racconto-della-settimana

Avevano vent'anni e non si erano mai visti.

Uno dei primi social network li aveva messi vicini, tra il freddo ed il caldo, i palazzi e le colline, i risotti ed il vino rosso.

Una strana procedura.

Qualche messaggio, conversazioni notturne, vere, diverse, conversazioni alte, altre.

Lo scambio di numeri ed il telefono.

I viaggi di lei, le parole di lui, i luoghi ecco sì, i luoghi ed i modi del volersi bene, da lontano, senza conoscersi.

I modi dell'affezionarsi, i tempi del non vedersi, i sorrisi, immaginati, i profumi, sperati.

Avevano vent'anni e non si erano mai visti.

Lei lo conosceva, ne amava la diversità, l'impeto, la verità, profonda, che era solito celare a tutti gli altri.

Lui la intuiva, non già nell'estetica che era comunque come lui l'aveva sperata, almeno traendone idea da quei piccoli indizi che aveva ricevuto in un'epoca nella quale era ancora la condivisione di sentimenti e non la rappresentazione di sé ad avvicinare, la intuiva nel sentimento, nel vento.

La intuiva negli occhi, così simili ai suoi.

Poi, un giorno, un treno forse per disperazione, forse per noia, forse per diletto.

Probabilmente per incompreso, all'epoca, bisogno, per una non elaborata, al tempo, affinità, per un indescrivibile disegno.

Un giorno, un treno, tre misere ore avvicinavano ciò che la notte aveva favorito ed il giorno aveva rafforzato.

Entrò in casa così, come si entra in un ufficio che non è il tuo, deciso e timoroso ad un tempo.

“Ma sei alto”, disse sorridendo mentre lui ancora saliva le scale.

Una maglietta bianca, dei pantaloni grigi morbidi come solo le felpe dei college americani indossate più e più volte sanno essere, le gambe, la schiena, i capelli, lui era già senza parole.

Cenarono in casa, impensabile condividere con il mondo che rifuggivano l'intimità che fino a quel momento avevano avuto solo con parole e silenzi.

Un divano, delle carezze sulla schiena nuda, un bacio.

Fecero l'amore come due amanti sconosciuti, senza la passione data dalla reciproca esperienza, ma con il desiderio dato dal sentimento che, fino a quel momento, si era nutrito solo di astrazione, di ideale, di sogno.

La colazione, nella calda luce di un mattino freddo di Ottobre svelò quanto ingiusto fosse ciò che li aspettava.

Passeggiarono, in un altro tempo, per tutta la mattina e parte del pomeriggio, provarono indumenti, giocarono, si strinsero, cappelli, cappotti, scarpe, stivali, rapsodie di cravatte e fondi di bottiglia tramutati in gioielli, sciarade di valigie, porta abiti di altri mondi, bauli, lampade, letti e cassetti.

Si nascosero dietro le quinte di un mercato per baciarsi, ancora ed ancora.

Si nascosero per non lasciarsi mai.

Poi il buio che, spietato, riportò al quotidiano.

La metropolitana rapitrice di lei, il treno che puntava nella direzione sbagliata di lui.

Il silenzio.

Un lungo, inspiegabile, impossibile, forse indesiderato silenzio, da parte di entrambi.

Un silenzio che oggi, dopo dieci anni, lui ancora non capiva, meglio, non ricordava.

Perché si erano lasciati perdere, perché si erano allontanati con una naturalezza tale da far pensare non vi fosse né vi sarebbe potuto essere niente tra loro?

Perché adesso si erano ritrovati?

Ancora il destino?

O stavolta la disperazione, il momento, il dubbio, il ghiaccio che si sgretola, le unghie che fanno male, la testa che non ci lascia in pace?

Perché di tutto il tempo, di tutto il silenzio, di tutto il cielo non ricordava niente e sentiva, intuiva, annusava ancora il raggio di sole con cui aveva diviso il pane nella calda luce di quella fredda mattina di Ottobre?

Era lui?

Era, davvero, il momento?

Era giusto?

Questo si chiedeva.

Se fosse un bene il far determinare ad un momento l'importanza, ad una stagione il valore.

Quanto fosse opportuno che un fuoco inestinguibile portasse ad azioni sconsiderate.

Domande, domande, domande, la sua croce, la sua delizia.

Pensieri, pensieri, pensieri, il suo tormento, eppure il suo tutto.

Ancora una volta le emozioni, i sorrisi, le mani, gli specchi, il personaggio dipendevano da lei.

Peggio, la persona, le parole, i progetti, la cera per i pavimenti e l'acqua nei vasi del terrazzo.

Ed oltre, il pensiero, la creatività, l'entusiasmo ed i baci, sì, i baci e gli abbracci.

I baci e gli abbracci, quelli che desiderava da tempo, che aveva messo da parte, cui cercava di dare un senso, un tempo, una direzione.

Lei era tutto questo?

Era un altro astro?

Era qualcosa, qualcuno?

O era fatta da lui, creata in poco tempo dalla forza del talento, dalla potenza della mente, dal dolore della solitudine?

Aveva paura di un amore nato dal bisogno e non già dalla purezza della serenità a questo pregressa.

Aveva paura di tutto quanto potesse non essere trasparente, dolce e morbido, come quei pantaloni grigi cui ripensava con amore, come quei baci cui ripensava con dolcezza, come quelle passeggiate che portavano nuove lacrime di gioia sul suo volto stanco e segnato dalla fatica di chi non è nel dove, nel come e nel quando di tutti gli altri.

Aveva paura di non esserne all'altezza materiale, svilendo le sue capacità astratte, celando il suo essere, il suo sapere, potere, volere dare a lei tutto quanto aveva da parte, nel timore, ancora, di investirla con troppo di quel sentimento che tutti desiderano ma pochi sanno sopportare.

Aveva paura di amarla, di nuovo.

Aveva paura che amare fosse ciò di cui, davvero, non poteva fare a meno.

John B.