"Mi sono chiesta cosa avrei fatto io al posto suo. Cosa avrei fatto se mi fossi ritrovata in un corpo che non riconoscevo".
Non è facile immedesimarsi in una questione complessa come questa. Lo è ancora meno se la persona che ti rivela di sentirsi imprigionato in un corpo che non gli appartiene è tuo figlio. Però è questa la domanda che si è fatta Roberta, madre di Luisa (nome di fantasia) dopo che a 15 anni le ha detto chiaramente che il corpo maschile in cui si ritrovava non era quello a cui sentiva di appartenere. Roberta, voce allegra e piglio risolto, ha raccontato a Fanpage.it la storia di Luisa, una dei suoi quattro figli, nata maschio, che oggi sta intraprendendo un percorso di cambiamento di genere. "Ho sempre pensato che mia figlia fosse gay. Da quando aveva un anno e mezzo. A 11 anni sono entrata nella sua stanza e gliel'ho chiesto esplicitamente, senza mezzi termini. Lei non mi ha risposto, si è messa a piangere. A quel punto le ho detto che quando sarebbe stato pronta la mia porta sarebbe stata sempre aperta".

Il coming out di Luisa

Passano quattro anni da quell'episodio. La quarantena, la convivenza forzata, la difficoltà a tenere nascosta una parte di sé si amplifica e Luisa si confida con sua sorella e le dice di essere gay. "Durante il lockdown la sorella finalmente la convince a dirci della sua omosessualità. Nessuno in famiglia è stato sorpreso, era qualcosa che sapevamo da sempre e che non avrebbe cambiato nulla per noi. Come ho sempre insegnato ai miei figli l'amore non ha sesso". Il primo passo è stato fatto, ma secondo Luisa per parlare della disforia è ancora presto. Vorrebbe aspettare altri tre anni e la maggiore età. I genitori sono accoglienti, disponibili ma lo sarebbero altrettanto davanti a un cambio di sesso? "Evidentemente però la sua insofferenza cresceva giorno dopo giorno – prosegue la mamma – Così prima di parlarne con noi, Luisa ancora una volta si è confidata con la sorella maggiore, chiedendole se avrebbe avuto problemi ad avere una sorella". Nonostante le rassicurazioni però i timori restavano, soprattutto per il papà. Luisa si chiedeva come avrebbe reagito a una notizia del genere. Con quei commenti che ogni tanto gli scappavano e che lasciavano intendere una certa ostilità nei confronti dei transessuali, cosa avrebbe fatto sapendo che suo figlio voleva cambiare sesso? "Aveva paura di lui. E invece la reazione di mio marito è stata quella più stupefacente". 

"Mi sembrava di dover dire addio a mio figlio"

Così Luisa si fa coraggio, lo sapeva sin da quando aveva 8 anni che il sesso assegnato alla nascita non corrispondeva alla sua identità di genere, e con la complicità della sorella, poche settimane dopo il coming out, trova il momento giusto, per dirlo alla mamma. "Sono stata colta alla sprovvista, l'omosessualità non mi aveva stupito, ma questo inizialmente sì. Ho raggiunto mio marito al lavoro e appena gliel'ho detto è praticamente caduto sulla sedia. Ma subito dopo mi ha detto ‘Bene, se è così è così'. L'ho lasciato da solo, ha continuato a lavorare e a ragionarci su e anche io mi sono presa qualche ora di tempo". Molti dei genitori di figli transgender raccontano che la scoperta della disforia di genere è paragonabile quasi a un lutto, come se il loro bambino scomparisse per sempre. "Mi sembrava di dover dire addio a mio figlio, ma in realtà mio figlio è sempre stata mia figlia".

La scelta del nome

Quando si ha a che fare con una disforia, soprattutto negli adolescenti, è fondamentale iniziare subito ad identificarli con il nome che si scelgono e che indica anche il sesso al quale sentono di appartenere: "La prima cosa che mio marito mi ha chiesto è stata proprio ‘Come vuole essere chiamata?' E da subito abbiamo iniziato a usare il nuovo nome". Oltre alla sorella maggiore Luisa ha anche altri due fratelli, uno di 8 anni e un altro di 11: "Hanno entrambi fatto qualche domanda, il più grande gli ha chiesto se fosse un mutante e il piccolino non aveva afferrato completamente il concetto, così ci ha chiesto se Luisa ora fosse diventata non un trasngender ma un Power Ranger – scherza Roberta – Sento che ora in famiglia siamo tutti un po' migliorati, quanto a tolleranza e comprensione del prossimo. E anche i nonni, che pensavo fossero più chiusi e di vedute meno aperte hanno affrontato il cambiamento di Luisa con serenità. L'unica ad avere qualche difficoltà è mia mamma. A volte non riesce a chiamare mia figlia con il suo nuovo nome. Ma le sta passando". 

