8 Settembre 2021
09:39

Autosvezzamento dei bambini: i pro e i contro di questa scelta alimentare

Liofilizzati, omogeneizzati e pappette pronte: fino a pochi anni fa era questo il metodo più utilizzato per svezzare i neonati. Ma sono sempre di più i genitori che decidono di optare per l’autosvezzamento, una pratica che consente ai neonati di acquisire maggiore autonomia e di far scegliere loro cosa mangiare. Quali sono i pro e i contro lo abbiamo chiesto alla nutrizionista Valentina Galiazzo.
Intervista a Dott.ssa Valentina Galiazzo
Biologa nutrizionista
A cura di Francesca Parlato

Arriva un momento nella vita di ogni neogenitore in cui apparirà la tapioca. È un classico dello svezzamento. Quando i bambini superano i 5-6 mesi di vita, si comincia a introdurre nella loro dieta cibi diversi dal latte. E allora via con liofilizzati, pappette e creme a base di mais e tapioca, di miglio, di riso e ovviamente omogeneizzati. Ma negli ultimi anni sono moltissimi i papà e le mamme che scelgono di adottare per i loro figli un metodo diverso dalla somministrazione di preparati e omogeneizzati e si chiama autosvezzamento. In pratica, senza seguire indicazioni guidate o prestabilite, il bambino si svezza ‘da solo', scegliendo dalla tavola dei genitori quello che più lo attrae per profumo o aspetto. "Mentre nei primi 5/6 mesi l'alimentazione prevede esclusivamente latte, successivamente si possono introdurre cibi semi solidi o solidi e liquidi diversi. Questo perché il bambino ha raggiunto uno sviluppo tale da consentirgli di deglutire cibi solidi. – ha spiegato a Fanpage.it la biologa e nutrizionista Valentina Galiazzo – Con l'autosvezzamento il bambino vivrà il momento del pasto insieme ai genitori, non gli verranno proposte le solite pappette, ma potrà scegliere in maniera autonoma quali alimenti consumare a seconda del suo desiderio".

Pro e contro dell'autosvezzamento

Con l'autosvezzamento il bambino diviene l'attore principale delle scelte a tavola. Spetta a lui la possibilità di scegliere come nutrirsi. "Le principali organizzazioni sanitarie ci suggeriscono i 6 mesi come età minima a cui poter iniziare l’autosvezzamento. A patto che il piccolo mostri interessi per alimenti diversi dal latte". E anche il Ministero della Salute, nelle sue linee guida contempla questa possibilità, asserendo che "Frutta, verdura, i cibi della famiglia vanno benissimo, purché adattati alla sua capacità di mangiarli". Il principale contro, secondo la nutrizionista, sta proprio nell'espressione ‘cibi di famiglia'. "Se in casa non ci sono buone abitudini alimentari il bambino potrebbe non avere di fronte a sé scelte salutari". E il rischio in questo caso potrebbe essere l'insorgere di una predisposizione verso il sovrappeso e una preferenza per un'alimentazione a base di cibi decisamente poco sani. "L'ideale sarebbe che anche i genitori seguissero un'alimentazione sana e bilanciata che preveda tutti i macro e micronutrienti: carboidrati, proteine, fibre, sali minerali e vitamine. E un apporto ridotto – se non quasi azzerato per i cibi che vengono condivisi con il bambino – di sale. I reni dei più piccoli infatti non sono maturi per filtrare i sali, per questo se ne vieta l’utilizzo nelle preparazioni destinate a loro". Tra i pro di questo tipo di scelta c'è sicuramente la possibilità per i bambini di sviluppare una certa autonomia e di avere sin da subito un approccio sereno verso l'alimentazione in generale ma anche verso cibi solitamente sgraditi come le verdure o la frutta. Vedendo i genitori mangiare un piatto di spinaci o del riso con le zucchine e non avendo proposte alimentari diverse, il bambino sarà spinto dalla curiosità e assaggerà in maniera più disinvolta nuovi piatti. Ovviamente non bisogna portare questo ragionamento alle estreme conseguenze, e nessuno si sognerebbe mai di offrire a un bambino di pochi mesi un piatto di carbonara o un panino con hamburger. "Bevande gasate, frittura, caffeina, teina, alimenti crudi (carne e pesce), cozze, bevande zuccherate e alcolici, salumi e dolciumi, uva, frutta secca, sono assolutamente da escludere dalla dieta dei più piccoli".

I rischi di allergie e intolleranze

Una delle obiezioni più frequenti all'autosvezzamento è il rischio che i più piccoli, avendo la possibilità di assaggiare alimenti solitamente esclusi dalla loro dieta perché allergizzanti, sviluppino questo tipo di problematiche. "Un tempo – spiega Galiazzo – si tendeva a eliminare dalla dieta della gestante e a ritardarne l'introduzione nella dieta del bambino di tutta una serie di alimenti ritenuti allergizzanti come fragole, pesche, crostacei e pomodori. Ad oggi diversi studi hanno dimostrato che le diete di eliminazione non sono in grado di prevenire le allergie". Il consiglio, in ogni caso, prima di scegliere quale tipo di pratica di svezzamento adottare è affidarsi a un pediatra e anche a un nutrizionista. "È sempre opportuno farsi seguire dagli esperti così che i pasti siano bilanciati e soprattutto per evitare carenze nutrizionali in una fase così importante di sviluppo".

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