Quest'anno la Giornata dedicata ai Disturbi del Comportamento Alimentare ha ancora più importanza. Negli ultimi dodici mesi, la maggior parte dei quali passati in lockdown, sono aumentate del 30% le richieste di aiuto. "Situazioni che erano sotto controllo sono esplose, diventando patologiche, situazioni di gravità media sono peggiorate. Con la chiusura in casa sono cambiate le nostre abitudini e i nostri ritmi e sono aumentati i disturbi del comportamento alimentare" ha spiegato a Fanpage.it il professor Gianluca Castelnuovo, psicologo e docente presso l'Università Cattolica di Milano e ricercatore presso l'Istituto Auxologico Italiano. La perdita della socialità, la paura del virus, la convivenza forzata hanno portato moltissime persone a sviluppare un rapporto malsano con il cibo e anche con il proprio corpo. "Essere costretti a passare molte ore al giorno con persone con cui si ha un rapporto critico, la mancanza di sfoghi fisici, l'impossibilità di condividere esperienze o emozioni e un'eccessiva esposizione alla cucina ha esasperato alcune tendenze. Chi aveva già problemi di iper alimentazione ha mangiato di più, chi aveva comportamenti anoressici o di eccesso di selettività verso il cibo (ortoressia) ha esasperato questi atteggiamenti". 

Gli eventi sentinella: le spie del disturbo

Il malessere diffuso provocato da quest'anno di pandemia ha reso più difficile anche accorgersi degli eventi sentinella, quelle spie che ci fanno capire che chi ci sta intorno soffre di un disturbo del comportamento alimentare. "L'osservazione in maniera critica del proprio corpo, la ricerca di confronti, passare troppo tempo in bagno a guardarsi, la tendenza all'isolamento, un eccesso di attività fisica, un cambiamento di atteggiamento nei confronti del cibo (da momento di condivisione a momento da evitare o da affrontare in solitaria). Tutti questi sono segnali che ci indicano che qualcosa non va. Ma dobbiamo considerarli come un algoritmo, una combinazione: uno solo di questi comportamenti o un episodio non ci deve fare preoccupare. Se vediamo una continuità in questi atteggiamenti è bene però rivolgersi a uno specialista". Molti genitori sono spesso spaventati, credono di poter tenere sotto controllo un problema come questo, ma la tempestività conta moltissimo. "Il primo approccio è sempre molto soft. Ci si può rivolgere a uno psicologo clinico per un colloquio, a volte è utile anche un confronto soltanto con i genitori nel caso di pazienti minorenni. Poi si valuterà come proseguire. Ma va bene anche rivolgersi a un medico di fiducia, l'importante è non ignorare i segnali d'allarme. Prima si interviene, prima se ne esce".

L'importanza di chiedere aiuto

Il fai da te in questi casi può essere un boomerang: fare pressione su una ragazza che non vuole mangiare, avere un atteggiamento giudicante nei confronti di chi fa binge eating possono peggiorare la situazione. "Le imposizioni ottengono l'effetto opposto, scatenano la conflittualità sul piano relazionale. Evitiamo (nel caso di disturbi come anoressia o bulimia) che il pranzo e la cena diventino degli esami di valutazione e di mettere sotto pressione le persone che ne soffrono, meglio lasciar fare agli esperti". Si parla di esperti al plurale, perché nel caso di disturbi del comportamento alimentare c'è sempre un'équipe di specialisti che si occupa del paziente: dietista, nutrizionista, psicologo, medico internista. "Quando siamo in presenza di un disturbo alimentare si agisce sia su un piano orizzontale che su uno verticale: orizzontalmente perché sono tante le figure di specialisti coinvolte, verticalmente perché si può scegliere il livello di cura migliore per il paziente, dal day hospital al ricovero nei casi più gravi". I tempi di guarigione purtroppo non sono mai brevi, la letteratura scientifica ci dice che ci vogliono in media 3 o 4 anni per uscire da un disturbo del comportamento alimentare nel 70-80% dei casi. "La restante parte migliora la propria salute e anche la propria qualità della vita, ma l'atteggiamento anoressico o bulimico oppure di binge eating permane. E in questi casi le persone devono essere sempre seguite per evitare ricadute o aggravamenti".

Il binge eating

Di un disturbo alimentare come il binge eating non se ne parla molto spesso. In italiano si traduce come abbuffata, e chi ne soffre mangia senza sosta in maniera incontrollata. E può colpire a tutte le età. Come nel caso di Daniela (nome di fantasia), 54 anni, una storia di obesità alle spalle, che nel 2010 ha iniziato a soffrire di binge eating. "È iniziato tutto dopo la gravidanza – racconta a Fanpage.it – ho sofferto di depressione post partum e ho iniziato ad avere un rapporto completamente sballato con il cibo. Un continuo saliscendi tra abbuffate ai digiuni". Il senso di colpa ha accompagnato la vita di Daniela. "Ogni volta dopo un'abbuffata arrivavano i sensi di colpa. Mi sentivo piena e pensavo ai sacrifici che avevo fatto e quelli che facevano le persone intorno a me. Pensavo ai miei figli, al fatto che per curare questo mio problema mi sarei dovuta allontanare da loro. Ma questo non bastava a fermarmi". Ci sono voluti sei anni per uscire da questo tunnel. "Il cibo era diventato un'ossessione: nella mia dispensa non potevano mancare tutti i formati di pasta, scorte di Coca Cola e caramelle gommose. Era una specie di fobia. Prima di addormentarmi la sera mangiavo tutto quello che c'era in cucina e se dopo una cena con amici avanzava qualcosa anziché buttarlo dovevo assolutamente mangiarlo. Quando cominci a mangiare in questo modo perdi anche il senso del gusto, non percepisci più i sapori e non sei neanche più in grado di distinguere la fame biologica. Era un continuo masticare: anziché guardare la tv, andavo a cercare qualcosa nel frigo, oppure mi preparavo la pasta a mezzanotte".

La paura di ricaderci con il lockdown

Il lockdown ha messo a durissima prova la forza e la tenacia di Daniela, che durante i primi mesi dello scorso anno ha intensificato i suoi incontri psicologici. "Eravamo io e il frigo e il frigo e io. La depressione, la tristezza causata dal Covid mi spingevano a cercare rifugio in qualcosa che mi restituisse gioia. È stato un momento durissimo da affrontare. A un certo punto ho sentito la necessità di chiedere aiuto. Già seguivo degli incontri con lo psicologo una volta al mese, ma abbiamo deciso di intensificare e di fare terapia una volta alla settimana". Daniela oggi riesce perfettamente a inquadrare i momenti che hanno segnato un prima e un dopo nella sua vita e nella nascita del suo disturbo. "Ci sono sempre dei fattori scatenanti: la depressione post partum e la malattia dei miei genitori sono stati sicuramente degli eventi che mi hanno segnato". Lo psicologo Castelnuovo l'ha soprannominata la fenice, per la sua capacità di rialzarsi anche nei momenti più difficili. "Prima ero talmente presa a occuparmi degli altri che non mi guardavo neanche allo specchio. Oggi mi voglio bene. Sono contenta di aver avuto la forza di chiamare la mia endocrinologa nel 2012 e di aver intrapreso un percorso di cura".

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