Lo hanno fatto tante protagoniste del cinema e della letteratura: Mulan si presenta sul campo militare travestita da uomo, Giovanna de La Papessa si presenta come Giovanni per accedere ai vertici ecclesiastici. Tutto questo perché la loro femminilità entrava in contrasto con le imposizioni sociali e le tradizioni secolari che volevano solo uomini in certi ambiti. Questa concezione, purtroppo, non è affatto prerogativa delle storie di finzione, ma ancora oggi la quotidianità ci racconta di donne discriminate per il loro sesso. Negli anni Sessanta (dunque non c'è da tornare così indietro nel tempo) era per esempio proibita la loro partecipazione alla maratona di Boston: un corpo incompatibile con la corsa, fisiologicamente non idoneo secondo la credenza del mondo sportivo dell'epoca. Se questa idea è stata del tutto smontata, è grazie a Kathrine Virginia Switzer, che si iscrisse e si presentò alla gara senza specificare di essere una donna, unicamente per sfatare quel mito.

Se le donne corrono la maratona è grazie a Kathrine Switzer

È il 1967: K.V. Switzer si iscrive alla maratona di Boston senza esplicitare il proprio nome, solo con le iniziali, come è consuetudine fare. Che sia maschio viene dato per scontato, visto che alle donne è proibito partecipare. Il 16 aprile, il giorno fatidico, K.V. mette sulle labbra un rossetto e inizia a correre per tagliare il traguardo, riuscendoci con un tempo di 4 ore e 20 minuti. È entrata nella storia la foto in bianco e nero che la ritrae, col numero 261 sul petto, mentre viene bloccata dall'ufficiale di gara che la strattona e cerca di impedirle di giungere alla meta. A proteggerla, un amico e il fidanzato, entrambi in gara. Prima di quel momento nessuna donna aveva mai corso la competizione in 70 anni di storia: si diceva che il corpo femminile fosse inadatto. Col suo gesto Kathrine Switzer ha dato avvio a uno storico cambiamento e ha messo le basi per tante rivoluzioni che di lì a poco sarebbero avvenute nel mondo dello sport.

261: più che un numero un monito

Oggi la Switzer ha 73 anni e ancora si dedica alla corsa a giorni alterni. Grazie al suo gesto del 1967 ci fu una massiccia risposta che portò gli organizzatori della maratona di Boston a includere le donne a partire dalla competizione del 1972. L'anno prima alle donne fu concesso partecipare alla maratona di New York, per la prima volta. La maratoneta ha improntato tutta la sua vita alla lotta contro la disuguaglianza nello sport: si è fortemente battuta per portare la maratona femminile ai Giochi Olimpici, riuscendoci nell'edizione del 1984, quella di Los Angeles. Quel pettorale col numero 261, che in suo onore è stato ritirato da ogni futura competizione, ancora lo esibisce fiera durante apparizioni pubbliche. E proprio 261 Fearless si chiama il suo progetto dedicato all’inclusione nel mondo dello sport. Il numero 261 è il suo monito alle donne, affinché credano sempre nelle loro possibilità e non si lascino mai scoraggiare da tutti i "Tu non puoi", "Non sei all'altezza", "Non ce la farai", ma combattano sempre per i loro diritti e per un mondo senza discriminazioni di sesso.