Circuiti, Luca Centola
in foto: Circuiti, Luca Centola

In Italia una persona su quattro ogni anno ha esperienza di un problema di salute mentale, secondo i dati riportati dal Ministero della Salute a gennaio 2020. Il tema dunque riguarda molte famiglie eppure, a più di quarant’anni dalla Legge Basaglia (la 180 del 1978) che ha ridato dignità ai malati reclusi nei manicomi, la discriminazione sul disagio mentale è ancora un problema. Solo una corretta informazione può consentire il superamento di quelle barriere che ancora impediscono l'inclusione sociale delle persone che ne soffrono o che ne hanno sofferto nel loro passato. In questo quadro si inserisce l'attività di Angelo Azzurro Onlus. L'associazione socio-sanitaria si occupa di assistenza a persone in condizioni di disagio fisico, psichico e sociale di tutte le età e sostiene le loro famiglie.

La mostra fotografica di Luca Centola

Il progetto A-HEAD di Angelo Azzurro Onlus mira a sviluppare un percorso di conoscenza delle malattie mentali attraverso una chiave ben precisa: l’arte e la creatività. Pittura, fotografia e scultura possono aiutare a comprendere e interpretare la fragilità e la complessità umana, ma anche a sviluppare un'interiorità sana ed equilibrata. Il progetto coinvolge diversi artisti per la realizzazione di laboratori creativi per i pazienti, da affiancare alla psicoterapia tradizionale. Sono percorsi individualizzati, che puntano a rendere i pazienti più autonomi nella loro quotidianità. Gli artisti sono coinvolti anche in mostre ed esposizioni che hanno l'intento di sensibilizzare e combattere lo stigma delle malattie mentali. La mostra Circuiti di Luca Centola (a Roma, dal 23 ottobre al 2 novembre) è la nuova tappa del progetto A-HEAD e vede il sostegno di Frida Giannini, designer di moda nonché ex direttore creativo della Maison Gucci molto attiva nel sociale da diverso tempo. Il ricavato di questa esposizione fotografica sarà devoluto a favore del reinserimento sociale di giovani che hanno affrontato problematiche psichiatriche, aiutandoli attraverso lo sviluppo di nuove capacità lavorative e creative.

Frida Giannini sostiene il progetto A-HEAD

Il suo nome è indissolubilmente legato al mondo della moda, ma Frida Giannini ha sempre mostrato un'attenzione al sociale per dare voce a quei problemi a cui spesso non viene dato abbastanza risalto. Per questo da tempo sostiene Save the Children e di recente ha abbracciato la causa di Angelo Azzurro Onlus. Per dare un aiuto concreto a chi ha bisogno l'associazione ha trovato la chiave delle forme artistiche e in questo quadro il progetto A-HEAD rappresenta il motore dell'associazione. Lo ha spiegato a Fanpage.it la stessa Frida Giannini.

L'arte e la creatività possono assolutamente essere d'aiuto: sono strumenti che ti portano a sognare, ad avere un'immagine diversa del mondo che ti circonda. Sono cose che stimolano. Ognuno di noi di fronte a una qualsiasi opera d'arte ha una reazione, che può essere di rigetto o di immersione o di riflessione o altro.

Novità assoluta del 2020 è la Collana Edizioni A-HEAD, un insieme di cataloghi collezionabili i cui proventi saranno finalizzati alla strutturazione di laboratori creativi e piattaforme per mettere in comunicazione artisti e pazienti. Quello dedicato alla mostra fotografica di Luca Centola sarà il primo della collana, con tutte le sue foto.

Sono molto d'impatto, possono piacere moltissimo così come lasciarti perplesso, assorbirti o in qualche maniera sfuggire. Una delle mie foto preferite si intitola "Nessun uomo è un'isola", che è un messaggio che spiega tutto quello che c'è nella sua opera: il fatto della solitudine, dell'abbandono. Anche Mattarella durante la Giornata delle Malattie Mentali ci ha tenuto a ripetere questa frase: «Mai più soli».

Non giriamoci dall'altra parte

La scelta di Frida Giannini di abbracciare questo progetto sta nella consapevolezza che c'è bisogno di maggiore informazione, maggiore sensibilizzazione. La nostra società ha paura di tutto ciò che è "diverso" e la diversità è in primis associata ai problemi mentali, guardati con sospetto, indifferenza, ignoranza.

Bisogna abbattere lo stigma. A volte le malattie mentali vengono ignorate dalla stessa famiglia, c'è ancora un senso di vergogna nell'ammettere di avere un problema psicologico, di doversi rivolgere a uno specialista del settore. Questa cosa va smontata, va creata anzi una cassa di risonanza e sollecitata la coscienza delle persone. Esistono troppi casi. Ovviamente le malattie mentali non si vedono, non sono come le malattie visibili. A volte il paziente stesso non si rende conto di avere problemi. Le malattie mentali riguardano tutte le fasce d'età, ma c'è un senso di paura e vergogna nell'affrontare questo discorso. A volte le famiglie cercano di fare finta di niente perché si vergognano di avere il figlio "matto", la figlia "pazza", quella "strana".

E lo è per gli adulti e ancora di più per i bambini, ma ciò non toglie che si possano trovare delle chiavi a loro adatte per far conoscere loro queste realtà, per mostrargliele sotto una giusta luce affinché imparino da subito a non puntare il dito. Frida Giannini, mamma di una bambina di 7 anni molto curiosa, ha raccontato a Fanpage.it come ha cercato di spiegarlo a lei.

È difficile: "malattie mentali" piuttosto che "psicologo". Però le ho detto: «Ti ricordi quella bambina all'asilo che ti tirava i capelli e tu dicevi che era cattiva? Quella bambina non era cattiva, aveva un disordine mentale». Poi le maestre l'hanno sottoposto ai genitori, che ovviamente non lo volevano ammettere, non lo avevano mai considerato e ha cominciato a curarsi e sicuramente ora starà meglio. Ecco, per farle capire fin da piccola cosa significa, perché poi il diverso diventa subito quello additato e appestato. Ecco perché la frase a cui più teniamo è la "lotta allo stigma", perché è la cosa fondamentale: se non si abbatte quello neanche il paziente si rende conto che non deve aver paura di avvicinarsi ai professionisti che hanno studiato per una vita intera questa materia.

La pandemia ha scoperchiato un vaso che si era cercato di tenere ben chiuso, ha portato a galla storie di abbandono e solitudine che probabilmente mai avremmo conosciuto altrimenti; ha fatto emergere problemi che impegnati come eravamo nelle nostre frenetiche vite non avremmo affrontato o considerato.

Confrontandomi con i medici mi hanno confermato che c'è stato un picco di aggravamento di pazienti, che probabilmente avevano già qualcosa "sotto al tappeto". Io stessa, lo dico sempre, non ho paura e non mi nascondo dietro un dito, stavo passando un momento difficile della mia vita. Era un momento in cui invece avrei avuto bisogno di passare del tempo con un'amica, di una carezza, di un conforto. Invece mi dovevo accontentare al massimo di una videoconferenza. Questo mi ha portato a un inizio di depressione e ad agire di conseguenza con un percorso di analisi. Non ci si deve vergognare, anzi ognuno di noi dovrebbe fare un percorso di questo tipo più o meno lungo. Ci sono momenti in cui si deve chiedere aiuto.