È difficile parlare di una donna che a 31 anni racchiude in sé così tanta vita che non sembra possibile contenere neanche con il doppio dei suoi anni. Una vita sofferta, violata, ma in cui la libertà è ancora ben visibile da ogni spiraglio che la quotidianità apre. La storia di Zehra Dogan è quella del coraggio delle donne, ma anche quello di un popolo che non si arrende e che continua a puntare sulla rappresentanza femminile per essere legittimato.

Zehra Dogan in carcere per un disegno

Zehra è un’artista e giornalista curda. Scrive, disegna, dipinge, racconta quello che i suoi occhi vedono in mille modi possibili. Utilizza i social per diffondere la realtà che vive e su cui riflette: quella dei diritti violati del popolo curdo, del PKK, del desiderio di uno Stato democratico e matriarcale al confine tra Siria e Turchia. È stato proprio un disegno dei suoi a costringerla a interrompere bruscamente il suo sogno di libertà. Era il febbraio del 2016 quando Zehra si trasferisce a Nusaybin, città turca vicino al confine siriano. Dopo poco, le forze armate governative sferrano un attacco alla città rendendola fumo e polvere. Proprio questo si vede nel dipinto che Zehra ha fatto: una città dove sventolano i vessilli turchi tra le macerie, con dei carrarmati neri a firma dell’orrore. Il disegno viene postato su Twitter e questo sarà lo shock nella vita della ragazza: una condanna a 2 anni, 9 mesi e 22 giorni di carcere.

Una delle opere dal carcere di Zehra Dogan
in foto: Una delle opere dal carcere di Zehra Dogan

Le dissidenti turche e l'arte come forma di resistenza

Le carceri turche, soprattutto per i dissidenti politici, non sono affatto dei luoghi di villeggiatura. Le donne curde all’interno vengono spesso torturate, violentate, riportano segni indelebili sul corpo e nell’anima. Zehra però, anche in prigione continua a sentire l’urgenza di raccontare il suo desiderio di libertà, i suoi sogni. Per questo ha continuato a disegnare in gran segreto nonostante le fosse negato qualsiasi materiale di cancelleria. L’urgenza è così forte che si ingegna: utilizza il tè, gli avanzi dei pasti, il caffè e il sangue mestruale per dare un corpo visivo a quello che le succedeva dentro. Qualunque mezzo è utile per esprimere una sofferenza e un desiderio che è lì e non viene cancellato neanche dai soprusi e dalla reclusione. L'utilizzo del sangue mestruale diventa un gesto politico e non solo dettato dalla necessità. Imprimere un pezzo di carta, un foglio di giornale, con l’essenza più intima e femminile il volto di un desiderio. Durante la sua reclusione, a centinaia di migliaia di chilometri di distanza, un gesto potente ha portato la storia di Zehra Dogan sotto gli occhi di noi occidentali. Tra Houston Street e Bowery, a Manhattan, nell’iconico Bowery Wall è apparsa un’opera poderosa. Una sequenza di pattern geometrici neri su fondo bianco, dove solo uno è differente. In alto sulla destra, tra quei segni neri che diventano sbarre, appare il volto di Zehra Dogan. L’enorme opera è a firma di Banksy e Borf, altro street artist di fama mondiale. Proprio Banksy al New York Times ha detto: “Mi dispiace molto per lei. Ho disegnato cose che avrebbero meritato molto di più una condanna”.

Apolide e libera, il presente di Zehra lontano dalla sua terra

Pantalone arancio, capelli e occhi nerissimi. Zehra Dogan è apparsa ieri in libertà, nonostante le restrizioni da Coronavirus, proprio qui in Italia, a Ravenna. E sul palco del Ravenna Festival sarà di nuovo presente stasera, al Concerto dell’Amicizia diretto dal maestro Riccardo Muti in onore della Siria. Zehra, finalmente libera, vive una condizione che troppo spesso accumuna la minoranza curda: quella di essere un’apolide. Già, perché l’artista non ha cittadinanza né passaporto. "I Curdi non hanno una patria – ha detto ieri nel primo appuntamento del Ravenna Festival –, ma sul palcoscenico della Rocca Brancaleone ne avranno una". Così il sogno di Zehra, stasera, potrà volare alto nel nostro Paese, a ricordarci una volta in più che persone come lei non hanno nessuna colpa per essere nate nella parte considerata sbagliata del mondo. E soprattutto noi non abbiamo nessun merito per esser nati in quella giusta.

Murales di Banksy e Borf sul Bowery Wall di Manhattan, NY
in foto: Murales di Banksy e Borf sul Bowery Wall di Manhattan, NY