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Opinioni

Convegni e task force con soli uomini: perché è importante dire “no grazie” ai cosiddetti Manel

Eventi, presentazioni, convegni: quante volte assistiamo a relatori unicamente di sesso maschile? Oppure quante volte una donna è relegata al solo ruolo di moderatrice? Tante, troppe. I cosiddetti “Manel” (man+panel) rappresentano in maniera chiarissima il dibattito pubblico nel nostro Paese: quasi totalmente al maschile. Eppure qualcosa sta cambiando, grazie al web e a quei sacrosanti “no, grazie”.
A cura di Giulia Torlone
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A volte basterebbe dire no. Declinare un invito con determinazione e, in alcuni casi, il rifiuto deve essere fatto ad alta voce e, spesso, anche in maniera piuttosto plateale. Non stiamo parlando della vita privata, ovviamente, ma di quelle situazioni in cui si ripete continuamente la sopraffazione “numerica e partecipativa” dell’uomo sulla donna. Nello specifico, si tratta di tutti quei convegni, incontri pubblici e dibattiti dove a partecipare e, quindi, a discutere su un determinato tema, sono solo gli uomini.

La rimozione di genere nei dibattiti pubblici

A dimostrazione del fatto che non sia un episodio isolato è la nascita di una parola dedicata, che esprime esattamente quello che accade: Manel. È un termine che mette insieme “man” e “panel” ed è ormai di uso comune anche in Italia. Ne parliamo spesso in maniera isolata, come se ogni convegno con la mancanza di donne sia un fatto a sé. È accaduto con il Festival della Bellezza di Verona dello scorso anno, è successo ancora con l’istituzione della famosa task force anti Covid voluta dal commissario Arcuri e si ripete nei convegni scientifici piccoli o grandi che siano. In queste occasioni il genere femminile è rimosso. E se c’è una donna, la quasi totalità delle volte le è stato affibbiato il ruolo della moderatrice. Proprio per l’abitudine a perpetrare questo schema, non si può più parlare di fatti isolati, ma di un sistema di rimozione di genere che esiste e continua ad esistere. Va sottolineato, però, che nell’ultimo anno abbiamo assistito a denunce pubbliche del fenomeno, a inviti declinati che hanno innescato discussioni fino a portare agli occhi dell’opinione pubblica il problema. Sono nati anche dei partecipatissimi gruppi social in cui si segnalano eventi dove non esiste alcuna rappresentazione femminile. E che invitano a boicottarli.

Imparare a dire di no: il caso del ministro Provenzano

Eclatante fu il gesto del ministro del Sud Giuseppe Provenzano che, invitato dall’Associazione Mecenate a parlare delle modalità per ricostruire il Paese dopo la pandemia, ha deciso di ritirare la sua partecipazione dopo aver dato un’occhiata al programma. Su quattordici partecipanti all’incontro, non c’era nessuna donna. Eppure, repetita iuvant, non mancano esperte donne in qualsivoglia campo. Esistono sindache, virologhe, presidentesse, quindi non si può pensare che la mancata rappresentazione sia dovuta allo scarso numero di professioniste. Qual è il problema, dunque? Non sempre arrivare al cuore delle questioni è facile, specialmente quando si protraggono da tanto di quel tempo che sembrerebbe una questione congenita. In questo caso, il problema è uno, che torna spesso quando si parla di rapporto pubblico (e ahimé privato) uomo-donna: il potere.

Partecipare a quei tavoli vuol dire mostrare il potere

Mancanza di rappresentazione nei dibattiti vuol dire mancanza di presenza femminile nei tavoli che contano: per questo decostruire i manel ha un’importanza imprescindibile nell’impegno quotidiano verso una corretta ed equa presenza di genere. Le discussioni scientifiche, letterarie, politiche, servono per coinvolgere il pubblico da un lato, ma anche per svelare i volti dietro a determinate decisioni, ricerche, gruppi di lavoro. Eliminare le donne da tutto questo vuol dire far arrivare un solo messaggio, diretto: che loro non esistono e, se esistono, occupano gradini inferiori rispetto ai colleghi uomini. Sappiamo benissimo della presenza del famoso “soffitto di cristallo” che impedisce alla professionalità femminile di raggiungere la giusta valorizzazione e un potere riconosciuto, ma abbiamo imparato anche a notare che laddove il problema è stato riconosciuto, l’inversione di marcia è stata possibile e, anzi, ha reso qualsivoglia dibattito più meritevole, centrato, completo. Perché la professionalità femminile mostra la completezza di ciò di cui si discute, la rappresentazione corretta, per dirla in soldoni: si mostra la verità.

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Se ad occuparsene è la politica e non il buonsenso

A Padova, è la politica che ci mette una pezza. Dopo un convegno con l’architetto Stefano Boeri in cui si discuteva del futuro urbanistico della città, dove i relatori erano ben 16 uomini, Luciana Sergiacomi, presidente della commissione per le pari opportunità ha proposto un regolamento che rispetti, nei convegni e nei dibattiti, una corretta ed equa rappresentanza di genere. Quello che dovrebbe essere semplice buonsenso, si ottiene ancora una volta a suon di regolamenti e vademecum. L’obiettivo, però, resta comunque lo stesso e va perseguito. Innanzitutto con dei sacrosanti “no, grazie” che gli uomini seduti a quei tavoli dovrebbero dire quando gli si presentano inviti dove nessuna donna viene rappresentata. E, sicuramente, la politica deve restare vigile e attenta nella rottura di equilibri che ormai fanno fatica a restare in piedi.

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Trent’anni, giornalista professionista, si occupa di politica e questioni di genere tra web, carta stampata e tv. Aquilana di nascita, ha studiato Italianistica a Firenze con una tesi sul rapporto tra gli intellettuali e il potere negli anni duemila. Da tre anni è a Roma, dedicando anima e cuore al giornalismo. Naturalmente polemica e amante delle cose complicate, osserva e scrive per capirci di più, o per porsi ancora più domande. Profondamente convinta che le donne cambieranno il mondo. 
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