"All'Ospedale Bambin Gesù di Roma abbiamo registrato un aumento del 25% rispetto al 2019 di ricoveri per disturbi alimentari". É questa l'altra faccia del Covid. Una delle tante conseguenze sui più giovani della chiusura forzata e del lockdown ma di cui si parla ancora troppo poco. "C'è stato un enorme peggioramento, abbiamo avuto un incremento di richieste di aiuto sia nell'ambito dei percorsi sanitari in day hospital che in termini di ricovero – ha spiegato a Fanpage.it la psichiatra Valeria Zanna, responsabile del Centro per Disturbi Alimentari dell'Ospedale Bambin Gesù di Roma "Nonostante il lockdown non abbiamo mai interrotto le terapie. Abbiamo accolto persone da fuori regione, che non avremmo dovuto prendere in carico, perché purtroppo la risposta sul territorio a questo incremento non è stata adeguata".

I chili del lockdown

Ci abbiamo scherzato su durante tutto il primo lockdown. Abbiamo preparato manicaretti e sfogato sul cibo tutte le paure e le frustrazioni dovute alla chiusura. "Durante il primo lockdown abbiamo avuto la possibilità di investire di più sul cibo: abbiamo cucinato, abbiamo mangiato e quasi tutti ci siamo ritrovati con qualche chilo in più. E per quei ragazzi che già avevano una predisposizione per i disturbi alimentari (come anoressia o bulimia) la situazione si è acuita". Durante la breve pausa estiva siamo tutti rientrati in una socialità che rispecchiava quella pre Covid, ma per i ragazzi con questo tipo di vulnerabilità il rientro è stato tutt'altro che semplice e gioioso: "La percezione di essere aumentati di peso dopo tanti mesi in casa, legata all'idea di dover di nuovo affrontare i compagni, gli amici, ha portato tantissimi giovani (sia ragazzi che ragazze) alla ricerca di un dimagrimento".

Il controllo delle famiglie

Niente scuola, niente amici, niente uscite. I bambini e gli adolescenti hanno passato mesi a stretto contatto soltanto con i genitori, perdendo quello che è uno dei desideri più tipici della loro età: affrontare la vita al di fuori della propria famiglia. "Bisogna pensare che l'età evolutiva è una fase della vita speciale in cui sono forti le spinte centrifughe, il desiderio sano di investire le proprie energie in un contesto sociale, al di fuori della famiglia. È una fase naturale per il ragazzo e per i genitori che è stata completamente persa". Si è verificato l'effetto opposto, una forza centripeta che ha portato i ragazzi all'isolamento e alla mancanza di socialità e a vivere sotto stretto controllo dei genitori. "E in questo modo è venuta meno la rete sulla quale si base la vita di ogni adolescente".

I pro e i contro dei social

Quando sentiamo in una stessa frase le parole social e adolescenti, non ci aspettiamo mai nulla di buono. Ma secondo la dottoressa Zanna demonizzarli tout court è sbagliato. "Gli smartphone e i social sono stati in qualche modo anche una salvezza per questi ragazzi durante la pandemia. Grazie a questi dispositivi hanno potuto mantenere i contatti con i compagni e avere comunque una socialità". Ma per un adolescente con una predisposizione ai disturbi alimentari il confronto costante con modelli estetici virtuali, come quelli di influencer e youtuber, è sicuramente pericoloso: "Chi è particolarmente timido o introverso, chi già soffre di qualche fobia sociale, probabilmente tenderà a chiudersi in questo mondo virtuale, correndo il rischio di prendere come riferimenti per un confronto con sé stessi, dei modelli modificati, corretti, irreali e per questo irraggiungibili".

Le ricadute

La paura del contagio e l'isolamento hanno avuto anche degli effetti collaterali sulle persone che in passato avevano sofferto di disturbi alimentari, provocando delle ricadute. "Il primo lockdown per la maggior parte dei giovani con una storia di disturbi alimentari è stato tutto sommato gestibile, hanno trovato delle strategie adattive. Il problema è stato il periodo successivo, il prolungarsi della mancanza degli aspetti ludico-ricreativi e sociali. L'assenza di spazi per i ragazzi, l'assenza della scuola ha contribuito notevolmente sul peggioramento del quadro".

I segnali di un disturbo alimentare

L'esordio di questo tipo di disturbi si è anticipato, non riguarda più soltanto gli adolescenti: "Oggi già a 9-10 anni iniziamo a vedere i primi sintomi e anche se si tratta nella maggior parte dei casi di ragazze oggi il fenomeno sta aumentando anche tra i maschi. Si vedono grassi, hanno un'alterata percezione della propria immagine fisica, smettono di mangiare, hanno paura di prendere peso, conoscono le calorie che ci sono negli alimenti". Ma i disturbi alimentari riguardano ogni aspetto di vita del bambino, non soltanto il suo rapporto col cibo: "Non si deve guardare solo l'alimentazione. Può accadere che in certi periodi un bambino mangi di meno e non deve essere per forza un sintomo della malattia. Bisogna mettersi in guardia se queste abitudini alimentari diventano costanti nel tempo, quando anche cibi e piatto un tempo amati vengono rifiutati, quando c'è la richiesta di conferme rispetto alla magrezza, magari chiedendo ai genitori di fare paragoni rispetto ai fratelli o altri ragazzi". L'altro fondamentale aspetto a cui stare attenti riguarda poi la socialità: "Quando parallelamente a tutti questi segnali c'è una chiusura verso l'esterno, quando non si ha voglia di stare con gli altri, quando si evitano circostanze che prevedono momenti di convivialità a tavola e quando in generale l'approccio alla vita si restringe, e l'unico interesse resta soltanto lo studio. Quando vediamo tutti questi segnali è bene mettersi in allerta".

La famiglia: il primo riferimento

Fortunatamente oggi gli strumenti a disposizione delle famiglie sono tanti: di disturbi alimentari si parla con maggiore frequenza e i genitori hanno la capacità di poterli riconoscere e intervenire in maniera tempestiva. "In questa fascia d'età il crescendo dei sintomi è rapidissimo e improvvisamente i genitori iniziano non solo ad accorgersi del disturbo ma avvertono soprattutto l'impotenza e l'incapacità di non sapere come affrontarli". È bene però ricordare che il primo esempio viene sempre dalla famiglia: "Se i genitori stessi iniziano a parlare di peso, a fare commenti sui chili presi, sulla necessità di mettersi a dieta, i ragazzi inevitabilmente risentiranno del contesto in cui vivono. Il disagio comincia sempre all'interno delle famiglie, ma al tempo stesso sono propri i familiari una grandissima risorsa per la cura dei bambini".

Le informazioni fornite su www.fanpage.it sono progettate per integrare, non sostituire, la relazione tra un paziente e il proprio medico.
i