Gli amici e la scuola

Oltre la famiglia quando si è adolescenti un altro grande scoglio da affrontare sono gli amici, i coetanei che a volte non capiscono e in alcuni casi denigrano: "Siamo state fortunate in questo. Dopo aver parlato con noi, Luisa ha deciso di fare coming out anche con i suoi compagni di classe e i suoi insegnanti. Per l'esame di terza media ha anche scritto una tesina proprio su questo argomento. E quando ha iniziato le superiori ha spiegato che era in transizione e la classe ha immediatamente compreso tutto, con una semplicità inaspettata, tanto che quando qualche docente sbaglia il suo nome sono proprio i compagni a correggerli". Nonostante le reazioni positive dei compagni di classe, che lasciano ben sperare, il rischio di incontrare persone meno perbene esiste: "Certo non andrà sempre così. L'ho spiegato già a Luisa che sulla sua strada potrebbe incontrare qualche persona stupida che non è in grado di capire e che la fisserà o la insulterà e che per questo dovrà essere forte".

Il percorso psicologico

Luisa oggi si sta facendo crescere i capelli, si trucca, si è fatta i buchi alle orecchie: "I vestiti continua a rubarli alla sorella – racconta Roberta – Poi abbiamo dovuto cercare un modo per arrestare la crescita della barba. Non è stato facile trovare uno specialista a cui rivolgersi, così ho cominciato a cercare su internet e ho trovato una ragazza transgender che mi ha messo in contatto con un dermatologo". Per avviare un percorso di cambiamento di genere è indispensabile anche un supporto psicologico: "Appena Luisa ci ha detto tutto mi sono messa a cercare qualcuno che potesse aiutarla in questo percorso. Qui a Cagliari, c'è un centro di igiene mentale che si occupa anche di disforia, ma non è specializzato. Così tramite alcune indicazioni sono arrivata al CEST, Centro Salute Trans e Gender Variant, dove ci sono le dottoresse Antonella Palmitesta e Paola Biondi che oggi seguono Luisa". Quello che molto spesso spaventa un genitore è l'irreversibilità di un cambiamento come questo, intraprendere un percorso a partire dalla terapia ormonale che può terminare con un'operazione chirurgica, dal quale non si torna più indietro: "Non sono preoccupata di questo. Quando Luisa ci ha spiegato la sua situazione è stata molto decisa, sapeva tutto. Lei ha studiato e si è documentata. Non vede l'ora che arrivino i 18 anni per poter fare l'operazione per il seno e anche quella di riconversione genitale".

Un consiglio per chi sta affrontando la stessa situazione

La storia di Roberta e Luisa è una storia esemplare di amore e comprensione. Anche se non sempre è tutto così semplice: "Non voglio dire che sia facile, anzi può essere molto difficile da comprendere, ma agli altri genitori voglio ricordare che si tratta sempre dello stesso bambino che abbiamo cullato appena nato. Come si può decidere di cacciare il proprio figlio di casa solo perché lo si ritiene diverso? Cosa è la diversità in fondo? L'ambito sessuale del proprio figlio non deve interessare un genitore, l'importante è che cresca con sani principi. A chi importa cosa fa sotto le lenzuola. E poi già la transizione è pesante e complicata, tra operazioni e giudizio degli estranei. I familiari ti devono proteggere, non complicarti la vita". Luisa e tutta la sua famiglia oggi sono più sereni, Luisa è più aperta e più libera, non deve nascondersi, è una ragazza forte. Ma dietro una figlia coraggiosa, c'è sempre una madre coraggiosa. "Mi sono chiesta cosa avrei fatto io al posto suo. Cosa avrei fatto se mi fossi ritrovata in un corpo che non riconoscevo e la risposta è stata: le stesse cose che sta facendo lei".