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Parità di genere e lavoro, Lia Quartapelle: “Nella carriera le donne sono penalizzate da stereotipi”

A che punto siamo in Italia con la parità di genere? Lia Quartapelle a Fanpage.it ha spiegato l’importanza innanzitutto di abbattere certi stereotipi legati alla figura femminile: è lì che affondano le loro radici tutte le difficoltà che poi le donne incontrano nel mondo del lavoro e nella prosecuzione delle loro carriere.
A cura di Giusy Dente
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Serviranno più di 100 anni per colmare il divario di genere in Italia e se tanti passi avanti sono stati fatti fino ad ora, questi sforzi rischiano di essere vanificati dalla pandemia, che sta avendo ripercussioni negative soprattutto sull'occupazione femminile. Oggi le donne lavorano meno degli uomini, hanno contratti meno vantaggiosi e più difficoltà a raggiungere posizioni al vertice. Questo, paradossalmente, proprio in quei settori dove si guadagna di più, che sono ancora etichettati come "maschili" per tradizione, dalla politica alle scienze alla tecnologia. Se da un lato ci sono misure concrete che spettano alle istituzioni, dall'altro c'è un nodo cruciale che se non viene sciolto non permetterà mai di risolvere la situazione: gli stereotipi che ancora vogliono le donne mamme, mogli e casalinghe o al massimo maestre.

Abbattere gli stereotipi è il primo passo per colmare il divario di genere

Benché il principale fronte lavorativo di Lia Quartapelle sia legato alla politica estera e alle tematiche di cooperazione e sviluppo si è occupata a livello nazionale anche di discriminazione di genere e crescita economica. A Fanpage.it ha spiegato quali misure prendere e quali servizi migliorare per incrementare l'occupazione femminile, dagli asili nido al congedo di paternità. Ma si è detta convinta che un approccio realmente costruttivo passi anche per l'abbattimento degli stereotipi: «Si pensa che non c'entrino nulla, ma non è così» ha detto il capogruppo del Pd in commissione Esteri alla Camera.

A che punto siamo in Italia con la parità di genere?

C'è un sacco di lavoro da fare. Siamo il penultimo Paese europeo per divario occupazionale tra donne e uomini. Meno della metà delle donne che potrebbero e vorrebbero, lavorano. C'è molto da fare in termini di servizi per liberare il tempo delle donne e permettere di non dedicarsi solo a lavoro di cura non pagato, ma di poter anche fare del lavoro pagato. E c'è molto da fare anche in termini di stereotipi che colpiscono le donne. Le due cose sono strettamente legate. La cosa importante da premettere è che non si possono scegliere, non si può fare una cosa e non fare le altre: serve un approccio complessivo che parta dalla fornitura di servizi al contrasto degli stereotipi all'incentivazione del lavoro femminile. 

Concretamente quali misure potrebbero aiutare a colmare il divario di genere in ambito occupazionale?

Le cose più importanti da fare sono: da un lato un piano nazionale per gli asili nido. Oggi in Italia meno del 30% dei bambini tra 0 e 3 anni trovano posto. Questo significa che il 70% delle mamme deve gestire i bambini. Se va bene è evidente che le mamme così hanno un'interruzione di carriera nei primi tre anni di vita dei figli. Se va male non rientrano più sul mercato del lavoro o addirittura non entrano mai. Poi: potenziamento dell'offerta delle materne e del tempo pieno. Al sud è praticamente inesistente e ancora una volta significa che così le donne non possono lavorare. Queste cose hanno un doppio beneficio: per le mamme, che hanno la possibilità di lavorare e per i bambini, che crescono in un contesto che permette di socializzare, sviluppare attitudini, fa bene avere opportunità di crescita fuori dal contesto familiare. L'altra cosa è potenziare servizi per anziani e disabili, perché dove ci sono genitori anziani o persone con disabilità le donne sono costrette a lasciare il lavoro per dedicarsi all'assistenza dei familiari. Se ne parla poco, fingiamo di non vedere, ma ci sono tante donne over 50 che lasciano il lavoro perché non riescono a lavorare e prendersi cura dei familiari. 

Come incentivare il lavoro femminile?

In Italia fino a questa legge di bilancio non erano previsti sgravi sulle assunzioni di donne, nessun tipo di aiuto e attenzione alle politiche del lavoro per far sì che trovassero lavoro. Troppo spesso ricevono offerte di bassa qualità in termini di stipendio o di contratto o di ore, anche perché c'è insito nella cultura delle imprese l'idea che resteranno a casa per prendersi cura dei figli. Bisogna incentivare le assunzioni da un lato e dall'altro pensare a un congedo obbligatorio di paternità per inserire, in famiglia e azienda, l'idea che dei figli ci si prende cura in maniera paritaria. 

Il fatto che ci sia questa carenza di servizi fa sì che le donne si sentano obbligate a scegliere tra carriera e famiglia?

