: la nuova lettera scarlatta

C'è un articolo della rivista scientifica dell'Università di Harvard, pubblicato nel 2017, dal titolo The Scarlet F che spiega perché il fat shaming è pericoloso per la salute mentale e come la F di Fat (o in italiano la G di Grasso) sia diventata uno stigma che le persone con obesità si portano dietro. "La presa in giro, la critica per il peso possono scatenare delle reazioni molto diverse nella persona che le subisce e sicuramente creano uno stato di malessere". Le conseguenze sono tante: chi sente forte questo stigma inizierà a sentirsi insicuro, eviterà di frequentare determinati ambienti, si vestirà in modo da esporre il meno possibile il proprio corpo. "Vivrà il corpo come un problema e comincerà con il tenere dei comportamenti che la porteranno all'isolamento". 

Il senso di colpa

La nostra società è grassofobica. Le persone con obesità sono guardate dall'alto in basso, si tende a fare loro la morale e si pensa sempre che essere grassi sia una dimostrazione di mancanza di forza o un fallimento della volontà di carattere. Anche per questi motivi chi è grasso quasi sempre soffre anche di sensi di colpa. "Il senso di colpa è associato al fatto che la vittima di fat shaming si ritiene responsabile dell'aver indotto negli altri la presa in giro. Lo stigma in questo caso è interiorizzato, la persona sente di non andar bene, di essere sbagliata, di non riuscire a raggiungere determinati obiettivi e si assume in toto la responsabilità di quel corpo". E quest'idea di essere sbagliata, si sedimenta nella persona vittima di fat shaming. "Subire una critica per il proprio peso diventa una sorta di conferma di essere in errore e il rischio peggiore è che questo sentimento diventi generalizzato e che la persona arrivi a credere che non soltanto il corpo ma che sia lei a essere completamente sbagliata" spiega la psicologa. Ma c'è un'altra conseguenza che deriva dallo stigma della grassezza e riguarda la salute delle persone: "Chi ha interiorizzato lo stigma tende a ignorare alcune problematiche e a curarsi di meno, a non andare dai medici proprio perché si sente in colpa per il peso. Questo atteggiamento è favorito dal fatto che, purtroppo, anche alcuni professionisti della salute criticano e hanno modi di esprimersi che sottendono un marcato pregiudizio nei confronti del peso in eccesso".

Il fat shaming e i disturbi alimentari

Chi è vittima di fat shaming nel corso della vita potrebbe anche andare incontro a disturbi alimentari. "Le cause di questo tipo di disturbi non sono conosciute – sottolinea la psicologa – Ma sappiamo bene che esistono dei fattori di rischio. E tra questi sicuramente le prese in giro, gli sfottò sul corpo, soprattutto durante l'età dello sviluppo, sono un fattore di rischio potente". Scherzare sul corpo degli altri, ironizzare sul suo peso e sulle sue forme contribuisce a generare insicurezze. "Le persone rischiano di finire per convincersi che avere una certa forma del corpo, che risponde ai canoni stabiliti dalla società, sia un passaporto per una vita migliore e per dei rapporti sociali più soddisfacenti".

Grassofobia

Alla base della grassofobia c'è il presupposto che obesità faccia rima con debolezza, incapacità di controllarsi, avidità, pigrizia. "Si tratta di un pregiudizio a tutti gli effetti. La società in cui viviamo purtroppo spinge ancora moltissimo in questo senso, nell'associare caratteristiche negative a persone con obesità, a parte rarissimi sprazzi di luce". Un altro indicatore di quanto la grassofobia sia una caratteristica radicata della nostra società è il linguaggio. Pensiamo a quanti sono gli aggettivi che esistono per definire in maniera, secondo alcuni, meno severa, le persone grasse: paffute, cicciottelle, pienotte, morbide. Questo perché la parola grasso nel nostro linguaggio ha una connotazione altamente dispregiativa. Non è un caso se le attiviste della Fat acceptance lavorano proprio per spogliare quest'aggettivo di tutto il carico negativo che si porta dietro.

E la salute?

L'eccesso di peso può avere origini diverse: patologie endocrine, l'uso di certi farmaci, predisposizione genetica e anche disturbi alimentari. Sbaglia chi accusa il movimento della body positivity di promuovere pratiche che possono nuocere alla salute. Combattere il fat shaming vuol dire infatti combattere il pregiudizio che vivono le persone con eccesso di peso, liberare i corpi dallo stigma. "Accettare che ogni corpo vada bene, qualunque sia la sua forma, è un obiettivo importante dal punto di vista sociale – spiega la psicologa – Ma questo non comporta il fatto di ignorare, dal punto di vista della salute, i problemi che il peso in eccesso può causare.

Consigli non richiesti

Fat shaming non è solo l'insulto scritto senza mezzi termini su Facebook o Instagram, ma anche il velato commento di un'amica o di un parente che consigliano una dieta letta sui giornali o di un corso in palestra miracoloso per il peso. E nella maggior parte dei casi chi fa questo tipo di commenti neanche si rende conto di stare facendo del fat shaming "Il problema nasce tutto dalla troppa attenzione per il corpo. Ogni volta che incontriamo una persona è facile fare osservazioni del tipo "Sei dimagrita" o "Hai messo su qualche chilo". Io credo che uno dei modi per combattere il fat shaming e il body shaming sia proprio avere un atteggiamento più neutro nei confronti del corpo".

Fat acceptance e body positivity

Negli ultimi anni il movimento per la body positivity (nato durante la seconda ondata del femminismo negli anni '60) è diventato più popolare. Ma la strada è ancora in salita. Nonostante le (poche) copertine di giornali con protagoniste donne dalle forme diverse da quelle a cui siamo abituate, gli ideali di bellezza irraggiungibili sono ancora duri da smantellare. Ma i fat studies sono sempre meno di nicchia e ci sono attiviste che su canali social come Instagram promuovono la Fat acceptance, creando degli spazi inclusivi per le persone che si sono sentite fino a oggi discriminate o tagliate fuori per le loro forme e il loro peso. La parola d'ordine però, secondo la psicologa è neutralità: "Non è facile capire quale sia la strada da percorrere: uno dei modi, a mio avviso, consiste nel defocalizzare l'attenzione mediatica dai corpi. Dobbiamo smetterla di entrare nel merito di forme e chili e cercare di avere un atteggiamento più neutro nei confronti del corpo".  

Le informazioni fornite su www.fanpage.it sono progettate per integrare, non sostituire, la relazione tra un paziente e il proprio medico.
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