Nel 2020 ammettere di soffrire di un disturbo mentale è ancora un tabù. Non a caso la campagna di quest'anno del Ministero della Salute per celebrare la Giornata mondiale della salute mentale è incentrata proprio sulla lotta allo stigma che accompagna da sempre questo tipo di malattia. E proprio oggi che il 41% della popolazione italiana (secondo una ricerca di Open Evidence) è a rischio salute mentale, a causa del lockdown, non è più tempo di essere reticenti verso questo tipo di problema. In generale, secondo i dati del Ministero, le donne rappresentano poco più del 50% dei casi di utenti psichiatrici assistiti dai servizi specialistici e in particolare i disturbi che più colpiscono le donne sono quelli di tipo depressivi, circa 48,6 ogni 10.000 abitanti (gli uomini che soffrono di depressione sono invece circa la metà 29,2 ogni 10.000 persone). "La depressione però non è femmina – afferma con convinzione la dottoressa Rossana Riolo psichiatra e psicoterapeuta, presidente dell'Associazione Kairos Donna – Se le donne depresse sono così tante di più rispetto agli uomini non è per una questione biologica. Le donne hanno un carico maggiore da sopportare, sempre. Sono dei caregiver dei propri figli, dei genitori anziani, della propria famiglia e pure del cane. Se durante questi mesi di lockdown abbiamo visto mariti o compagni che si rinchiudevano in garage per lavorare in smart working, sappiamo che per le donne questo difficilmente era possibile: hanno dovuto occuparsi della casa, dei bambini, di cucinare, di fare la spesa". Non è allora un caso se le donne, soprattutto a seguito della pandemia, si ritrovano a dover affrontare un disturbo depressivo: "E quando ci troviamo in presenza di situazioni come queste non pensiamo che si possano risolvere semplicemente ricorrendo agli psicofarmaci. Ci vogliono più supporti, ci vogliono delle reti più efficaci, anche dal punto di vista legislativo".

Neo mamme e coronavirus

Uno dei disturbi più frequenti tra le donne, nettamente peggiorato durante i mesi di lockdown è la depressione perinatale o post partum. "A prescindere dal Coronavirus, la gravidanza, la maternità e il parto sono dei momenti cruciali e di particolare sensibilità per la donna e anche per tutta la famiglia. E sappiamo anche che una percentuale di donne che va dal 10 al 15% può sviluppare un disturbo depressivo. Ma secondo due studi, uno canadese e un altro tutto italiano, durante il periodo di chiusura totale, da marzo a maggio, i disturbi di ansia e depressione delle donne in gravidanza sono raddoppiati rispetto alle aspettative".  I motivi alla base di ansie e paure sono diversi e non riguardano soltanto la salute: "Molte donne hanno vissuto e vivono tuttora un senso di angoscia per le loro possibilità economiche: un figlio rappresenta una spesa, e durante questo periodo di incertezza lavorativa, ad avere un peso sulle ansie è stata sicuramente la paura di non poter sostenerlo economicamente". E poi soprattutto tra le mamme che hanno partorito proprio nei primi giorni della pandemia le domande senza risposte si inseguivano una dopo l'altra: Potrò allattare il mio bambino? Il fratellino potrà contagiarlo? Dovrò stare da sola in ospedale durante il parto? "Le linee guida dell'Istituto Superiore di Sanità erano in continuo aggiornamento, ma l'incertezza che molte mamme o donne in gravidanza hanno dovuto affrontare è stata sicuramente una fonte di ansia".

Il senso di isolamento per le donne in gravidanza

A contribuire a uno stato depressivo per tutte le donne in attesa o neomadri è stato anche il senso di isolamento: "L'idea di star vivendo già un evento straordinario come la gravidanza o il parto è stata aggravata da un evento ancora più straordinario e eccezionale che ha provocato un senso di solitudine. Pensiamo anche soltanto ai corsi preparto: sono dei momenti di confronto fondamentali per tutte le mamme, che ovviamente sono venuti meno durante la pandemia". E poi tante madri si sono interrogate sulla possibilità che le loro paure e le loro ansie si potessero trasmettere al feto o ai neonati, che potessero avere un riverbero anche sul loro stato di salute: "I dubbi di queste mamme non erano infondati: un elevato livello di stress produce una quantità tale di ormoni che può raggiungere anche il feto. Per questo a tutte le mie pazienti durante i mesi di lockdown ho consigliato proprio di mettere in atto tutte quelle tecniche di rilassamento, dallo yoga alla meditazione, che servono proprio a ridurre il livello di ansia". 

Depressione post partum: i segnali

Senso di inadeguatezza, anedonia, umore depresso per molte ore della giornata, disturbi del sonno: sono i segnali tipici della depressione post partum. Un disturbo che se trattato adeguatamente e soprattutto tempestivamente, guarisce senza lasciare tracce: "Questo tipo di depressione è quello che risponde meglio a tutte le cure: è rapido nella risoluzione e prima si affronta in modo ottimale, prima si ritorna a uno stato di benessere a tutti gli effetti – spiega la dottoressa – Per chi ha paura di qualche ritorno o strascico, la risposta è no, ma deve essere affrontata nel modo giusto, ovvero con un sostegno psicologico. Ci sono persone che magari credono di poterla superare autonomamente, ma a distanza di cinque anni ancora ne portano i segniI sintomi sono uguali a quelli della depressione, a questi però si aggiunge il senso di colpa nei confronti del bambino: le madri si possono sentire schiacciate dal fatto di dover occuparsi di un'altra vita, che ci sia un bambino che dipenda da loro in tutto e per tutto. E la frase che ripetono più spesso è ‘Non sento quello che dovrei sentire'".  La prima cosa da fare? Liberarsi dal corollario di mamme, zie, suocere, cugine e parenti di quarto grado che ripetono alle neomamme che essere tristi dopo il parto è normale, che questo stato d'animo se ne andrà via da solo, che anche loro ci sono passate: "Oltre ai familiari molto spesso anche i pediatri e i medici di base tendono a non vedere, a pensare che le madri siano sempre felici. Le madri non sono sempre felici, possono essere tristi e devono essere aiutate, altrimenti ci saranno ripercussioni sullo sviluppo emotivo del bambino. Sminuire la depressione post partum non è funzionale a nessuno". E soprattutto in questo periodo di grande incertezza, dove la possibilità di un nuovo lockdown è dietro l'angolo, mettiamoci in ascolto, aiutiamo le neomamme non tanto a badare al bambino ma nella vita pratica: dalla spesa alla gestione della casa. E se una mamma ci parla delle sue difficoltà non banalizziamo e non sminuiamo le sue parole: "Le mamme sono sempre chiare e minimizzare è pericoloso. Sono attivi consultori e ambulatori che possono aiutare le mamme in difficoltà. Dall'ostetrica allo psicologo: ci sono persone dedicate, a cui chiedere un sostegno. A volte basta anche soltanto una telefonata. Ricordiamoci che nei primi 40 giorni l'altalena emotiva è costante. E se la mamma fa una richiesta d'aiuto la cosa migliore che un familiare o il compagno può fare è accogliere la richiesta e capire quale è il modo migliore per aiutarla: anche solo fare il numero di telefono di un centro o accompagnarla in ambulatorio. Vietati commenti banalizzanti o stigmatizzanti. Non servono a niente". Parlare, condividere le proprie difficoltà è già l'inizio della cura: il disturbo mentale non è diverso da un disturbo fisico, non bisogna vergognarsi o temere di chiedere aiuto.

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