Sì. Le statistiche sono drammatiche: quelle del 2019 ci dicono che su 70 mila genitori che hanno deciso di lasciare il lavoro entro i primi anni di vita dei bambini, 2/3 sono donne. Quindi trovano meno lavoro non solo in previsione di una possibile gravidanza, ma quando lo trovano e hanno dei figli sono quelle che lasciano di più, per prendersi cura dei figli. Avviene soprattutto nel Nord. In Lombardia c'è un tasso molto alto di donne che lasciano il lavoro dopo la seconda maternità. Quindi anche in quelle regioni con più opportunità di lavoro non riuscire a conciliare famiglia e carriera per assenza di servizi, per cultura fa sì che siano le donne a essere più sacrificate. Laddove le donne lavorano fanno più figli, non meno figli. Laddove le donne non lavorano come in Italia e Spagna c'è una crisi di natalità. 

Dal punto di vista imprenditoriale quali difficoltà incontrano le donne?

Le donne in Italia hanno molto meno accesso al credito nonostante siano creditori con un più alto tasso di restituzione dei crediti ottenuti. Anche in questo ambito c'è uno stereotipo che non permette di liberare le energie delle imprenditrici italiane. C'è anche un problema più generale di formazione e capacità imprenditoriale. Tutte le statistiche del mondo dicono che le imprese guidate da donne hanno tassi di solvenza rispetto alle banche di maggiore affidabilità, dei tassi di creazione di impiego più alti, dei tassi di redditività più costanti nel tempo. Magari non sono imprese che fanno dei boom, ma sono più affidabili. E in una situazione di incertezza come questa va riconosciuto: le donne creano valore e creano imprese destinate a durare, solide e resistenti, anche perché sono più caute negli investimenti e non si espongono troppo. Non sempre avviene nelle imprese maschili. 

La pandemia inciderà in modo più pesante sulle donne, dal punto di visto lavorativo?

Si sta parlando di una recessione che colpisce soprattutto le donne. Il 67% dei lavori persi durante l'anno di pandemia sono lavori persi dalle donne, perché i settori più colpiti sono quelli che hanno a che fare con le relazioni (che impiegano di più le donne). La pandemia colpisce i lavoratori più fragili quindi quelli con contratti a chiamata, intermittenti, che sono quelli statisticamente più offerti alle donne. 

La differenza di retribuzione tra uomini e donne è il risultato di stereotipi legati alla figura femminile?

Si pensa che non c'entrino nulla, ma non è così. Il fatto che ci siano libri di testo dove si associa il papà che studia e lavora e la mamma che cucina e stira fa sì che nelle bambine si perpetuino stereotipi che già da piccole fanno pensare di non essere in grado. Non è un problema solo dei libri di testo ma anche dell'insegnamento ed è importante contrastarlo, perché le bambine nonostante siano più brave a scuola già dalle elementari rispetto ai maschi poi fanno percorsi di studi e di carriera fortemente influenzati dagli stereotipi con cui sono state cresciute. Dunque molte meno ragazze allo scientifico, molte meno nelle materie STEM. Come se le bambine siano meno portate, proprio in quei campi dove oggi c'è più lavoro e dove si guadagna di più. Si porta avanti l'idea che le ragazze non sono brave in matematica, che sono brave in italiano e nelle lingue, ma non è detto che sia così. 

Il divario si sta colmando o si sta aprendo?

Negli anni passati si stava avvicinando anche se le statistiche dicono che nella nostra prospettiva di vita non lo vedremo colmato, ci vorranno più di 100 anni a colmare almeno quello salariale in Italia. È una rivoluzione lenta, che sta progredendo. Ma la pandemia rischia di farci fare un passo indietro. 

Quali sono i principali diritti ancora negati alle donne?

Il più importante è il tema dell'educazione: la pandemia rischia di escludere 43 milioni di bambine e ragazze dall'istruzione. Investire nell'educazione di una bambina significa investire su di lei, sul fatto che non si sposerà prestissimo, è un investimento sulla sua salute e su quella della sua famiglia: è un investimento con ritorno importanti, oltre che essere un diritto. Poi c'è la questione della salute: in Italia e fuori quella delle donne viene sempre dopo quella degli uomini. La stessa medicina anche nei Paesi sviluppati è molto tagliata su esigenze che non corrispondono a quelle femminili.

Perché quando si pensa a un capo si pensa sempre a un uomo?

Faccio l'esempio della carriera diplomatica. Nella carriera diplomatica la prima metà di quelli che passano il concorso sono ragazze. La seconda metà sono soprattutto ragazzi. Ma poi tra quelli che fanno l'esame per la carriera diplomatica, 7 su 10 di quelli che si ritirano prima di aver concluso lo scritto sono ragazze. Vuol dire che sono abituate a sentirsi meno sicure di sé, meno padrone di quello che hanno studiato, a provarci di meno. Questi sono effetti degli stereotipi. Questo non è un problema per femministe arrabbiate, ma ha a che fare col tasso di crescita del nostro Paese. Noi stiamo giocando una partita con metà dei giocatori in campo: gli uomini. E non è detto che siano i più bravi, perché risultati scolastici delle ragazze sono in media più alti: le ragazze lasciano meno la scuola, completano il percorso di studi con risultati migliori, sono più costanti nello studio, ma quando cercano un lavoro ne trovano uno peggiore. È un problema di tutti. Qual è il blocco principale alla crescita in Italia? Un economista dovrebbe rispondere questo: le donne non lavorano e quindi non riusciremo mai a esprimere a pieno il potenziale. 

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