Si chiama misgendering: significa definire in modo errato, basandosi su preconcetti e pregiudizi, il genere di appartenenza di una persona. Questi confini nel tempo sono diventati più fluidi e più sfumati e non sempre ciò che vedono i nostri occhi e ciò che essi riconducono a certi stereotipi, coincide poi con la realtà. L’uomo ha i capelli corti e veste con i pantaloni mentre la donna porta i capelli lunghi e indossa la gonna: questi sono gli accostamenti a cui siamo stati abituati, ma che nel panorama attuale appaiono un po’ antiquati. Si sta cercando a fatica di superarli, in modo da rendere la società più inclusiva. Che piaccia o no, oggi le persone non necessariamente si identificano nel loro genere biologico né si riconoscono in quei famosi stereotipi che vogliono uomini e donne aderenti a certi modelli prestabiliti. La questione non è solo sociale, ma anche linguistica e in questo senso l’italiano si presta poco a quello che è stato più facile affrontare in altri Paesi. Che pronome usare dunque per le persone non binarie, quelle cioè che non si identificano né nel genere maschile né nel genere femminile?

Come evitare il misgendering

In Italia un po’ per questione culturale un po’ per pigrizia linguistica la questione dei pronomi di genere è particolarmente spinosa e trova uno scarso accoglimento. Siamo in questo senso un po’ indietro rispetto ad altri Paesi, dove è stata risolta più facilmente. A differenza delle persone Cisgender, ossia coloro che si identificano con il sesso di nascita, ci sono anche quelle che questa identificazione non la riscontrano, oppure che non sentono affatto l’esigenza di identificarsi necessariamente con un genere piuttosto che un altro. Come riferirsi a loro? Il pronome generico maschile non è adeguato e qui arriva in soccorso il neutro che esiste in alcune lingue del mondo. Neutro che l’italiano invece non contempla, avendo solo maschile e femminile.

Possibili soluzioni: il plurale e le vocali neutre

Un’opzione è dunque il plurale. Molti chiedono espressamente di non riferirsi nei loro riguardi con “lui” o “lei”, ma con “loro” declinato però col verbo nella terza persona singolare. Alcuni non binari utilizzano alternativamente maschile e femminile, a qualcuno non disturba essere appellato secondo la convenzione sociale. Ma oltre al plurale c'è anche l'opzione della vocale "u" finale o della vocale schwa "ə", un suono neutro presente oltre che in inglese anche in alcuni dialetti italiani. Per evitare ogni imbarazzo si sta diffondendo l’usanza di specificare ove possibile il pronome neutro che si preferisce. Molti lo inseriscono nelle bio dei propri social, qualcuno addirittura accanto alla propria firma sulle mail di lavoro. Basarsi sui canoni estetici, insomma, non è più un criterio attendibile: la strada da seguire è accogliere la richiesta di chi esprime chiaramente la preferenza per un pronome neutro, non trovando identificazione in quelli maschile e femminile. Ed è una scelta che va rispettata. Anche se spontaneamente viene da usare “lui” o “lei”, la cortese richiesta di un “loro” merita accoglimento. Un Paese che ha mostrato una totale apertura su questo fronte è la Svezia, che non avendo un pronome neutro lo ha nel vero senso della parola creato. "Hen" è l'alternativa al pronome maschile "han" e a quello femminile "hon". Questo neologismo è stato poi inserito ufficialmente nel dizionario.

Facciamo chiarezza tra i generi

L'universo Genderqueer (o transgender) è quello, sconfinato, delle persone con identità non binaria: sono quelle che non si riconoscono nel genere assegnatogli alla nascita. In questo mondo si distinguono le persone Genderfluid: sono quelle la cui identità non rimane fissa, ma oscilla nel tempo lungo lo spettro di genere passando dall'identificazione col maschile a quella col femminile a quella neutra. Ma c'è anche chi non sente affatto l'urgenza di una classificazione: sono gli Agender, appunto "senza genere".