Le buone notizie arrivano, ma riescono comunque a lasciare l’amaro in bocca. Lo scorso sabato 12 settembre è stata inaugurata ad Aversa, in provincia di Caserta, la stanza “Ma più soli”. Un luogo protetto, sicuro, dedicato all’ascolto delle donne vittime di violenze e maltrattamenti realizzata all’interno del commissariato, in collaborazione con il Soroptimist Club International. Gli spazi sono pensati e arredati per permettere alle vittime e ai loro figli di sentirsi a proprio agio senza essere costretti a restare, e sporgere denuncia, dentro una fredda aula di un commissariato di polizia. Progetto nobile, nulla da dire, la cui inaugurazione è diventata l’ennesima occasione però per lo sfoggio del mansplaining tanto caro a questo Paese, o comunque per fotografare una realtà senza le donne.

L'inaugurazione tra uomini di uno spazio al femminile

Presenti al momento del taglio del nastro, tra gli altri, il capo della polizia Franco Gabrielli, il questore Antonio Borrelli, il prefetto di Caserta Raffaele Ruberto e il vescovo Angelo Spinillo. Gabrielli ha dichiarato:

“Trovarsi in un ambiente consono, in un ambiente nel quale le tue paure, le tue preoccupazioni in qualche modo si stemperano e trovano un volto amico e degli occhi che intercettano il tuo bisogno di aiuto, questo fa la differenza”

Parole sacrosante, ma che non sarebbe stato più giusto e necessario ascoltarle da una donna che sa bene il valore di quanto detto? Il problema non è non capire l’empatia, che in un uomo con un minimo di sale in zucca non può che esserci, ma capire che le donne esistono e che è necessario che prendano parte alla narrazione che le riguarda. E in un caso come questo di Aversa, il problema è ancora più macroscopico perché fotografa non solo l’appropriazione della condizione delle donne, ma anche la loro assenza nella platea. Presenti infatti solamente la presidente Nazionale di Soroptimist Club International,  Mariolina Coppola, e la presidente del Club sezione di Aversa, Assunta Serao. Questori, sindaci, poliziotti, prefetti: carriere dove le donne hanno un accesso talmente faticoso che il risultato è questo. Una fotografia con soli uomini che ascoltato un altro uomo spiegare la condizione di una donna vittima di violenza. L’abbiamo già visto fare svariate volte, l’ultima e più nota è stata la reazione di Valeria Parrella al Premio Strega, dove il conduttore Rai ha terminato il collegamento con lei per parlare del Me Too con Corrado Augias. La scrittrice partenopea non ha potuto far altro che alzare le spalle e dire: “Auguri!”. Di scrollare le spalle, però, ne abbiamo le tasche piene. Perché non si può dire, soprattutto in questo momento storico, che non ci siano donne disposte a portare la propria testimonianza davanti a una platea. E non si può neanche dire che siano poche quelle all’interno delle forze dell’ordine che possano testimoniare cosa voglia dire assistere e accogliere chi è vittima di violenza sessuale, psicologica, economica.

La violenza sulle donne è un problema maschile, ma le donne restano le protagoniste

Il passaggio del discorso che Gabrielli ha dedicato alla responsabilità maschile e alla necessità di un cambio di rotta è stato senza dubbio necessario:

C’è sicuramente un problema culturale alla base della violenza di genere e, in particolare un deficit di noi uomini nei confronti dell’altra metà del mondo che ha deciso di non vivere passivamente una condizione di soccombenza. E allora tutti noi dovremmo interrogarci, perché quando una donna o un soggetto vulnerabile si affida alle istituzioni, dovrebbe vivere anche una condizione di solidarietà da parte della comunità che ha intorno. Invece, troppo spesso, questo non c’è.

La violenza sulle donne è un problema maschile, totalmente maschile. Non dobbiamo mai stancare di ripeterlo. E se le istituzioni tutte iniziano a essere (con colpevole ritardo) sensibili alla giusta comunicazione sul tema, è arrivato anche il momento in cui bisogna dimostrare la stessa sensibilità nella narrazione di ciò che riguarda le donne. Di loro non bisogna parlarne cercando di mettersi nei loro panni. Nei loro panni bisogna mettercisi nel modo di agire, non sostituendosi a loro quando c'è bisogno di parlare. Non ci stancheremo di ribadire neanche questo.